Pietro Arienti: dalla Brianza ai lager del Terzo Reich

«Tutti parlano di memoria storica, sempre e comunque anche se poi l’elaborato che viene presentato è un ricordo delle vittime oppure una rievocazione dei fatti, una narrazione delle sofferenze piuttosto che la rappresentazione di una lotta. Tutti dimenticano sempre che i ricordi sono memoria soltanto quando i volti e le sofferenze delle vittime sono coniugati con i fatti, con le loro lotte e con le ragioni delle  lotte, quindi, solo quando sostanzialmente sono memoria e storia». (Gianfranco Maris – prefazione)

Lo studio di Pietro Arienti si commenta da solo: 512 pagine, 38 archivi consultati, oltre 100 libri letti e numerose interviste effettuate. Il volume è inoltre corredato da dati statistici e, soprattutto, da preziosi indici per paese e per nome che facilitano la ricerca. Il valore della indagine, in questo caso, si esprime anche nei numeri: 252 deportati politici, 40 ebrei e 1200 lavoratori coatti.

Il libro si apre con la descrizione delle forze repressive in campo: le guarnigioni SS tedesche e italiane e i reparti armati della Repubblica Sociale Italiana (RSI), sostenuti dalle Brigate Nere, dalla Ettore Muti e dalla Guardia Nazionale Repubblicana (GNR).

Le SS avevano il loro quartier generale a Milano e una sede a Monza, con vari distaccamenti sul territorio brianteo. Meda, nella fattispecie, era interessata dalla 29ª brigata del II battaglione dell’81º reggimento, comandata dal maggiore Paolo Comelli, coadiuvato dal tenente Luigi Ippoliti e dal sergente Flavio Calvo.1

A Seveso era sfollato il distretto militare delle Forze Armate. Al riguardo, l’autore annota con una nota di colore tipicamente italiana: «in questi distretti l’organico degli ufficiali era in soprannumero, in modo da assicurare a molti lo stipendio mensile».

Sempre a Meda, il comandante Francesco Placenti dirigeva la GNR, che aveva sostituito il reparto dei Regi Carabinieri, ritenuti non più affidabili. Il tenente Sandro Limonta era invece il comandante della Brigata Nera.

Il secondo capitolo elenca i luoghi di detenzione. Dalle carceri locali (a Meda erano nella sede della GNR) a quelle mandamentali di Desio e Erba, si passava agli scantinati della Villa Reale di Monza, dove si compivano torture, e infine al carcere di San Vittore, punto di smistamento dei deportati e luogo per eccellenza di atroci sevizie. Da Milano i detenuti venivano inviati al campo di transito e di lavoro di Fossoli (qui nel dopoguerra nacque Nomadelfia, la comunità fondata da don Zeno Saltini) o di BolzanoGries,.

Il capitolo dei deportati politici inizia in modo lapidario: «I partigiani combattenti furono i primi». Furono i primi a essere arrestati, torturati e deportati. Qui l’elenco è interminabile e commovente. Si inizia con i Gruppi di Azione Patriottica (GAP), braccio armato del Partito Comunista, che avevano il compito di porre in atto azioni eclatanti quali l’uccisione del federale Aldo Resega, del questore Camillo Santamaria Nicolini o l’attacco alla casa del fascio di Sesto San Giovanni. Essi pagarono un prezzo pesante per le loro azioni. Seguono i partigiani che operavano all’interno delle fabbriche, i quali, appena catturati, avevano una destinazione senza ritorno. A questo punto l’autore propone una serie di paragrafi dedicati a eventi specifici: retate, rastrellamenti, eccidi. Nel paragrafo “Meda, 17 marzo 1944” si narra dell’arresto e della deportazione dei medesi Antonio Busnelli, Rinaldo Giorgetti e Vincenzo Meroni. Seguono altri episodi come le retate di Bovisio Masciago, Cesano Maderno, Limbiate e Varedo, dove venne catturato il partigiano Vincenzo Pappalettera, autore del libro “Tu passerai per il camino”. Descrivendo il modo con cui i fascisti smembrarono il Comitato di Liberazione di Carate Brianza, l’autore menziona la bella figura di Augusto Cesana, già ricordato da Germano Nobili nel suo libro su Carate. E poi i sedici giovani arrestati dalla Brigata Nera di Seregno e trasferiti a San Vittore; i ribelli di Monza; le vicissitudini dei brigatisti della 119ª Garibaldi di stanza a Meda. Le donne, gli oppositori politici, gli operai delle industrie metallurgiche di Lecco e della Innocenti di Lambrate; la fine dei deportati socialisti di Monza al poligono di tiro di Cibeno.

Pietro Arienti, edito Bellavite – Novembre 2011

Nel capitolo successivo, Arienti esamina le cause della deportazione. Con la costituzione dell’Esercito Repubblicano, nell’ottobre 1943, il ministro per la Guerra Rodolfo Graziani si adoperò per il reclutamento. Dei 180 mila soldati attesi delle classi tra il 1918 e il 1926 (primo quadrimestre), se ne presentarono 100 mila. Scattarono allora i provvedimenti: rastrellamenti nei paesi, deportazione dei renitenti, ritorsioni sulle famiglie; e anche qui la lista dei deportati è corposa.

Scioccante il capitolo dedicato alla Shoah: dalle leggi razziali del 1938 alla morte nei lager. La requisizione, per mano dello Stato e dei Comuni, dei beni di privati cittadini che avevano il torto di professare la religione ebraica era accompagnata da delazioni, ingordigie, ruberie e privazioni. Drammatica la situazione di questa gente: da un momento all’altro la loro vita valeva meno di niente. Ben 40 ebrei furono deportati; molti altri trovarono rifugio in Svizzera o nelle case di persone semplici e coraggiose. Se il podestà di Erba diede il peggio di sé, il commissario prefettizio di Meda si distinse invece positivamente. La commozione che si prova leggendo questo capitolo è tale che si fatica a credere fin dove l’uomo sia potuto giungere nella barbarie.

Innovativo è anche il capitolo dedicato ai lavoratori coatti. Un argomento mai affrontato in modo esauriente e che l’autore ha saputo presentare in tutta la sua vastità. Si quantificano in 1200 gli operai trasferiti in Germania a lavorare nelle industrie pesanti, nei giacimenti minerari, nelle fattorie o nelle abitazioni private come aiutanti. Essendo gli uomini tedeschi impegnati al fronte, si avviò un massiccio reclutamento di manodopera in tutta Europa. Secondo il GBA, l’organismo creato per questo scopo, l’Italia avrebbe dovuto fornire un milione e mezzo di operai. Inizialmente si favorì il reclutamento attraverso una campagna propagandistica; in seguito, però, si passò allo svuotamento delle carceri e ai mezzi coercitivi: rastrellamenti e arresti nelle fabbriche. Un’illusione che svanì presto. Le rimesse non arrivavano, la svalutazione dimezzò il valore del denaro e il governo, per impedire tumulti e fame, decise di anticipare una parte dei compensi.

Meda, 18 marzo 2012, Pietro Arienti (al centro) presenta il libro

Nota

1 (ndr) Tutti e tre gli ufficiali citati furono uccisi, in modo diverso, al termine della guerra. Il maggiore Paolo Comelli venne massacrato e finito mentre era ricoverato all’ospedale di Cantù; il tenente Luigi Ippoliti fu fucilato da un plotone di partigiani; il sergente Flavio Calvo fu raggiunto da un colpo di moschetto a un posto di blocco partigiano mentre si recava in bicicletta a Seregno.

Felice Asnaghi

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