10 luglio 1976, quando una nube tossica fuoriuscì dalla fabbrica Icmesa

Cartina diossina Meda Seveso

Visitando la mostra, si impone ai nostri occhi e alla nostra mente un metodo interessante di approccio al vissuto di questo periodo storico, che ha conosciuto anche toni drammatici. Ci si confronta con una pedagogia cristiana che non ha avuto bisogno di strategie propagandistiche o tecniche di convincimento di massa, ma si è avvalsa dell’essenziale: gesti concreti di aiuto e testimonianza personale.

A cinquant’anni dal disastro della diossina, presso il Centro Pastorale Ambrosiano (l’ex seminario) di San Pietro Martire a Seveso, durante la settimana di “Calendimaggio”, è stata allestita una mostra dal titolo: Seveso 1976–2026: una speranza per vivere”.

«A differenza delle calamità naturali, come l’alluvione di Firenze di un decennio prima, non si potevano prendere gli stivali e la pala e andare ad aiutare. Bisognava trovare una modalità diversa. Non sembrava esserci alcuna risposta possibile. Allora cosa facciamo? Andiamo via tutti?» (Ambrogio Bertoglio)

Come introduzione, quasi fosse una prefazione alla mostra, premetto la mia testimonianza:
«Il 10 luglio 1976 il reattore dello stabilimento ICMESA di Meda esplose a causa dell’innalzamento imprevisto della temperatura. Il reattore produceva triclorofenolo. In conseguenza dell’esplosione fuoriuscirono, in tre fasi distinte, circa 400 kg di prodotti chimici che investirono una vasta area di terreni dei comuni di Meda (il Polo e San Pietro), Seveso (l’epicentro), Cesano Maderno e Desio. La nube tossica conteneva anche soda caustica e diossina. Io avevo vent’anni e la gravità della situazione cominciai a percepirla subito quando, durante le vacanze di quello stesso anno, fui additato come “proveniente da Seveso”. Al ritorno dalle ferie iniziai così a frequentare l’Ufficio Decanale di Seveso, al quale facevano riferimento i movimenti e le associazioni cattoliche del circondario.
Comuni e parrocchie collaboravano e le proposte che uscivano da quell’ufficio divenivano operative: dal convegno sulla salute a quello sulla ripresa economica, con artigiani, operai e commercianti in prima fila nel fare il punto della situazione; dall’organizzazione di centri estivi per i bambini delle fasce di rispetto ai soggiorni marini e agli oratori feriali; con il giornale “Solidarietà” che teneva informata la popolazione sugli eventi.
Non feci grandi cose, però ero presente e, di certo, mi impegnai affinché, allora come oggi, “la vita continua”, parafrasando un cartellone di quel tempo» (Felice Asnaghi)

L’incidente e l’ignoto

Sabato 10 luglio 1976 Sono passate da poco le 12.30 quando dalla fabbrica Icmesa (di proprietà della Givaudan: società ginevrina del gruppo Roche), al confine tra Seveso e Meda, si sprigiona una nube causata da una reazione chimica incontrollata. Forma un pennacchio di 50-60 metri color rosa-rossastro, con un odore acre “di farmacia o di ospedale”, riferiscono alcuni testimoni, e poi si deposita sul terreno. Solo il 21 luglio viene ufficializzata la notizia sulla natura del veleno: è la tetraclorodibenzodiossina, un tossico potentissimo, “parente” di un defoliante utilizzato nella guerra del Vietnam, dalle conseguenze impreviste per l’uomo, comunemente denominata Diossina. Si sa solo che è altamente tossica per gli animali e che in alcune specie provoca alterazioni nello sviluppo del feto.

I nemici sono almeno due

Il primo è la diossina, che non si vede ma è potenzialmente dannosissima al punto di suggerire scenari catastrofici; il secondo è altrettanto potente: il clima di sfiducia e di paura.

Più fattori determinano questo clima: la mancanza di informazione adeguata. C’è un silenzio colpevole da parte dell’azienda nei primi giorni; mancano conoscenze sicure a livello scientifico riguardo alla natura di questa fuoriuscita e alle sue conseguenze a breve e a lungo termine sulla salute delle persone. La tendenza a gettare panico è presente in tutta la stampa quotidiana e periodica con titoli dai toni allarmistici e articoli con notizie non verificate.

