La pratica delle rogazioni si perde nei secoli passati e andò scemando nel secondo dopoguerra del Novecento.
Fino agli anni cinquanta del secolo scorso la pratica secolare della benedizione delle campagne era cosa consolidata. Le processioni avevano carattere penitenziale. Con la croce astile si usciva dalla chiesa e con essa si ritornava in chiesa, a significare il nostro pellegrinaggio dalla terra al cielo, al quale si arriva mediante la croce, come è stato per Nostro Signore Gesù Cristo. È possibile che queste processioni abbiano preso il posto di riti antichi pagani che toccando i confini del borgo, intendevano far scendere la benedizione degli dei su tutto il territorio della comunità. Il modo era sempre quello che molti anziani ricordano. Mattina di buon’ora il corteo usciva dalla chiesa, in testa c’era la croce seguita dai da fanciulli, da donne, da uomini, poi il sacerdote in cotta e stola violacea che iniziava la preghiera: Kyrie elèison! (Signore abbi pietà di noi!) e Christe elèison (Cristo abbi pietà di noi!). Il canto si spandeva per quell’ampia chiesa che ha per volta il cielo e la preghiera sembrava giungere più direttamente a Dio. La processione si inoltrava per le strade fra le siepi in fiore e per i campi in cui le messi, che promettevano di essere abbondanti di grano, ondeggiavano agitate dal vento, imboccava sentieri battuti (i santee) e sostava presso ogni cappella, edicola votiva o croce campitale. Il sacerdote pronunciava le parole di rito alternando un salmo liturgico con un brano di Vangelo. Volgendosi ai quattro venti (quattro punti cardinali), con gesto solenne aspergeva di acqua benedetta le campagne circostanti fissando lo sguardo lontano, ai confini della sua cura, perché nessuno dei suoi parrocchiani restasse privo dei favori che egli invocava dall’altissimo. Signore, implorava il buon curato, benedite queste terre perché siano feconde di ricche messi a compenso delle nostre fatiche. Signore, fate che non vada perduto il frutto del nostro sudore. La grandine non disperda il nostro raccolto; la folgore non schianti i nostri alberi e risparmi dalla sua ira le nostre case, i nostri armenti. La recitazione però era corale e costituita da formule antiche e rituali.
Il sacerdote declamava : “A fulgure et tempestate” ( dalle folgori e dalla tempesta) e tutti rispondevano “Libera nos Domine”(Liberaci Signore), subito dopo faceva seguito “A peste, fame et bello”(dalle malattie, dalla fame e dalla guerra) e la gente sempre a rispondere “Libera nos Domine”. E ancora “Ut pace nobis dones” (Affinché ci doni la pace). “Te rogamus audi nos” (Ti preghiamo ascoltaci).
I fedeli in ginocchio durante la benedizione, si alzavano per riprendere il cammino e ripetere altrove la stessa preghiera.

Jules Breton, La benedizione dei campi di grano, 1857, olio su tela, 128 x 318 cm. Parigi, museé d’Orsay. La benedizione dei campi di grano di Jules Breton documenta la tradizionale processione delle Rogazioni che si svolgeva nei tre giorni che precedono l’Ascensione.
La cerimonia si rinnovava ogni anno, lasciando il buon popolo confortato nella sua fede, tranquillo nella sicurezza della celeste protezione. Queste processioni penitenziali si suddividono in litanie maggiori, minori e rogazioni. Sotto il nome di “litanie” s’intendono le processioni con preci che un tempo si facevano frequentemente specie in quaresima e in avvento. Si ridussero poi alle “litanie maggiori”, cioè quelle di S. Marco evangelista (il 25 aprile), istituite da S. Gregorio Magno (590-604), in occasione di grave pestilenza, nella chiesa di Roma che è la maggiore, donde il nome litanie maggiori, le quali si sono estese a tutte le chiese occidentali. Abbiamo poi “litanie minori” o “triduane” che vennero istituite dalla chiesa milanese. Esse si celebrano il lunedì, martedì e mercoledì della settimana subito dopo l’Ascensione. La processione per eccellenza era ed è ancor oggi quella del “Corpus Domini”. Le processioni per la campagna possono essere assimilate alle rogazioni. Istituite da S. Mamerto di Vienne (VI secolo) in Francia si celebravano in occasione di gravi calamità e avevano lo scopo principale di impetrare la conservazione della comune salute e la benedizione dei frutti campestri.

