Meda, dimora Avogadro, 31 agosto 1496.
di GIOVANNI ANTONA TRAVERSI E FELICE ASNAGHI

Conferenza tenuta il 26 febbraio 2026 presso la sala civica Radio a Meda
Ipotesi di lavoro
Il nostro compito è quello di individuare la dimora ove si incontrarono a Meda, il 31 agosto 1496, nientemeno che Massimiliano I d’Asburgo, Imperatore del Sacro Romano Impero, il legato pontificio cardinale Bernardino López de Carvajal, il duca di Milano Ludovico il Moro con la consorte Beatrice d’Este (che arriva in separata sede in carrozza), il vescovo, protonotario apostolico e maestro delle cerimonie Johannes Burckardt, l’ambasciatore della Serenissima Francesco Foscari, il vescovo di Concordia Leonello Chierigati (Il Concordiense), il diplomatico del Regno d’Aragona Francesco de’ Monti, nonché gli oratori del Ducato di Ferrara, della Repubblica di Firenze e della città di Bologna.
Il percorso
Per l’incontro a Meda, l’imperatore Massimiliano “arrivò pure colà, con circa 200 cavalieri” (scrive il Burckardt) e secondo il Foscari dopo una battuta di caccia “perché ha ordinato una caccia fra qui e Monza”. La compagnia parte dal castello di Carimate e percorre l’unica strada allora praticabile: la Canturina, seguendo lo stesso tragitto che, duecentocinquanta anni prima (1252), percorse fra Pietro da Verona per raggiungere Milano, partendo dal convento di Rondineto in Como insieme ad altri confratelli. Il 6 aprile egli venne ucciso in località Farga, proprio dove oggi sorge il santuario di San Pietro Martire. Farga, come già sappiamo, era un villaggio poi definitivamente soppresso nel 1760 dal governo austriaco, che ne suddivise il territorio tra i comuni di Seveso, Barlassina e Meda.

Il Castello di Carimate in una cartolina d’epoca
Il reparto probabilmente sceglie l’uscita secondaria nord del castello, quella che oggi è denominata “torretta del castello Airoldi”, in territorio di Novedrate, prospiciente sulla Canturina. Raggiunge quindi la cascina Rugabella; da lì la strada prosegue in un rettilineo che attraversa Cimnago, sopra la valle dei Mulini del fiume Seveso.
La compagnia (a mo’ di corteo) fa tappa al Mocchirolo (Monte Cairolo), villaggio fortificato sotto l’egida dei nobili Porro. A questo punto, a nostro avviso, il gruppo prosegue mantenendosi sul pianalto della Cavalla fino alla Valcera, per poi approdare nel territorio di Meda, in zona Cavallina. In pratica, sopra l’attuale Costa Malmarin (indicata come “costa Mornarino” nei catasti ottocenteschi di Lentate sul Seveso).
Perché, all’altezza del Mocchirolo in Lentate, il corteo non è sceso in valle percorrendo l’attuale viale Brianza fino alla Costa Malmarin? A quei tempi (a nostro avviso) la zona era un unico acquitrino, come dimostrato anche recentemente, il 22 settembre 2025, quando il Seveso è fuoriuscito dagli argini inondando il territorio circostante.
Poi il corteo imperiale armato percorre l’attuale via Manzoni e terminare la sua corsa in piazza Volta (“ul Spiazeau”), proprio dove oggi sorge l’antica dimora patrizia della famiglia Doro, sede del convegno.

Palazzo Doro, piazza Volta, Meda
Il momento storico
Il Quattrocento è un secolo di grande sofferenza economica per il monastero di San Vittore e per i borghigiani del luogo (si veda il precedente articolo “La controversia tra il monastero medese e il cenobio benedettino di Como nell’anno 1471”). La badessa era Violante della Mairola che, con l’aiuto del fratello Emanuele detto “il Rosso”, cercava, con metodi tutt’altro che ortodossi, di esigere dagli affittuari del monastero quanto pattuito e non.
A questo punto il console di Meda e i consiglieri denunciarono i fatti alle autorità, ottenendo un primo risultato con l’allontanamento del fratello della badessa. Al riguardo, Leandro Zoppé, nella sua Storia di Meda, riassume tutta la vicenda fino all’imprigionamento della badessa Violante:
«L’allontanamento di Emanuele lasciò via libera a coloro che lungamente ne avevano sopportato i soprusi. Anche questa volta non sappiamo come si siano svolti i fatti, ma al convento un gruppo di monache, capitanate da Antonia de Cavaleriis, con l’aiuto di alcuni membri della famiglia de Advocatis o Avogadri, esautorarono la badessa e la tennero rinchiusa in una stanza assieme ai più fedeli seguaci» (Zoppé, p. 149).
