La diffusione del cristianesimo in Brianza in età medievale

di Renato Mambretti

Renato Mambretti ha insegnato Storia della Chiesa medievale presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale e l’Istituto Superiore di Scienze religiose di Milano. Collabora alle attività del Dipartimento di Studi medievali, umanistici e rinascimentali dell’Università Cattolica di Milano. È membro del Comitato tecnico-scientifico della Fondazione Gaiani e del Comitato scientifico di «Archivio Ambrosiano». Nei suoi studi si è occupato in particolare di storia delle istituzioni religiose nel Medioevo.

Lezione tenuta il 20.04.1993 presso l’aula magna dell’oratorio di Meda, all’interno del ciclo: la Chiesa in terra di Brianza

Cartina medioevale

Il titolo di questa conferenza (La diffusione del Cristianesimo in Brianza) è impegnativo, perché richiama alla memoria gli studi di don Rinaldo Beretta, un sacerdote estremamente longevo e fecondo, che ha saputo coniugare il ministero pastorale con questa sua passione di storico. Don Rinaldo fu un maestro che non ha calcato le cattedre universitarie, ma ha lavorato in mezzo alla gente di Brianza. Questa sera ci soffermeremo su alcune istituzioni e movimenti religiosi più indicativi di altri, che hanno influenzato questo periodo storico: le pievi e parrocchie e gli ordini mendicanti.

1 capitolo. Pievi e parrocchie

Nella seconda metà del V secolo, in una situazione ancora confusa di diffusione del cristianesimo nell’Italia Settentrionale, a Roma, papa Gelasio I rivoluzionò il modo concepire la diocesi. Egli fece trionfare il principio del legame sacramentale nella delineazione della parrocchia o diocesi, in contrapposizione al principio latino della territorialità. La diocesi non era legata alla circoscrizione territoriale esistente ma al tipo di rapporto che si creava tra vescovo e popolazione.

Contemporaneamente andava definendosi l’ambito della giurisdizione vescovile e nelle campagne sorgevano cappelle, spesso a prescindere dall’iniziativa degli stessi  vescovi, ma per autonome attività missionarie (monasteri) o per volontà dei” possessores” cioè i latifondisti che volevano costruire luoghi di preghiera nei propri territori. Spesso questi edifici sorgevano su antichi luoghi sacri della religione pagana: templi, are, boschi, colline.

Anche le nuove dedicazioni (ai ss. Apostoli, a s. Stefano, s. Vittore, s. Vincenzo) sono per lo storico la spia dell’antichità della chiesa li sorta. Queste chiese godevano alcuni diritti episcopali: benedizione, educazione degli sposi in ambito sacramentale (battesimo, predicazione, insegnamento dei chierici e celebrazione dei riti funebri).

In particolare nel V secolo sorsero i primi battisteri non direttamente connessi alle sedi vescovili. Ricordiamo Riva San Vitale oggi nel Canton Ticino allora nella grande diocesi milanese e Galliano. Papa Gelasio si pose il problema di definire a quale appartenessero alcuni di questi oratori campestri e invece di seguire il principio della territorialità (diocesi secondo le leggi dei municipi romani), impose una nuova regola: «la diocesi non doveva essere definita da delimitazioni confinarie ma doveva essere costituita dal popolo dei fedeli che facevano capo al vescovo» (Violante). Si valorizzava cosi il legame sacramentale: una comunità rurale era unita al vescovo da cui aveva ricevuto i sacramenti del battesimo della confermazione. Gelasio, inoltre, proibì di mutare la rete di legami creatasi che costituiva quella fisionomia della diocesi che avrebbe avuto poi tanta fortuna sino ai nostri tempi. Ai fedeli era però concesso di farsi battezzare dal vescovo nel luogo che avessero ritenuto più idoneo. Questa contraddizione era segno della transitorietà dei tempi.

2 capitolo. I longobardi

Con il VI secolo aumenta notevolmente il numero delle testimonianze epigrafiche di natura funeraria sul territorio della chiesa milanese (anche se è difficile distinguere gli oratori privati da quelli di pertinenza episcopale). Ne abbiamo testimonianza a Garlate, Lecco, Agliate, Corbetta, Cassano d’Adda. Durante l’età bizantina, secondo gli approfonditi studi della Rossetti, vennero inoltre fondate le chiese battesimali di San Giuliano in Strada, San Giuliano di Vigonione, San Giuliano a Cologno Monzese. Quest’ultima, benché antica fu inglobata nella circoscrizione della Basilica di San Giovanni di Monza, di fondazione regia.