Pier Alberto Bertazzi, medico, professore universitario in Medicina del Lavoro e tra i massimi esperti degli effetti tossici della diossina, nel 2016 descrive il “clima terroristico imperante” all’epoca dei fatti: «C’era il rischio che la diossina fosse dannosissima, non la certezza. Non è terrorizzando la gente che si risolvono le cose. Il rischio esisteva e tutti avrebbero dovuto collaborare. Cosa che nell’immediato non accadde».

Le misure adottate

L’amministrazione comunale con l’ordinanza del 25 luglio 1976 corre ai ripari: “Cari cittadini, l’esplosione all’Icmesa ha prodotto e diffuso nell’aria una sostanza pericolosa […]. È necessario sfollare temporaneamente le case, le fabbriche, i campi. La durata di questo provvedimento, che sarà attuato lunedì 26 c.c., sarà strettamente limitata al periodo necessario per la bonifica. Potete portare con Voi gli indumenti necessari, che dovrete però scegliere fra quelli che non erano esposti all’aria il giorno 10.7 alle ore 12.40”.

Il territorio viene suddiviso in diverse aree in base ai livelli di inquinamento:

ZONA A, la più contaminata, completamente evacuata: 736 abitanti della zona abbandonano le loro case per un tempo indefinito. Destinazione: il residence di Bruzzano e il motel di Assago.

ZONA B, con contaminazione intermedia. 5.000 persone possono restare nelle proprie abitazioni, ma seguendo rigide indicazioni: vietato movimentare il terreno, coltivare ortaggi e guidare sulle strade non asfaltate non oltre 30 Km/h. Viene sconsigliato di esporsi alla luce del sole e di procreare per un periodo di sei mesi.

ZONA R, con livelli più bassi ma comunque superiori alla norma.

Un problema nel problema: l’aborto

 Gli studi sugli animali avevano mostrato che la diossina poteva provocare malformazioni fetali: ciò genera nelle donne incinte residenti nelle zone contaminate forti preoccupazioni. Che vengono ampiamente cavalcate dalla stampa, dai Radicali e da gruppi della sinistra extraparlamentare per porre la questione dell’aborto terapeutico come un’emergenza, poiché non esisteva ancora una legge in materia. Il quotidiano “La Stampa” del 2 agosto arriva a proporre l’aborto obbligatorio per tutte le gestanti di Seveso. In tal modo «si cancellerebbe ogni resistenza affettiva, ogni scrupolo morale o di natura religiosa nelle persone interessate».

La vicinanza di tutta la Chiesa

1° agosto 1976 Il Cardinale Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano, è a Seveso per una celebrazione liturgica a cui assistono 1.500 fedeli. Nell’omelia invita a non restare inermi: Non lasciatevi prendere dalla paura. Diffondete la speranza. Non credete a tutte le voci allarmistiche, spesso incontrollate, spesso manipolate con intendimenti interessati e faziosi.

La vicinanza della Chiesa (il papa, l’arcivescovo e i sacerdoti del territorio) è il motore che consente alle comunità cattoliche della zona (sacerdoti, parrocchie, movimenti e associazioni) di agire insieme. Un popolo unito sull’essenziale per rispondere all’emergenza in maniera intelligente e creativa.

Don Costante Cereda

Dall’appello del Cardinale Colombo nasce l’idea di un luogo aperto alla popolazione: l’Ufficio Decanale di assistenza e coordinamento (UDAC), con sede presso il Centro parrocchiale di Seveso in via Arese. È attivo dall’inizio di agosto 1976 e, in poco tempo, diventa un punto di riferimento per tutti. Il centro si occupa di salute, lavoro e occupazione, educazione e scuola, supporto agli sfollati, rapporti con la politica. Funziona grazie all’impegno di 25-30 volontari, che assicurano una presenza dalle 9 alle 12 e dalle 16 alle 19. Dà vita anche al periodico Solidarietà, uno strumento vivace di controinformazione e giudizio, diffuso in 50-60.000 copie

Per tre anni, 1976-1977-1978, l’Ufficio Decanale organizza i centri estivi diurni, un’occasione di svago in un contesto attento dal punto di vista educativo. I centri estivi del 1977 hanno visto la presenza di circa 300 bambini e bambine di varie fasce d’età. Le colonie, invece, ne hanno coinvolti quasi 1000, per periodi di tre settimane a Camogli (Genova), Casargo (Como), Cesenatico (Forlì), Vallecrosia (Imperia). Da ricordare che le colonie furono realizzate in collaborazione con le ACLI, già impegnate nell’organizzazione di vacanze al mare e in montagna.

