L’articolo di Andrea Rovelli venne pubblicato il 10 luglio 1993 sul “il Cittadino della Domenica” nelle pagine di Cesano Maderno

Una vera e propria catastrofe ecologica. Esattamente diciassette anni fa, il 10 luglio 1976, a seguito dell’esplosione di un reattore per la produzione di triclorofenolo e della conseguente fuoriuscita di diossina dallo stabilimento Icmesa, società per azioni facente capo al gruppo multinazionale svizzero Hoffmann – La Roche, Seveso ed i paesi limitrofi balzarono all’attenzione del mondo, vivendo giorni da incubo.
Il disastro ebbe caratteristiche drammatiche del tutto peculiari: non solo arrecò danni, anche permanenti, ad abitanti di diversi Comuni nelle province di Milano e Como, ma ne determinò l’evacuazione per circa un decennio: tanto occorse per terminare la difficilissima opera di disinfestazione e bonifica del territorio contaminato dalla diossina.
A distanza di tanto tempo, ritorniamo ai momenti cruciali di quella tragica vicenda con l’ausilio della ricostruzione dei fatti operata dalla Corte d’Appello di Milano, nella sentenza pronunciata nei riguardi degli amministratori della società italiana, in data 14 maggio 1985, sotto il titolo «l’incidente del 10 luglio 1976 e le sue conseguenze».
In territorio del Comune di Meda, ai confini con Seveso, esisteva fin dal 1946 uno stabilimento sotto la ragione sociale di Icmesa (Industrie Chimiche – Meda – Società Azionaria).
Nel periodo dal 1970 al 1976, salvo un’interruzione di circa un anno e mezzo, fra le varie produzioni di tale stabilimento vi fu quella del Tcf (2, 4, 5 – tricloro- fenolo), materia prima di base per la preparazione di altri prodotti, in particolare dell’esaclorofene, un disinfettante largamente usato negli ospedali. La produzione del Tcf Tc si svolgeva in un settore dello stabilimento, precisamente nel reparto “A101”.

Sabato 10 luglio 1976, verso le 5.30, l’impianto di produzione del Tcf fu fermato in coincidenza con la sospensione settimanale dell’attività della fabbrica. Lo stesso giorno, poco dopo le 12.30, i dipendenti che si trovavano sul luogo per lavori di manutenzione si accorsero che stava verificandosi qualcosa di insolito: udirono dapprima un forte sibilo e subito dopo videro uscire dalle condotte di scarico sovrastanti il capannone del reparto “B” per una ventina di minuti un forte getto di vapore bianco che dopo aver investito le piante all’interno dello stabilimento formava una nube densa ed estesa fino a notevole altezza, spinta dal vento in direzione sud-est.
Domenica 11 luglio, alle 17.45, si presentarono ai carabinieri di Meda il dottor P.P. e il dottor G.B., qualificatisi rappresentanti dell’Icmesa, per denunciare che il giorno precedente, durante una pausa di raffreddamento del reattore, si era prodotta nel capannone «B» un’inspiegabile reazione chimica per effetto della quale, a seguito della rottura di un disco di sicurezza, si era sprigionata una nube di vapore del Tcf, che causava danni alle colture circostanti.
I carabinieri diedero immediata comunicazione del contenuto della denuncia al sindaco di Meda, che provvide a far avvertire gli abitanti della zona limitrofa allo stabilimento perché si astenessero dal consumare prodotti dell’orto sino a quando non fosse stata accertata la natura del gas fuoriuscito. Nelle ‘ore e nei giorni seguenti si manifestarono gravi conseguenze dannose riguardanti non solo le colture e la vegetazione in generale. Cominciò infatti ad essere segnalata anche una moria di animali da cortile, soprattutto conigli. A partire dalla sera del 15 luglio, preoccupanti fenomeni allergici, quali orticaria diffusa, congiuntivite, edema del viso, manifestazioni eczematose, colpirono numerosi bambini e ragazzi fra i due e i quindici anni di età, ricoverati presso gli ospedali vicini. Le autorità amministrative locali emanarono i provvedimenti di emergenza ritenuti, al momento, necessari. In particolare il 15 luglio i sindaci di Meda e Seveso, a seguito di varie denunce di casi di intossicazione nel territorio della località San Pietro, prossima allo stabilimento, dichiararono inquinata la relativa zona e ne disposero la delimitazione mediante picchetti e cartelli, facendo divieto alla popolazione di ingerire o toccare prodotti ortofrutticoli e di avere contatti con la vegetazione.
Il 17 luglio venne ordinata la distruzione di tutti i prodotti vegetali, piante e animali della zona interessata. Lo stesso giorno il direttore del Laboratorio Chimico Provinciale, ispezionò la zona inquinata prelevando campioni di erba e di terra per le analisi.