Particolarmente vissute le “Quattro Tempora”. Ogni tre mesi, cioè al principio di ogni stagione dell’anno erano fissati tre giorni di digiuno: mercoledì, venerdì e sabato della medesima settimana. Questi digiuni si trovano stabiliti fin dai primi secoli della Chiesa e si ritengono di tradizione apostolica. Sembra anzi che sia un’eredità della liturgia ebraica. I motivi per cui vennero prescritti sono: consacrare a Dio con la penitenza tutte le stagioni dell’anno; invocare dal Signore la benedizione sui frutti della campagna e ringraziarlo di quelli che ci ha dato; domandare a Dio buoni e zelanti ministri. Su questo tema anche Tiziano Casartelli, storico del canturino è intervenuto con un articolo su “La Provincia” del 5 maggio 2009: «I riti delle rogazioni nel calendario liturgico denominate anche processioni religiose delle Litanie Maggiori e Minori, per effetto delle preghiere pronunciate dall’officiante nel corso della processione – si svolgevano annualmente nel cuore della primavera, seguendo percorsi campestri prestabiliti. Le Litanie maggiori erano officiate in ogni parrocchia il 25 aprile, giorno di San Marco evangelista, a “mattina buon’ora”, come precisava il parroco di Vighizzolo in una lettera del 1892, mentre le Litanie minori si svolgevano nei tre giorni successivi “la domenica nell’ottava dell’Ascensione, ossia dopo i quaranta giorni consacrati a celebrare la Resurrezione”. Nel loro percorso campestre i cortei sostavano presso ogni cappella, edicola votiva o croce campitale che incontravano e che per l’occasione veniva addobbata con ghirlande di fiori di campo. A ogni sosta il sacerdote interrompeva le litanie per introdurre un brano del Vangelo: i fedeli ascoltavano in piedi, quindi si univano al celebrante nel sollevare a Dio la preghiera. Durante il momento della benedizione, che il sacerdote impartiva nella direzione dei campi, delle messi e degli alberi, i presenti si prostravano in ginocchio facendosi il segno della croce. Nei giorni delle processioni le campagne venivano in ogni direzione, in modo che ogni podere, ogni appezzamento, ogni zolla di terra potesse ricevere la benedizione divina attraverso l’aspersione dell’acqua santa, le virtù protettive della quale erano riconosciute persino da una preghiera diffusa in ogni angolo della Brianza» La pratica della benedizione di fatto andò scemando nel tempo e negli ultimi tempi consisteva nella pura e semplice aspersione dell’acqua benedetta.

Museo chiesa Santa Maria Nascente di Meda. Secchiello e aspersorio per la benedizione
Giovanni Galimberti di Meda, negli anni Cinquanta del secolo scorso era chierichetto e ricorda molto bene come si svolgevano le rogazioni. Il parroco don Marcello Gianola accompagnato dai chierichetti, la mattina di buon’ora, attraversava l’estesa campagna del paese munito di secchiello contenente l’acqua benedetta e l’aspersorio. Ma lasciamo la parola al Galimberti che così racconta:
Si era di primavera. La mattina verso le 4,00 il parroco con due chierichetti (tra cui io) partivamo dal Santuario (allora chiesa parrocchiale), scendevamo per la via San Martino e ci dirigevamo verso Lentate. L’ultima casa della via Manzoni, allora larga appena tre metri e sterrata, era quella dei signori Cerliani (Lumbardin), poi erano tutti prati. All’altezza di via Cavallina il parroco aspergeva l’acqua benedetta e pronunciava le parole di rito, poi si scendeva per la costa Malmarin, si svoltava a sinistra verso il Lazzaretto. Qui si faceva una vera sosta per onorare i morti lì custoditi. Avanti verso il lavatoio e ul pûnt del Seves. Sulla destra si estendevano i prati del Banderuu ai quali era concessa la benedizione. Si riprendeva il cammino costeggiando la roggia Traversi (oggi via Seveso) e si raggiungeva il casello della ferrovia in via Marco Polo. Si attraversavano i binari e ci si inoltrava nell’attuale quartiere Polo. Qui si scorgevano la cascina dei Polloni e quella dei Vergani. Si ritornava indietro ed attraversata l’attuale via Indipendenza ci si addentrava nei vasti prati del “San Giorg” (oggi territorio della parrocchia di San Giacomo). Qui non poteva mancare la seconda importante sosta di preghiera presso l’antico oratorio di San Giorgio (comune di Cabiate). Così lungo i sentieri di campagna, benedicendo la terra, si procedeva per la piazza Cavour e verso mezzogiorno eravamo, finalmente arrivati alla chiesa (Santuario).
Felice Asnaghi
