La Chiesa di Sant’Adriano a Olgelasca di Brenna

Tesi di laurea di Giulia Rossini, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Facoltà di lettere e Filosofia, Corso di laurea in Archeologia e Storia dell’Arte. Anno accademico 2018-2019

Mentre leggo la tesi di Giulia Rossini, la immagino intenta attorno a un tavolo a stendere carte d’archivio, ad aprire libri di biblioteca e a scorrere con abilità e sicurezza le pagine dei siti internet, con la stessa naturalezza con cui una massaia svolge le proprie faccende domestiche. L’oggetto dello studio, La Chiesa di Sant’Adriano a Olgelasca di Brenna (Como), costituisce un’opera importante perché prende in esame tutte le pubblicazioni storiche, archeologiche, architettoniche e artistiche finora divulgate. Con esse la laureanda dialoga, si confronta e, talvolta, ne critica alcune interpretazioni e scelte metodologiche.

Si tratta di un metodo di lavoro efficace, capace di trasmettere al lettore quella passione che invita ad approfondire ulteriormente l’argomento.

Esterno sud-est della chiesetta di Sant’Adriano

Già nelle prime righe dell’introduzione della tesi magistrale, la Rossini definisce la chiesetta come «un piccolo edificio romanico con elementi preromanici, che ospita al suo interno una serie di affreschi lungo le pareti della navata e dell’abside, datati tra il tardo Duecento e i primi del Cinquecento». Chiarisce poi lo scopo della ricerca: «approfondire le vicende storico-artistiche dell’edificio comasco in modo sistematico».

Nel primo capitolo, Stato degli studi, l’autrice propone un’articolata e preziosa disamina delle opere già pubblicate sull’oratorio di Olgelasca. Parte da Goffredo da Bussero che, nel celeberrimo Liber Notitiae Sanctorum Mediolani del 1290, conferma la presenza della chiesetta intitolata a Sant’Adriano, fino a citare don Carlo Annoni, parroco e storico di Cantù, che nel 1835 la descriveva come una «inferma chiesuola in mezzo a un campo». Seguono il saggio di Sergio Gatti del 1980, il volume di Leandro Zoppè del 1971, che collega la chiesetta al monastero di San Vittore di Meda, e un articolo anonimo apparso sul bollettino di Italia Nostra. Ampio spazio è dedicato alle pubblicazioni degli studiosi Frigerio e Martegani, Albuzzi e Zastrow, Ballabio, per concludere con la Storia di Brenna di Battaglia, edita nel 2014.

Il secondo capitolo assume una veste prettamente storica. Olgelasca e la sua chiesetta vengono inserite nel contesto territoriale e l’autrice ripercorre le vicende che hanno caratterizzato il villaggio nel corso dei secoli: dal periodo preromano a quello romano — con la centuriazione, la rete viaria e l’appartenenza al municipio di Como — per poi soffermarsi sul cristianesimo delle origini e sulla costituzione della pieve. Nel Medioevo Olgelasca era sottoposta alla giurisdizione civile e penale del monastero di San Vittore di Meda. Le pergamene tuttora custodite nell’archivio Antona Traversi, già monastero benedettino medese, raccontano molto della vita rurale dell’epoca; a tali testimonianze la Rossini aggiunge ulteriori notizie tratte dall’opera di Bugatto del 1582, biografo del monastero. Sappiamo che il comune di Olgelasca, e successivamente quello di Brenna, era tenuto a versare al monastero una tassa annuale, l’«intradega», ad Arialdo Gastaldo (o Castoldi), uomo di fiducia del cenobio medese, che alcuni studiosi ritengono possa essere il committente, o un suo discendente, raffigurato nell’affresco conservato all’interno della chiesetta. Il capitolo analizza inoltre le vicende comprese tra il XIV e il XVIII secolo, per poi soffermarsi sull’Ottocento e sul Novecento.

Il terzo capitolo affronta i problemi di natura archeologica. Si pone infatti la necessità di comprendere se, prima della costruzione della chiesetta romanica, esistesse un edificio precedente, così da accertare la presenza di un insediamento stabile. Tale ipotesi, inizialmente formulata come semplice supposizione storica, ha acquisito maggiore consistenza dopo il ritrovamento di una tomba contenente i resti di due donne.

Frigerio e Martegani sostengono l’esistenza di una signoria territoriale facente capo al cenobio medese, come attestano i documenti, ma ritengono che la chiesa non sia stata voluta dalle monache, bensì da un dominus detentore del potere locale prima dell’arrivo del monastero nella zona. L’oratorio sarebbe dunque nato come cappella privata del signore, messa a disposizione dei rustici dell’antica curtis di Olgelasca.

Secondo i due studiosi, la curtis non sarebbe sorta nei pressi dell’attuale abitato, bensì attorno alla chiesa. Essi fondano tale ipotesi sul toponimo in -asca, ritenuto indicativo di una dipendenza territoriale riconducibile a un signore locale precedente al dominio delle monache.

L’antica curtis non sarebbe oggi più identificabile poiché le abitazioni dei servi, costruite con materiali poveri e deperibili, sarebbero rapidamente scomparse con il declino dell’azienda agricola o con la diminuzione della manodopera servile. Per questo motivo Frigerio e Martegani propongono una datazione della chiesa al X secolo, in età preromanica.

«In conclusione — scrive la Rossini — la presenza romana a Olgelasca sarebbe testimoniata dai ritrovamenti archeologici del 1960, dal cippo in serizzo con iscrizione, dall’individuazione di una centuria e dell’antica strada romana; tuttavia il cippo non prova la preesistenza di un luogo di culto nei pressi della chiesa, bensì l’esistenza, nel IV secolo d.C., di una comunità locale con un forte senso religioso di carattere pagano».