Le famiglie più importanti del paese erano due: la Porro e la Avogadro. Si alternavano nel presiedere la carica di console nel consiglio che reggeva il comune rustico. La vicina Lentate era il feudo dei Porro che a Meda gestiva il mulino sul Sevesetto e la dimora probabilmente era il fabbricato dell’attuale piazza Vittorio Veneto denominato “Ca’ Rustica” ove sopra l’arcata dell’entrata troviamo il caratteristico blasone familiare. Asnaghi nel suo Meda terra di fede e di lavoro descrivendo le proprietà Brivio-di Carpegna annota a piè di pagina che nella seconda metà del Cinquecento acquistano terre dai Porro. (Asnaghi pag. 153) Ricordo fu lo stesso marchese Annibale Brivio Sforza (1892-1988) che nel 1985 mi accompagnò da casa sua di via “Delle case rotte” alla sede dell’archivio di famiglia in via “Dell’Olmetto”.
Il censimento
I Porro con un matrimonio a Lentate si unirono con l’altra famiglia emergente e sempre più potente: la Avogadro. Lo Zoppé attingendo alle pubblicazioni del suo tempo e spulciando tra le carte dell’archivio di stato (Fondo Comuni parte antica) ci presenta le condizioni finanziarie dello Stato di Milano a metà Cinquecento. Condizioni a dir poco drammatiche che portarono ad indire nel 1544 un censimento della popolazione per poter racimolare 40 mila ducati. A Meda il censimento fu svolto l’anno seguente e vediamone i risultati comparandolo con quelli del 1178. «Nel 1178 avevamo visto esserci 217 nuclei familiari, che portavano a ritenere la popolazione essere superiore a mille anime; ora nel censimento del 1545 gli abitanti elencati sono 496 (ndr. vanno aggiunte 70 persone che vivevano nel monastero) e i nuclei familiari un centinaio (…). Su cento famiglie 50 erano braccianti e 19 massari, mentre 8 sono i gentiluomini milanesi. Le altre professioni così ripartite: 4 maestri da muro, 3 ferrari, 3 sonatori, 1 calderaro, 1 fornasaro, 1 sartor, 1 oste, 1 molinaro, 1 camparo e 1 maestro a lignamine». (Zoppé pag. 165)
Dal censimento traiamo coloro che avevano proprietà sulla quale dovevano pagare la tassa imposta. Proprio per questo motivo risulta che i dati fossero poco attendibili, ossia generalmente le persone avevano dichiarato il meno possibile. In ogni caso il risultato ottenuto ci permette di avere un quadro verosimile dei maggiori contribuenti. In primis il monastero che appare il maggiore proprietario con 1133 pertiche di terra. Seguiva gli Avogadro, la più cospicua famiglia di Meda che comprendeva 8 nuclei familiari proprietari tutti insieme di un migliaio di pertiche. Poi i Porro che si attestano a poche centinaia di pertiche. (Zoppé pag. 166)

Piazza Volto nei primi del Novecento
Bibliografia: Leandro Zoppé, Per una storia di Meda, Amministrazione Comunale di Meda, Artigianelli, Milano 1971. Felice Asnaghi, Meda terra di lavoro e di fede, Amministrazione Comunale di Meda, Elledici, Meda, 1986.
La famiglia Avogadro
Matteo Turconi Sormani in Le grandi famiglie di Milano così scrive: «La Avogadro era un ramo cadetto dell’omonima famiglia di Lucino, presso Como; è presente a Meda già nel XVI secolo ed antagonista di una altra famiglia potente che era quella dei Porro con proprietà anche a Meda.
La faida tra le due famiglie inizia per motivi patrimoniali legati all’eredità del castellano di Copreno, tale Ludovico Porro. Alla sua morte i beni (tra cui il castello di Copreno e più di 3500 pertiche di terra) passano nelle mani di sua figlia Giovannina. Costei, a sua volta li avrebbe trasmessi parte sotto forma di dote e parte per lascito testamentario alla figlia Apollonia che aveva sposato Paolo Avogadro di Meda. La sanguinosissima guerra tra i due casati comincia grossomodo attorno agli anni Trenta del XV secolo e termina ufficialmente con una pace siglata dai rappresentanti delle due famiglie di fronte al duca di Milano nel 1489. In realtà la lotta si trascina ancora per parecchio tempo il cui ultimo atto si consuma in quel di Meda con l’uccisione nel 1514 di Antonio Porro detto Boschino». Il potere di questa famiglia è evidente, il suo intervento è fondamentale nell’imprigionamento della badessa, occupa le cariche politiche più importanti, è proprietaria di terre alla quale vi lavorano diversi contadini e il giovane Giacomo, nel 1571 è attore con Gerolamo Arese della bravata del ballo sotto la frascata (vedi articolo Il ballo proibito dei signori Avogadro).

Stemma gentilizio famiglia Avogadro secolo XV di Avogadri: Di rosso a tre lucci d’argento, natanti uno sopra l’altro. È altro stemma dei Lucini avvocati della Mensa Vescovile di Como (Biblioteca Trivulziana, codice 1390 – p45 (g))
Ma dove si trovava la “frascata” sotto la quale si ballò?