Il 18 luglio il sindaco di Meda ordinò la chiusura dei reparti produttivi dell’Icmesa. L’esito delle analisi eseguite a Dusseldorf, in Germania, per conto della Givaudan (società da cui l’Icmesa dipendeva e che a sua volta faceva capo al noto gruppo chimico elvetico Hoffmann – La Roche di Basilea) fu reso noto ufficialmente il 19 luglio: il vapore sprigionatosi per effetto dell’incidente e diffusosi nell’atmosfera conteneva sostanze altamente tossiche, fra cui Tcdd (2, 3, 7, 8 – tetracloro- dibenzoparadiossina). La pericolosità della Tcdd, segnalata da alcuni incidenti fin dagli anni ’50 avvenuti nel corso del ciclo di lavorazione del tricolorofenolo, venne definitivamente accertata durante la guerra del Vietnam, dove massiccio fu il bombardamento chimico con erbicidi del tipo 2, 4, 5 – T, e portò alla proibizione dell’uso agricolo del Tcf.
Agli stessi risultati di Dusseldorf pervennero, nella notte tra il 23 ed il 24 luglio, le analisi svolte presso l’Università di Milano a cura dell’Istituto Superiore di Sanità e del laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi.
Il 24 luglio, due settimane dopo il disastro Icmesa, si decise quindi lo sgombero della popolazione da un’area determinata indicata come «zona A», dove si era accertato il maggiore inquinamento dei campioni: all’incirca un triangolo con vertice sullo stabilimento Icmesa e sviluppo verso sud. All’operazione di sgombero le amministrazioni locali provvidero con l’ausilio della forza armata il 26 luglio: vi furono interessate 225 persone, sistemate provvisoriamente in alberghi o presso parenti (quattro giorni prima, il 22 luglio, già ottanta bambini erano stati inviati in colonia per intervento dell’Amministrazione Provinciale di Milano).
La zona anzidetta fu recintata, con assoluto divieto di accesso, sotto il controllo dell’autorità sanitaria competente a provvedere alle operazioni di bonifica.
Nei giorni successivi, i risultati di ulteriori esami di laboratorio indussero ad ampliare la “zona A” che nella perimetrazione finale venne ad occupare una superficie di 108 ettari complessivi, quasi tutti in comune di Seveso e in minima parte di Meda e Cesano Maderno. Per effetto di tale ampliamento, il numero delle persone evacuate salì nell’agosto a 773.
Una seconda area a minor tasso di inquinamento, cosiddetta «zona B» fu delimitata su una superficie di 269,4 ettari, interessante una popolazione di 4.800 persone nei comuni di Seveso, Cesano Maderno e Desio: per tale zona l’autorità sanitaria dispose l’allontanamento diurno dei bambini al di sotto dei dodici anni e delle donne gravide fino al terzo mese, nonché l’adozione di rigorose misure riguardanti, in particolare, il rifornimento alimentare ed idrico.
Una fascia di rispetto, «zona R», fu stabilita attorno alle prime due zone per un’estensione di 1430 ettari nel territorio dei quattro comuni suindicati oltre che di Barlassina e Bovisio Masciago ed una popolazione complessiva attorno ai 22.000 abitanti.

Immagini riprese dal sito del “Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile”
L’incidente ebbe enorme risonanza nell’opinione pubblica mondiale, destando scalpore anche in sede comunitaria: non a caso la prima direttiva, n. 82/501/Cee e successive modificazioni, volta ad eliminare il rischio del ripetersi di simili catastrofici eventi, è comunemente ricordata come «direttiva Seveso».
La contaminazione della zona di Seveso, il primo incidente non bellico in cui è stata coinvolta massicciamente la popolazione civile, ha riproposto drammaticamente il problema della compatibilità fra stabilimenti “a rischio” e la vicinanza di insediamenti umani.
Anche a seguito di una inchiesta parlamentare, istituita con legge 16 giugno 1977, n. 357, gran parte dei danni alle persone e all’ambiente furono risarciti dalla multinazionale svizzera Hoffmann – La Roche.
Mai sapremo però, con esattezza, le conseguenze, gli effetti, l’entità e la gravità dei danni ecologici e, soprattutto, alle persone.
Per la diossina non si conoscono ancor oggi né antidoti né agenti decontaminanti di sicura efficacia, mentre sono stati confermati (oltre a effetti immediati o a scadenza più o meno lunga, per esempio cloracne) sia gli effetti cancerogeni, sia gli effetti mutageni.
Il disastro del 10 luglio di diciassette anni fa mise in ginocchio un’importante area della Brianza. La gente, oggi, orgogliosamente di nuovo in piedi, ricorda quella tragedia augurandosi che non si ripeta mai più, anche attraverso un più attento controllo da parte delle autorità sugli insediamenti produttivi pericolosi. Un futuro sereno non può non prescindere dagli insediamenti di un drammatico passato.