Dal catasto e dalla documentazione archivistica finora conosciuta emerge che la chiesa, almeno dal Cinquecento, si trovava in posizione isolata, circondata da campi e boschi e distante dall’abitato. Non si può escludere del tutto che in età altomedievale sorgesse nelle vicinanze una curtis rurale, anche per la presenza del torrente Lotor, fondamentale per la sussistenza di un insediamento. Tale ipotesi, tuttavia, potrà essere confermata soltanto da uno scavo archeologico. Qualora quest’ultimo desse esito negativo, si potrebbe pensare a una semplice chiesa campestre utilizzata dagli abitanti del borgo di Olgelasca e costruita in quel luogo per ragioni legate alla morfologia e alla qualità del terreno». Altro tema fondamentale riguarda la dedicazione dell’oratorio a Sant’Adriano. Gli studiosi si dividono tra chi la attribuisce a un dominus loci e chi invece la riconduce all’iniziativa del monastero medese.

La Rossini assume una posizione equilibrata, ritenendo plausibile entrambe le ipotesi: «La chiesa potrebbe essere stata intitolata a Sant’Adriano sia dal dominus del fondo, come sostengono Frigerio e Martegani, sia dal gastaldo di Olgelasca, presumibile rappresentante del monastero».

Il quarto capitolo ripercorre le visite pastorali, che restituiscono un quadro realistico delle condizioni in cui versava la chiesetta agli occhi dei delegati dell’arcivescovo di Milano. Seguono le relazioni relative agli interventi architettonici effettuati nel Novecento, con particolare attenzione al restauro del 1982.

Il quinto capitolo, intitolato La decorazione pittorica, prende in esame il patrimonio figurativo dell’edificio. Anche in questo caso le prime informazioni provengono dalle relazioni delle visite pastorali. La chiesa di Sant’Adriano conserva una significativa serie di affreschi. Nel catino absidale sono raffigurati la Trinità in mandorla, circondata dai simboli dei quattro evangelisti, San Rocco e San Sebastiano; sulla parete absidale compaiono un santo orante, San Bernardino, Sant’Adriano e San Sebastiano. Sulle pareti meridionale e settentrionale della navata si trovano rispettivamente la Messa di San Gregorio Magno, San Tommaso, un santo vescovo, una Madonna in trono di cui restano soltanto alcuni lacerti e una Madonna del Latte.

Interno della chiesetta di Sant’Adriano

È necessario sottolineare come l’oratorio di Olgelasca sia stato interessato nel corso dei secoli da numerosi interventi pittorici che hanno portato alla realizzazione degli affreschi tuttora conservati. Nonostante le opere siano state eseguite in epoche differenti, i vari artisti sembrano aver mantenuto una notevole coerenza decorativa, evidente, ad esempio, nell’utilizzo della medesima cornice bianca, affiancata da due bande rosse, che delimita tutti i riquadri dipinti.

Sebbene oggi non si conservino ulteriori affreschi rispetto a quelli visibili, non si può escludere che in passato le pareti della navata e dell’abside fossero arricchite da altre scene o figure di santi, anche se nessun documento finora noto ne offre testimonianza. I riquadri pittorici della navata, inoltre, non sembrano essere stati disposti secondo due registri perfettamente sovrapposti, come ipotizzato da alcuni studiosi, bensì secondo una distribuzione più libera e irregolare, frutto di differenti commissioni, probabilmente private e laiche, succedutesi nel corso del tempo, come spesso accadeva nei piccoli oratori campestri.

A sinistra la Madonna del latte e a destra il Santo orante

Infine, i diversi interventi pittorici, realizzati tra la fine del XIII e gli inizi del XVI secolo, possono essere così riassunti: una fase romanica, testimoniata dal Santo orante della parete absidale; una fase gotica, rappresentata dalla Messa di San Gregorio Magno, da San Tommaso Didimo, dal santo vescovo della parete meridionale e dal San Sebastiano absidale; una prima fase rinascimentale, attorno alla metà del XV secolo, con San Bernardino; e una seconda fase rinascimentale, articolata probabilmente in più momenti tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, alla quale appartengono le pitture del semicatino absidale, il sottostante Sant’Adriano e la Madonna del Latte della parete settentrionale.

Parete meridionale: San Gregorio magno mentre celebra la santa messa. Prima del restauro del 1982

Si può inoltre osservare come soltanto la zona absidale sia stata interessata, nella seconda metà del XV secolo, da successive ridipinture che hanno determinato la sovrapposizione di stili differenti. Un’attività decorativa così intensa, sviluppatasi nell’arco di circa mezzo secolo, potrebbe essere collegata a particolari esigenze di devozione privata e di personalizzazione del culto, riferibili alle famiglie più influenti di Olgelasca e ai loro rapporti con il monastero di Meda, proprietario del borgo, all’interno di un piccolo edificio che, come si è visto, fu utilizzato soprattutto dagli abitanti del luogo. Anche Zastrow, Radaelli, Giorgetti e Pozzoli ritengono probabile che la chiesa di Sant’Adriano sia stata edificata per iniziativa delle monache di Meda, considerando il valore degli affreschi e la giurisdizione esercitata sul territorio a partire dal 1024, ed escludono quindi una committenza di carattere esclusivamente locale.

A destra Il miracolo della messa di san Gregorio magno dopo il restauro nel 1987. A sinistra San Tommaso Didimo e Santo vescovo nel 1987.

Nell’appendice sono riproposte, in ordine cronologico, le pergamene e le visite pastorali, mentre la ricca bibliografia è organizzata secondo l’ordine di pubblicazione delle opere citate.

Il volume si conclude con una raccolta fotografica in bianco e nero degli affreschi, corredata da disegni e mappe catastali.

Felice Asnaghi

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