O meglio ritornando alla domanda iniziale dove si svolse l’incontro imperiale quel 31 agosto 1496? La fine del XV secolo vede emergere una sola famiglia, la Avogadro. In paese al di là del monastero e della dimora dei Porro c’era la casa nobile degli Avogadro. Sappiamo che nel 1657 i Clerici acquistarono le proprietà degli Avogadro tra cui la dimora di piazza Volta oggi Palazzo Doro. Benché l’edificio (con il suo cortile interno) venne completamente ristrutturato, rimangono ancora mura antiche come quelle a ridosso della via San Martino. L’ipotesi che tale casa signorile sia stata il luogo di un incontro imperiale è accettabile e degna di essere presa in considerazione. Un appuntamento che sulla carta doveva essere decisivo, in realtà non portò a nulla, ma servì agli ambasciatori a per prender tempo rimandando ulteriormente le decisioni. La cronaca di quell’evento ci è pervenuta attraverso il resoconto di due testimoni oculari e grazie alle loro descrizioni: conosciamo i nomi dei diplomatici convenuti all’incontro con l’imperatore e che il convegno avvenne in una casa di nobili signori, in un primo tempo sotto una frascata (del cortiletto interno?) e poi nella casa stessa.

Rivisitazione del Catasto Lombardo Veneto del 1855. La zona interessata è la Piazza De Pietri con la relativa omonima costa. In particolare la casa civile Dell’Acqua (contrassegnata con il n. 4)
La prima descrizione è quella del vescovo tedesco Johannes Burckardt, il quale, in qualità di cerimoniere, dirigeva l’incontro, che doveva svolgersi secondo le regole e le forme in uso a quel tempo.
Johannes Burckardt nacque con tutta probabilità nel 1450 a Haslach, in Alsazia, nella diocesi di Strasburgo. Compiuti gli studi di diritto, esercitò l’avvocatura nel foro ecclesiastico. Nel 1478 fu nominato accolito e cappellano pontificio, nonché abbreviatore delle lettere apostoliche. Nel 1481 fu promosso alla carica di protonotario apostolico e successivamente divenne cerimoniere della cappella pontificia. Quest’ultima investitura, ottenuta dietro l’esborso della cospicua somma di quattrocentocinquanta ducati, lo impegnò intensamente per tutta la vita. Fece costruire un palazzo in piazza Argentina a Roma (tuttora esistente) tra il 1490 e il 1492.
Nel suo libro personale (Liber notarum) è riportata, di suo pugno e in elegante latino curiale, la cronaca dell’incontro imperiale avvenuto a Meda il testo è pubblicato in “LIBER NOTARUM AB ANNO 1483 USQUE AD ANNUM 1506″ (Edito in RR.II.SS. a cura di E. Celani, T. 22, Pt. prima, pag. 937 e seg., Città di Castello, 1911)
Luigi Antona Traversi, padre di Giovanni, si recò tra il 1991 e il 1992 a Venezia, rinvenne il documento e si premurò di tradurne il testo latino e qui lo proponiamo.
Domenica 28 agosto 1496 il legato e il duca con gli oratori si recarono a cavallo al monastero delle Agostiniane la cui abbadessa è sorella del duca sia pure illegittima; ivi si trovano circa 130 monache professe. Fu celebrata la messa coi cantori, si apprestarono faldistori per il legato e il duca; furono anche posti altri faldistori per gli oratori a sinistra e per lungo nel presbiterio, e a destra di traverso sedili per i prelati; e più sotto in piano, davanti ad un’unica lunga panca si diede il posto al conte di Caiazzo, don Galeazzo, e agli altri maggiori baroni del duca in numero di 6 circa e con loro Alessandro Bentivoglio che era ivi venuto come oratore del padre (…). Lo stesso giorno furono ricevute lettere del magnifico Sig. don Marquardo di Breisach, consigliere e segretario del serenissimo Re dei Romani Massimiliano, riguardo all’incontro colla Maestà del predetto serenissimo Re, il quale nei giorni precedenti, dalle sue terre, per Bormio ed il lago di Como, con circa 50 dei suoi (altri tuttavia in numero copioso lo seguivano) era arrivato nel castello di Carimate, a sedici miglia circa da Milano, ove s’era fissato e si riposava. Riferii queste notizie al reverendissimo signor legato, se per caso volesse darmi qualche incarico presso Sua Maestà. Piacque al reverendissimo che io andassi e che parlassi secondo l’idea avuta a Roma dal reverendo Cardinale Piccolomini, bene ed opportunamente mi raccomanda che non me ne andassi senza il permesso del duca di Milano il quale mi diede come compagno il Sig. Pietro (Crotti) cremonese, suo camerario perché a Carimate si occupasse del mio alloggio e di quant’altro. Arrivammo a tarda sera a Carimate, circa alle due di notte (alle venti attuali) e non era il momento di andare dalla regia Maestà, né fu possibile ospitarci in luogo. Ritornammo quindi nella località chiamata Lentate ove pernottammo distanti circa un milio e mezzo da Carimate. All’indomani ritornammo a Carimate ove la Maestà del Re mi diede udienza, a cui anzi tutto resi omaggio come si confà a un servitore. Venimmo poi a trattare del posto dovuto a sua Maestà nell’incontro col legato ove si sarebbe dovuta avvertire la differenza fra l’Imperatore incoronato e il Re dei Romani non incoronato ancora, e addussi gli opportuni motivi per cui il primo posto cioè la destra toccasse al legato. Erano