Centinaia di bambini e bambine ogni giorno vengono accompagnati lontano dalle zone contaminate in altri paesi come, tra gli altri, Besana Brianza o Bosisio Parini.

Tra l’allarmismo politico e il realismo del popolo

Nell’estate del ‘76, Seveso diventa ogni giorno di più un campo di battaglia. Uno dei fronti più caldi è l’interruzione volontaria di gravidanza. In paese viene aperto un consultorio sotto la responsabilità di un medico della clinica Mangiagalli, favorevole alla legalizzazione dell’aborto. Un gruppo di femministe staziona davanti al consultorio di Seveso mostrando alle future madri foto di bimbi deformi o focomelici, parlando di malformazioni nel 50% dei casi. Il tutto viene amplificato dalla stampa. L’11 agosto, il presidente del Consiglio Giulio Andreotti afferma che «sul caso di Seveso è possibile applicare la sentenza della Corte costituzionale n. 25 del 1975 sull’aborto terapeutico». Il dibattito è polarizzato e ha dei tratti paradossali: da un lato si sa poco o nulla della diossina, dall’altro quel poco è considerato sufficiente per ricorrere all’aborto “eugenetico”. Perché di questo si tratta: il rischio per la salute (peraltro, solo ipotizzato) è per i bambini, non per le donne.

«Se la mentalità corrente è tale che se un essere non è produttivo va eliminato, cadiamo nel peggiore razzismo, quello che vuole tutti perfetti perché tutti possano essere usati dal sistema». (Francesco Rocca, sindaco di Seveso)

L’intuizione del prof. Paolo Mocarelli

Il professor Paolo Mocarelli ha avuto un ruolo scientifico e umano cruciale durante e dopo il disastro della diossina di Seveso del 10 luglio 1976. In qualità di direttore del laboratorio analisi dell’Ospedale di Desio, è stato una figura chiave nella gestione dell’emergenza sanitaria e negli studi a lungo termine sugli effetti della TCDD (diossina) sull’uomo.

Pur non essendoci metodi per dosare la quantità di diossina nel sangue, il prof. Mocarelli è al lavoro giorno e notte dal 25 luglio, facendo prelievi e cercando di informare la popolazione: «Forse perché venivo dal mondo della ricerca. Forse perché ero stato in prestigiosi laboratori statunitensi ed ero abituato a farmi tante domande davanti a un problema, a cercare una o più risposte ai perché… insomma, quella modalità di affrontarli mi era un po’ familiare. Ma forse il motivo è un altro, chissà. Sta di fatto che proprio all’inizio pensai: “E se congelassimo i campioni di sangue?”. Metterli da parte poteva sembrare allora un’idea bizzarra, ma dopotutto negli Stati Uniti stavano lavorando alle tecniche di dosaggio ed ero certo che, prima o poi, ce l’avrebbero fatta. Io intanto avevo messo da parte circa 35.000 campioni. In effetti ci vuole una bella costanza (…). Finalmente, nel 1987, al Center for Disease Control and Prevention degli Stati Uniti (l’equivalente del nostro Istituto superiore di sanità) riuscirono a misurare la diossina nel sangue dei militari americani in Vietnam, che avevano sparso dosi massicce di triclorofenolo». (Convegno a Monza, 16 maggio 2016)