La basilica di Galliano a Cantù in una foto di inizio Novecento

L’istituzione della chiesa battesimale (Paroecia) costituiva il primo degli elementi caratterizzanti la futura organizzazione pievana. Mancava ancora la struttura territoriale, la definitiva circoscrizione.  Così il Cattaneo,  nel suo “Terra di Sant’Ambrogio” si esprime: «L’esistenza di chiese e battisteri non deve far pensare all’immediata creazione di pievi (…) per questo sono costituite da un centro con chiesa battesimale e altre località minori, i cui abitanti confluivano, appunto, alla chiesa plebana. Proprio  una qualche lentezza dell’evangelizzazione delle campagne, a causa della tenace adesione ai culti pagani, fa pensare a un succedersi di tappe o momenti che solo più tardi daranno la possibilità di costituire una pieve».

Basilica di Agliate, Affresco della Madonna delle Grazie

Nel VI secolo tra il 568-69 i Longobardi arrivarono in Italia attraverso le valli del Friuli e la loro venuta costituì un evento traumatico, di netta rottura con il passato e  motivo di grande perturbazione e movimento. Gregorio di Tours, nel suo Historia Francorum, (IV capitolo 41) così recita: “Spoliatis ecclesiis, sacerdotibus interfectis” (furono spogliate le chiese e uccisi i sacerdoti). Lo stesso Paolo Diacono, figura grande e nello stesso modo tragica di quel tempo, appartenente a quell’ultima generazione longobarda che comprende di essere sopraffatta dall’avanzata dei Franchi, nella sua “Historia Longobardorum” al capitolo 32  è lapidario: «In questo periodo molti nobili romani furono fatti uccidere per soddisfare l’avidità dei capi longobardi; gli altri furono  divisi fra i conquistatori e assoggettati al pagamento di un tributo (un terzo delle rendite). Così nei sette anni dopo l’arrivo di Alboino e di tutto il popolo, questi duchi sottomisero buona parte dell’Italia (…) saccheggiando e uccidendo i preti, distruggendo le città e stremando gli abitanti».

Il popolo Longobardo portava con sé un duplice problema: erano in gran parte pagani mentre negli strati superiori  convertiti all’arianesimo. Solo con il matrimonio tra Autari e la regina Teodolinda si compiono i primi passi di avvicinamento tra papato e i Longobardi. La tradizione riconosce a Teodolinda (benché scismatica tricapitolina) la fondazione di numerose chiese battesimali come San Giovanni in Monza, il battistero di San Giovanni in Varese, la chiesa di Fara d’Adda nella pieve di Pontirolo. In quel periodo si diffusero chiese o istituzioni private come, nel 745, ad Agrate, la chiesa battesimale con annesso lo xenodochio (luoghi di ospitalità per i pellegrini), San Salvatore, San Fedele, la chiesa battesimale di Desio. Con re Gremoaldo si avrà la definitiva conversione cattolicesimo, ma soprattutto egli permise il recupero di una cultura che inevitabilmente veniva a perdersi con la sconfitta per opera dei Franchi.

Duomo di Monza

3 capitolo. L’età francа

In un concilio (Roma 826) i vescovi stabilirono che le chiese battesimali, ora dette, dal popolo dei fedeli “plebes”, dovevano essere sottoposte all’autorità dei vescovi che rispondevano dell’amministrazione e nominavano arcipreti e non semplici diaconi. Nel sinodo di Pavia dell’850 si affermava che “come il vescovo era a capo della chiesa matrice diocesana, così gli arcipreti erano posti a cаpo delle pievi”, disposizioni confermate da un sinodo milanese quattordici anni più tardi. Questi nuovi centri ecclesiastici del contado furono istituiti presso antiche sedi battesimali, ma erano una realtà diversa per struttura e funzione. «La pieve era e il centro dell’organizzazione ecclesiastica della vita religiosa del contado. La chiesa pievana aveva peculiari funzioni di cura d’anime che consistevano essenzialmente nell’amministrazione dei sacramenti, nella predicazione e nella messa pubblica nei giorni festivi. In queste funzioni era indicato il fondamento dell’obbligo che avevano i fedeli di restaurare la chiesa plebana e di pagare ad essa la decima» (Violante).

La creazione di un territorio contribuì anche a determinare rapporti di dipendenza per le chiese rurali: si costituiva la “plebs cum capellis” in cui numerosi oratori o “tituli”, dipendevano dalla “plebs” che aveva il diritto di riscossione delle decime. Il termine ” plebs” per Milano è attestato, in realtà, in epoca piuttosto tarda (846).  “Plebs Sancti Stefani sita Legituno” (Leggiuno sul Lago Maggiore) e forse anche la chiesa di San Vittore a Missaglia attestata nel 835 svolgeva funzioni plebane.

4 capitolo. Età post carolingia o feudale

Numerose sono le tracce di crisi del clero rurale consistenti in un deterioramento della moralità e nella tendenza a dilapidare il patrimonio, tanto che un sinodo milanese del 864 così interveniva: «I redditi e i frutti delle chiese battesimali e degli altri oratori non devono essere nascosti dal clero, che li officia, nelle proprie case o nelle case di altre persone, così che le chiese non siano spogliate. Tuttavia i custodi delle medesime chiese si scusano di commettere queste infrazioni affermando che i medesimi proventi sono loro offerti, senza alcuna ragione, dai vescovi”.