presenti il Sig. don Enrico conte di Fustemberg e il predetto don Marquardo, secondo il parere e il consiglio dei quali si decise che al Re era dovuta la destra e il primo posto, in quanto già possiede il pieno governo dell’impero (…). Il 30 agosto, dopo il vespro, il reverendissimo sig. legato con l’illustrissimo sig. duca e il seguito andarono a cavallo a Monza per da lì recarsi dal serenissimo Re dei Romani. Il reverendissimo fu ospitato col duca nel castello; io e gli altri fummo ospitati nel pubblico albergo della Campana, se ben ricordo. Quella medesima sera il reverendissimo Sig. legato e l’illustrissimo duca (mi) diedero incarico affinché all’indomani, prima che si facesse giorno, andassi a Carimate dal serenissimo Re dei Romani ad annunziare a sua Maestà che il legato e il duca di Milano sarebbero venuti in quel medesimo giorno, secondo che da sua Maestà fosse disposto; e mi diedero un foglio d’ordine per ricevere la regia Maestà, come loro ritenevano opportuno. E volevano che lo mostrassi alla Maestà stessa così che Ella facesse sapere se voleva osservare quella forma od altra, poiché erano preparati ad obbedire ai suoi ordini. Questo era il tenore del predetto foglio:
“Pranzato di buon ora in Monza, il reverendissimo sig. legato con l’illustrissimo sig. duca andranno al borgo di Meda, ove saranno all’incirca alle ore I8 (le nostre I2) e aspetteranno la sacra cesarea Maestà, e al suo arrivo, alle diciannove (le 13) gli andranno incontro; il reverendissimo sig. legato incontrata la cesarea Maestà a mezzo miglio, scenderà da una mula, saluterà e onorerà, poi tutti insieme monteranno a cavallo, dopo aver pronunziato solo pochissime parole sulla felicità dell’incontro. In seguito dirigendosi verso Meda, il reverendissimo sig. legato che viene a onorare sua Maestà, lo pregherà di mettersi a destra, poi in casa il reverendissimo sig. legato presenterà il breve apostolico alla cesarea Maestà; e se l’udienza sarà al cospetto di molti darà alcune spiegazioni, se al cospetto di pochi, ne dara di più secondo la volontà di sua Serenità. La croce del reverendissimo sig. legato, come è dovuto, sarà portata alla destra, la spada della cesarea Maestà alla sinistra.
L’illustrissimo duca di Milano farà preparare e sistemare nell’atrio d’ingresso della casa di abitazione di un nobile di Meda, ove la Maestà del Re, il legato, e il duca dovranno incontrarsi, un frascato abbastanza ampio con un palco e un trono regale in testa e nel mezzo del trono uno schienale, e un baldacchino regale ornato con stoffe e cortine tutt’intorno, con tre gradini, e farà anche porre sedili da ambo i lati “.
(Ill.dux Mediolani parari faciet et ordinari in curia domus habitationis quorumdam nobilium in Meda, ubi Majestas regis, legatus, et dux debebant convenire unam fraschatam satis amplam cum thalamo et solio regali in capite et in illius medio, postergale et super celum regale pannis et auleis circum circa ornatum, cum ascensu trium passuum et scamna “hinc et inde poni).
Il 3I agosto, prima che si facesse giorno, mi allontanai da Monza e con me il sig. Marchisino Stanga, tesoriere ducale, con ordine del duca di andare a Carimate dal Serenissimo Re dei Romani: arrivammo colà prima del pranzo regale e dal Re non ci fu data udienza, ma ordinò che gli venissero comunicate le nostre istruzioni, il che fu fatto. Ci fece rispondere da uno dei suoi che sua Maestà verso le ore 20 (le I4) o poco prima, sarebbe stata a Meda ove il legato e il duca dovevano aspettare sotto il predisposto frascato e in nessun modo venissero a lui incontro prima che il Re vedesse il legato. Egli sarebbe disceso da cavallo e avrebbe accolto degnamente il legato; il Re voleva avere la destra cioè il primo posto a lui dovuto, e poiché sua Maestà non avrebbe fatto portare davanti a sé la spada, non si doveva perciò discutere della sua posizione. Ritornammo dal legato e dal duca che venivano insieme verso Meda e li incontrammo oltre Meda a due miglia all’incirca ed illustrammo le volontà del Re in tal guisa ricevute ed essi accettarono di osservarle. Arrivarono a Meda ad aspettare il Re sotto il predisposto frascato. Arrivò pure in quel luogo la duchessa di Milano in carrozza, con due altre carrozze che portavano il suo seguito e si unì al duca e al legato sotto il padiglione di frasche. Arrivò pure colà il re Massimiliano, con circa 200 cavalieri, e a lui vennero incontro il legato il duca e la duchessa fino all’ingresso del frascato: Il Re avendo riconosciuto il legato, scese da cavallo e lo abbracciò. Entrarono tutti insieme: il Re, il legato, il duca e la duchessa salirono sul palco. Il legato presentò al Re il breve apostolico, e il Re ricevendolo lo trasmise a don Marquardo, suo segretario, perché lo aprisse e lo leggesse; ed egli lo lesse pubblicamente, e dopo che fu letto, il legato tenne un discorso in conformità alle istruzioni impartitegli da Sua Santità, e in quella circostanza benedisse il Re conformemente alle medesime istruzioni, mentre il re il legato il duca e la duchessa stavano seduti sul trono, gli oratori e gli altri stavano attorno.