Tra le sostanze rilasciate il 10 luglio, vi è la TCDD (2,3,7,8-tetraclorodibenzop-diossina). Si stima che ne siano stati dispersi nell’ambiente alcuni chilogrammi, sufficienti a contaminare in modo significativo il territorio circostante. Le diossine sono una famiglia di composti chimici clorurati molto persistenti nell’ambiente. Tra le diverse forme, la TCDD è considerata la più tossica. Queste sostanze sono liposolubili e tendono quindi ad accumularsi nei tessuti ricchi di grassi degli organismi viventi. Prima dell’incidente, la tossicità della TCDD era conosciuta soltanto grazie a studi sperimentali sugli animali, che avevano evidenziato danni al fegato, alterazioni del sistema immunitario, effetti sullo sviluppo fetale e possibile cancerogenicità. Tuttavia, le conoscenze sugli effetti nell’uomo erano all’epoca molto limitate e non era possibile dosare la diossina nel sangue umano. Effetti a breve termine Tra gli effetti osservati sulla popolazione, il più evidente e caratteristico è la cloracne, una malattia della pelle tipica dell’esposizione alle diossine, caratterizzata da lesioni cutanee e infiammazioni. Si manifesta con la comparsa di cisti, noduli e lesioni infiammatorie soprattutto sul viso, dietro le orecchie e in altre zone ricche di ghiandole sebacee. Nei casi registrati a Seveso – circa 200 – si osserva che i sintomi persistono per lunghi periodi, talvolta anni, prima di regredire completamente, lasciando però lesioni persistenti. Nei primi anni successivi all’incidente, vennero effettuati numerosi esami clinici e di laboratorio sugli abitanti delle aree contaminate. In particolare, si analizzano gli enzimi epatici e diversi parametri del sistema immunitario, per valutare eventuali effetti della diossina sull’organismo. In alcuni casi si osservano alterazioni temporanee, senza alterazioni patologiche significative nella popolazione esposta. Le analisi sui feti abortiti Si stima che circa 90 gravidanze siano state interrotte volontariamente nelle settimane successive all’incidente. In alcuni casi (33) i feti provenienti da aborti spontanei o volontari furono analizzati per verificare la presenza di eventuali malformazioni o effetti tossici. Le analisi non evidenziarono alterazioni specifiche attribuibili alla diossina. Effetti a lungo termine Soltanto dopo 12 anni, i progressi dei metodi analitici consentirono di misurare la diossina nel sangue umano. Grazie alla lungimirante accortezza del prof. Paolo Mocarelli, le migliaia di campioni conservati congelati a -80° nel laboratorio di Desio poterono essere analizzati, riscontrando valori elevati (in alcuni casi elevatissimi) del tossico nel sangue delle persone della zona A. L’emivita (tempo di dimezzamento) della TCDD nell’uomo è stata stimata intorno ai 7-10 anni. Nei decenni successivi, gli studi epidemiologici hanno monitorato costantemente la popolazione esposta per valutare la mortalità e l’incidenza di tumori. Nella popolazione esposta non è stato riscontrato un aumento significativo della mortalità generale, né dell’incidenza totale di tumori. Soltanto l’incidenza delle relativamente rare neoplasie ematologiche (leucemie e linfomi) ha mostrato un significativo incremento percentuale. E oggi? la TCDD è riconosciuta come una sostanza tossica, persistente, capace di accumularsi nell’ambiente e negli organismi viventi. Gli studi condotti sulla popolazione di Seveso rappresentano uno dei più importanti esempi di monitoraggio epidemiologico a lungo termine e hanno fornito informazioni fondamentali per comprendere gli effetti cronici delle diossine.

La struttura del composto chimico “Diossina”

Il Bosco delle Querce e la Fondazione Lombardia per l’Ambiente

Nel febbraio 1977, la Regione Lombardia approva il progetto di costruire un forno inceneritore da ubicare nella zona più contaminata, per completare il processo di bonifica. Ciò suscita la significativa opposizione degli abitanti. Le autorità regionali accolgono le proteste della popolazione e mutano il progetto: nasce così il Bosco delle Querce, che ha recentemente ricevuto l’esclusivo riconoscimento di Marchio del patrimonio europeo – European Heritage Label. Una risposta, all’insegna della bellezza e della rinascita, ai proclami di morte successivi all’incidente. Sotto il terreno dell’area interessata sono presenti due enormi vasche impermeabilizzate, contenenti il materiale utilizzato per la bonifica, le case abbattute, le carcasse degli animali morti. Il tutto viene costantemente monitorato. Inoltre, l’esperienza di Seveso ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo di nuove norme di sicurezza industriale, culminate nelle tre Direttive Seveso adottate dall’Unione Europea. Non solo: parte dei risarcimenti ottenuti dalla Roche sono stati utilizzati per costituire la Fondazione Lombardia per l’Ambiente (FLA), che dal 2012 ha una sede anche a Seveso, destinata a ricerche sul tema ambientale e attività culturali.

Una fecondità nel tempo

Seveso, dopo i fatti della diossina, era data per morta. E invece, in maniera provvidenziale, in questi cinquant’anni sono nate opere educative, culturali e sociali, accanto ad altre preesistenti, come oratori e Caritas che hanno ridato speranza alla popolazione.

La mostra è a cura dell’Associazione culturale Don Mezzera e Comunità Comunione e Liberazione di Seveso, in collaborazione con la Comunità pastorale San Pietro Martire da Verona e Centro Ambrosiano di documentazione e studi religiosi, con il patrocinio del Comune di Seveso.

Felice Asnaghi

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