Finito il discorso del legato, il Re chiamati a sé i consiglieri che gli erano attorno, decise la risposta che don Marquardo diede in latino ben scritta e ornata; data queste (risposta) il Re, il legato il duca e la duchessa coi consiglieri del Re entrarono nella casa dei predetti nobili e nella camera preparata per il Re, escludendo tutti gli oratori. Ivi rimasero insieme fino alle 23 (le I7), alla quale ora il re montò sul suo cavallo e ritornò a Carimate.
(Finita oratione legati, rex, advocatis ad se consiliariis suis ipsum circumstantibus, decrevit responsum quod dedit d. Marquardus latine, bene composite et ornate; quo dato, intraverunt rex, legatus, dux et ducissa cum consiliariis regis domum nobilium predictorum et cameram regi paratam, seclusis omnibus oratoribus, ubi manserunt simul usque ad horam XXIII circa, quam horam rex ascendit equum suum et rediit Carima).
Dopo la sua dipartita, il legato, il duca e la duchessa ritornarono a Monza con gli oratori del re di Napoli, dei Veneziani, dei Fiorentini, e del duca di Ferrara i quali avevano partecipato a tutto quanto sopra riferito ed erano venuti a Meda con il legato e il duca.
Giovedì, primo settembre il reverendissimo Sig. legato e il duca di Milano con gli oratori dei sopradetti ritornarono a Milano e dopo di loro la duchessa.
Domenica, 4 settembre, dopo pranzo il reverendo sig. legato, il duca e la duchessa con pochissime persone salirono in barca, fuori Milano, presso porta Romana, e si recarono fin quasi ad Abbiategrasso, dove scesi dall’imbarcazione montarono a cavallo e cavalcarono a Vigevano ove già era arrivato il serenissimo re dei Romani; e rimasero ivi insieme molti giorni.

Palazzo Doro lungo la via San Martino
La seconda relazione è di Francesco Foscari, diplomatico della Repubblica di Venezia al seguito dell’Imperatore, coadiuvato da Marco Dandolo, altro funzionario veneziano.
Il Foscari è figlio di quella diplomazia veneziana che fu tra i primi Stati moderni a costituire una rete diplomatica presso gli Stati esteri. Sono conservati nella Biblioteca Marciana di Venezia dispacci che informano della situazione politica e perfino delle deliberazioni prese, in modo da tutelare la Repubblica di Venezia già dalla metà del Quattrocento. Venezia aveva aperto un’ambasciata perfino a Istanbul, già Costantinopoli, capitale dell’Impero ottomano sotto l’egida di Maometto II.
Il Foscari inizia segnando l’ora dell’incontro: le 18.00 del giorno precedente, ovvero le 12.00 (ora italica), in quel di “Meta”, ossia Meda. Da Figino, dove alloggiava, si reca prima a Carimate, poi a Lentate e infine a Monza per incontrare il legato apostolico, il cardinale Bernardino López de Carvajal. Qui, a Meda, i nobili erano “ridotti in una frascata” (posta nel cortiletto?), poi in parte vi rimangono e in parte si ritirano nell’edificio per dialogare con l’Imperatore.
Scrive che l’Imperatore Massimiliano I d’Asburgo, proveniente dalla Germania, era entrato in Italia attraversando la Valtellina, passando per Bormio, con il preciso intento di riscuotere fondi per la sua campagna militare contro la Francia di Carlo VIII. Il 31 agosto 1496 erano presenti il duca di Milano Lodovico il Moro, accompagnato dalla moglie Beatrice d’Este; il legato pontificio, cardinale di Santa Croce di Gerusalemme Bernardino López de Carvajal; il vescovo tedesco Johannes Burckardt; l’ambasciatore della Serenissima Francesco Foscari; il diplomatico del Regno d’Aragona Francesco de’ Monti; il bolognese Alessandro Bentivoglio; nonché gli oratori del ducato di Ferrara e della Repubblica di Firenze.

A sinistra: cardinale Bernardino López de Carvajal. A destra: Imperatore Massimiliano I d’Asburgo.
DISPACCI AL SENATO VENETO DI FRANCESCO FOSCARI ORATORE DELLA SERENISSIMA PRESSO MASSIMILIANO I
(in Archivio Storico taliano – tomo VII parte 2a – Firenze 1844)
Primo dispaccio del 30 agosto 1496
«Serenissime Princeps
Sua Maestà mi ha detto, che domani, ore quindici, debba conferirmi da lei; perché ha ordinato una caccia fra qui e Monza, terminata la quale vuole dare udienza al Cardinal Legato, che oggi è venuto a Monza col Duca di Milano.
Poi aggiunse di aver inteso da D. Erasmo Brasca, jer sera ritornato da Milano, che in Asti son poche genti Francesi; e si fortificano con fossi, bastioni e con tutti i mezzi possibili.
ex Figino, die 30 Augusti 1496 F. Foscarus orator».
Secondo dispaccio del 1° settembre 1496
Serenissime Princeps
Jeri a ore 18, tutti gli oratori ed io andassimo ad accompagnar Sua Maestà a Meta, miglia tre distante di qui, dove avea deputato l’udienza al Cardinal Legato.
Nel qual loco trovassimo Sua Reverendissima Signoria col Duca di Milano; e ridotti sotto una frascata, stando sopra un tribunale la Regia Maestà, e tutti gli altri in piedi, fu dal prefato Reverendissimo Legato presentato un breve credenziale a Sua Celsitudine, contenente anche alcune particolarità, spiegate poi a bocca. “Premissis aliquibus generalibus et efficacibus verbis” del paterno e sincerissimo amore del Pontefice verso di Sua Maestà, il Cardinale disse: essergli primieramente stato imposto da Sua Beatitudine di compartire a S.M. la paterna benedizione; Come fece. Poi si rallegrò e congratulò della felicissima venuta di S.M. in Italia, “et quod tam studiose curam supserit defensionis et liberationis Sanctae Romanae Ecclesiae, et totius Italiae a comuni hoste”, con beneficio ed onore della Santissima Confederazione; e che, seguito l’effetto predetto, S.M. potria andar a torre la corona dell’imperio: al qual tempo “alacri et paterno animo” sarà aspettata da Sua Beatitudine.
La quale, per onorarla, avea mandato la persona đi lui Reverendissimo Legato, ad incontrar S.M. “usque ad confinia Italiae; licet in simili casu (adventus scilicet aliorum imperatorum Italiam)” non sia consueto che alcun Cardinale venca più oltre dei confini della Chiesa: esortando finalmente, che, “his peractis”, si abbia da attendere alla spedizione contra gl’infedeli ; per la quale offeriva se stessa e le cose sue. Questa fu la sostanza dell’esposizione del Cardinale; il quale trattosi a parte, la Regia Maestà consultò coll’Illustrissimo Duca e tutti noi oratori la risposta: poi per D. Marqualdo, consigliere imperiale, “post verba generalia et gratiarum actiones”, cli fece dire: che S.M., mossa dalle macchinazioni, maligni pensieri, e prave operazioni del Re di Francia contra la Sede Apostolica, contra l’Italia e la Santissima Lega, “relicta Serenissima et castissima Uxore sua, relicta generosa prole, relictis denique omnibus rebus suis Germaniae et Imperii”, era discesa in Italia a portare opportuno rimedio a tutti gli inconvenienti predetti; per essere S.M. non meno desiderosa di procurare la liberazione della Santa Chiesa, la quiete e salute d’Italia, l’onore della Confederazione e di tutta la repubblica Cristiana, che la propria salute; ringraziando Sua Beatitudine della oblazione “contra infideles, quam alacri animo suscipiebat etc.”.
Quindi il Cardinale disse che voleva parlare “in secretis” alla Maestà Sua. La quale gli rispose, esser contenta; ma che ci potevano anche intervenire gli oratori della Lega, e duo ovvero tre del Duca di Milano assieme con Sua Riverenza. La quale pose la bocca alle orecchie di S.M., e con essa si avviò alla camera deputata a questo effetto e con loro il prefato Cardinale, la Duchessa, Galeazzo Sanseverino, e D. Erasmo Brasca.
Tutti noi oratori e il Reverendissimo Concordiense (ndr. il vescovo di Concordia Leonello Chierigati) rimanessimo sopra il tribunale; essendovi anche sotto la frascata l’orator Fiorentino, residente presso il Signor Duca, che tutto vide; sebbene non venisse sopra il tribunale alla proposizione e consultazione, che più avanti intenderà la S.V. –
E, stata S.M. coi prenominati per lo spazio di circa un’ora e mezza, ritornò; e posta a sedere con tutti gli oratori e signori predetti, furono mandati a parte gli altri, eccetto alcuni consiglieri di Sua Maestà e del Duca di Milano; e per D. Marquardo predetto fu parlato “in haec verba”.
«Avendo deliberato la Cesarea Maestà di entrare in Italia per le ragioni ed urgenti cause allegate, vuole intendere la opinione vostra; vale a dire: se, non essendo ora il Re di Francia potente, vi pare che la Maestà Sua debba procedere all’armi contro di lui, per assicurare e liberare l’Italia dall’imminente pericolo; ovvero che S.M. debba andare a Roma, “ad suscipienda debita insignia”».
Osservò poi che in effetto, se si desse tempo al Re di Francia, si faria forte, “et augeret vires suas cum damno et periculo etc.”: arricordando, che s’approssimava l’inverno; che l’esercito suo era ordinato; e che differendosi a principiare l’impresa, i danari si spendariano senza frutto; e poi sopraggiungendo l’inverno, non si potrà far bene alcuno. E voltandosi verso i due Reverendissimi Legati. li esortò a voler scrivere al Pontefice, che mandasse i sussidi promessi: e fece il medesimo verso il Magnifico M. Marco (ndr. Dandolo) e me, dicendo: che la Maestà Sua, dubitava, che la dilazione della S.V. a rispondere si circa i denari promessi, come i domandati ad imprestito, non procedesse da qualche sinistra opinione; persuadendoci a scrivere e sollecitare: dichiarandone poi, che S.M. desiderava che cadauno dei principi confederati avesse suoi rappresentanti alla dieta di Lindò (ndr. Lindau in Baviera).
Finito che ebbe, per il Conte di Fustemberg fu fatto segno al Reverendissimo Concordiense di parlare. Il quale dopo qualche renitenza fatta modestamente, volendo che dal Cardinale fosse fatto tale ufficio, disse: che lui consiglieria S.M. che, ora che il comune inimico non era potente, volesse prendere le armi, e non perdere questa occasione per liberare la Chiesa e assicurare l’Italia, con beneficio della Lega e di tutta Cristianità; perché differendo il Re di Francia cumuleria danari ed aumenteria le forze; soggiungendo: che dopo questa necessaria e santa opera, la Maestà Sua potria andare a torre la corona, la quale in alcun tempo non gli era per mancare: e che circa i sussidii da prestarsi dal Pontefice, come sapeva la Maestà sua, Sua Beatitudine gli aveva promesso uomini d’arme quattrocento; e che Sua Maestà li aveva voluti convertire in fanti duemíla, dei quali Sua Beatitudine, “pacatis rebus Regni Neapolitani et Ecclesiae” era pronta a sodisfarlo.
Quanto poi al convegno Lindoniense, Sua Signoria vi andrebbe, secondo il volere di Sua Maestà. Gli Oratori Ispani e il Napoletano parlarono anche loro “in eanddem sententiam”; aggiungendo però gli Ispani: che i loro Serenissimi Re erano con esercito potentissimo preparati ad entrare nella Francia, e che. non proseguendo Sua Maestà, conveniriano desistere; e che alla Dieta anderia uno di loro.

il duca di Milano Ludovico il Moro con la consorte Beatrice d’Este.
Io dissi:”quod agebam immortales gratias Majestati Suae”, che fosse tanto studiosa propensa alla saluta d’Italia, e che se V.S. aveva alquanto differito circa sussidii e le risposte predette, Sua Maesta non doesse Prenderne ammirazione: perché questo non procedeva da alcuna sinistra opinione, come aveva toccato D. Marguardo, ma da legittime e convenienti cause, come intenderia dalli due prestantissimi orator nuovamente eletti; dai quali conosceria pure l’opinione di V.S. circa le occorrenze a beneficio di tutta Italia. a onore e dignità della Confederazione e per questo pregava Sua Maestà che fosse contenta di aspettare la venuta di detti oratorí, ch’io giudicava fossero già in cammino, ovvero in procinto di partirsi. Quanto al rappresentante da esser mandato alla Dieta, dissi che scriveria. La Regia Maestà fece poi parlare il Duca di Milano; il quale disse che ringraziava Sua Maestà della sua venuta in Italia a defensione dello stato che essa gli aveva dato, offerendoli la persona e tutte le cose sue. Il Cardinal Legato parlò in conformità del Concordiense: e questi due furono riservati ultimi “tamquam Principes”. “Hís dictis”, la Regia Maestà fece rispondere per D. Marquardo: che laudava le opinioni nostre di assicurare prima l’Italia, e poi di andare a prendere la corona; e così faria: commendando il Duca di Milano delle offerte e prontezza sua alla salute in casa sua. Ma come di sopra ha inteso io non toccai parola “circa agenda”, rimettendomi in tutto alli preclarissimi oratori; quantunque D. Marquardo dimostrasse con le parole suddette, che tutti gli Oratori fossero della stessa opinione: certificando io V.S., che S.M. è rimasta molto contenta della elezione dei prelati oratori, ne avria più cercata alcuna risposta, se non la fosse stata indotta da chi V.S. sa bene; significandole ancora, che il Pontefice, per due efficacissimi brevi da me veduti e letti, impone al Cardinale, che in omnibus agendis faciat interesse” il Concodiense, “et simul agere et dirigere operationes suas”. secondo i ricordi e l’istruzione del detto Concordiense. E tuttavia il Cardinale fece ieri la consultazione predetta, “absente illo” per opera del Siqnor Duca, alle voglie del quale è deditissimo. E così mi ha affermato il Concordiense: il quale vedendo andare al colloquio sopradetto senza lui, disse verso di me: “Siate certo che costoro vanno a parlare dei fatti vostri e non mi vogliono fare intervenire, perché mi hanno sospetto”. La qual cosa gli fu tanto molesta, che più dire non si potria; e ha deliberato scriverne caldamente al Pontefice, con non poco carico del Cardinale.
Anche agli oratori Ispano e Napoletano è molto dispiaciuto d’essere statí esclusi e il Napoletano, che in effetti è più mobile che una foglia, vuole di ció querelarsi con Sua Maestà, e đannare questa opinione del Duca. Il Concordiense farà il medesimo; e non resta di irritar di continuo il Napoletano acciò facci a l’ufficio tanto più caldamente. L’Orator Fiorentino, chiamato dal Duca di Milano, si presentò sopra il tribunale al cospetto di S.M.: alla quale presentate lettere credenziali, disse alcune parole circa la osservanza del popolo Fiorentino verso la Maestà Sua, facendole umile e devota raccomandazione: e soggiungendo, essere stati creati due Oratori a S.M., dai quali più particolarmente intenderia l’ultima disposizione dei Signori Suoi. Trattosi da parte. Sua Maestà consultò la risposta con il Duca di Milano e noi oratori; e gli fece rispondere: che lo aveva veduto volentieri ed udito per nome di quella Comunità, la quale intendeva essere troppo dedita alle voglie del Re di Francia; e che, se voleva avere la grazia di S.M. dovesse ora porgergli aiuto contra i ribelli suoi e i nemici della Santissima Lega. Replicò l’oratore: che veniriano i prefati oratori a dichiarare più particolarmente a S.M. l’opinione del popolo prenominato. Fu anche fatta riverenza alla Maestà Sua dal figlio del Magnifico Giovanni Bentivoglio, dal Signor di Carpi, e da molti altri.
La Regia Maestà, stando il sopra il tribunale disse: che i tre fratelli Signori di Arco, erano in controversia fra loro; e ancorché fossero imperiali, tuttavia l’uno teneva la parte coll’Imperio, l’altro colla Illustrissima S.V. e il terzo col Duca di Milano; e che saria buono, che da S.M. da V.S. e dal Duca di Milano si facessero tre giudici e conservatori, che avessero ad intendere le loro differenze, e componerli e conservarli in quella composizione che dai tre deputati sarà conclusa; soggiungendo: “Haec remittemus agenda, quando erimus Mediolani”. Da poi S.M. interloquendum “disse: che espediria immediate lo Episcopo Tridentino, e il Preposito Brissinense, oratori destinati a V.S. appresso la quale voleva tenerli, parendogli così necessario nelle presenti occorrenze.
Oggi terzo giorno giunsero qui Angelo Datioli, segretario del Sig. Virginio Ursino e Troiano Papacoda, partiti dal Regno; i quali, avuta udienza da S.M., le notificarono voler andare in Francia; e questo stesso essere per fare il Signor loro: raccomandando a S.M. li figliuoli e lo stato del detto Signore. Sua Maestà rispose che potriano aver fatto e fare ancora migliori portamenti di quello che fanno; e massime il Signor Virginio, il quale, avendo alcun male, può sapere lui solo esserne stata causa.
La Regia Maestà si partì da Meda a ore circa ventiquattro e venne qui: l’illustrissimo Duca andò a Monza. Per la qual cosa non avendo potuto stare insieme, il Magnifico Messer Marco ed io deliberassimo di scrivere separatamente a V.S.
Cavalcando di ritorno con S.M. quella disse a tutti noi oratori: che domani dovessimo venire ad accompagnarla, perché voleva andare ad un loco presso Milano; e che noi andassimo a stare a Milano e così farò.
Ho avuto dall’amico, come la Cesarea Maestà ha ordinato all’oratore Napoletano che debba andare a Milano per arme, e subito ritornarsene come ha fatto; e questo perché vuole che vada continuamente con lei con quattro cavalli, e gli farà le spese; e vuole S.M. andare con pochissimi cavalli verso Genova e Fiorenza, che alcuno non lo sappia, e travestito per fare una delle due cose: o seguire l’armare contro Monpensier o seguire la impresa contro Fiorenza: e questo perché il Capitano Alvarade, che è a Pisa per nome di S.M., le ha scritto, che con millecinquecento provvisionati che sopraggiungessero a quella impresa, si faria gran cose contro la detta città di Fiorenza.
“Praeterea”, che S.M. si espresse: che forse V.S. è per concorrere alle dimande sue, avendo fatte elezione di due degnissimi oratori; ma quando non corrispondesse a quelle, è certissima che í disegni di V.S. non siano per avere effetto.
“Nec alia etc.”
Ex Figino, die primo Septembris 1496
Franciscus Foscarus Orator»

il centro storico del catasto teresiano del 1721