Il canone IX del sopraccitato sinodo scomunicava i perversi che, senza alcun timore né rispetto divino, si dedicavano a rapinare i poveri e depredare le chiese. L’assemblea dei vescovi denunciava lo stato di insicurezza, spesso grave, in cui versavano le chiese e il clero.

Aveva lentamente preso piede il fenomeno di feudalizzazione delle terre delle chiese plebane per mano di potenti monasteri ma soprattutto di laici. I laici godevano dei diritti derivati dalla tassazione sacramentale della decima, di cui i vassalli episcopali godevano di una porzione uguale a tre quarti. L’ultimo quarto spettava ai chierici della pieve, i quali con questi soldi, dovevano provvedere a riparare  o costruire gli edifici, soccorrere i poveri, provvedere al proprio sostentamento.

Come esempio di questa condizione di sudditanza segnaliamo i Da Baggio. Questa famiglia, era titolare della pieve di Cesano Boscone, in cui sorgeva una “villula” donata al monastero di Vittore al Corpo, insieme ai diritti di decima e alla chiesa dall’arcivescovo Arnolfo II. Per questo il monastero riteneva di aver diritto all’esenzione dalla tassazione sacramentale; devastarono i beni del cenobio e all’abate non restò che rivolgersi all’imperatore Enrico III  (metà XI secolo) ed affermare: “Spiritualia arma non curant: secularibus illos superare nequimus” ( non si preoccupano delle armi spirituali; con le armi secolari non siamo in grado di imporre la nostra volontà).

5 capitolo. Pievi

Verso l’anno Mille la rete delle pievi si era definita e nel tempo dimostrò di essere in grado di superare i nuovi fenomeni dell’incastellamento (sec. X-XI) dovuto alla paura delle invasioni ungare e dello sviluppo dei nuovi  borghi (XII-XIII sec.), che pure incisero profondamente sulla fisionomia del territorio e sulla distribuzione della popolazione.

Gli arcipreti, dal canto loro dimostrarono di essere in grado di tener testa e di imporsi a lungo al sorgere dei diritti parrocchiali.

Dalla seconda metà dell’ XI sec. alla prima metà del XII sec. i vescovi ripresero il controllo delle pievi promuovendo un processo di riorganizzazione del clero secondo le forme di vita canonicale o in comune. I preti erano tenuti a mangiare assieme, dormire in stanze comuni, obbedire a regole ferree all’interno della canonica “caput plebis”. La vita comune fu la risposta al dilagare del  Nicolaismo (cioè la tendenza contraria al celibato) e alla Simonia (cioè l’attaccamento al denaro mediante il traffico di oggetti sacri) che minavano la credibilità del clero locale.

Secondo il Cattaneo, tra il 1067 e il 1149 a Milano si contavano dodici canoniche, mentre nel contado su una cinquantina di pievi se ne contavano dieci: Corbetta (anno 1170), Rosate (1144), Casorate(1157), Vimercate (1052), Monza (1120), Varese (1098) ecc…

Il rinnovato vigore delle istituzioni plebane e il sostegno degli arcivescovi favorì la continuità delle istituzioni e ritardò il processo di disgregazione che pure era già in atto. Nell’XI secolo in Brianza esistevano una quindicina di pievi, dal nord al sud: ,  Asso, Canzo, Incino, Garlate, Oggiono, Galliano, Mariano, Agliate, Missaglia, Brivio, Seveso, Desio, Vimercate e Monza.

Possiamo cercare di immaginarci l’aspetto di queste chiese magari sulla base di tracce architettoniche eloquenti come quelle della basilica di Agliate, Galliano o San Stefano di Vimercate: erano chiese ampie a tre navate con il vasto sagrato. Staccato dalla chiesa sorgeva il battistero con vasca, spesso a pianta ottagonale come ad Agliate, raramente circolare, a pianta quadrilobata come a Mariano Comense (XI sec.) o a pianta ottagonale esterna con cerchio interno con fonte ottagonale come ad Oggiono (XI secolo). Il campanile era quadrato, con bifore o trifore poste a settentrione. Si pensi a quello di Sant’Eufemia a Incino d’Erba munito di alta torre a base quadrangolare, archetti pensili di ampiezza decrescente verso l’alto in da dare l’illusione ottica.

Mariano Comense. Battistero

A sud si trovavano le case dei canonici spesso trasformate in chiostri quadrangolari, come il cortiletto accanto al Duomo di Monza. Qui risiedeva il clero presieduto dall’arciprete poi denominato ” preapositus” (in certi casi come a Monza si è conservato il termine iniziale come segno di maggior importanza) a cui erano affidate le responsabilità dell’amministrazione sacramentale ed economica. Seguivano in modo piramidale i sacerdoti, i diaconi, i subdiaconi, i chierici reclutati sul territorio ed istruiti nella canonica ove era possibile avere libri e maestri. Al momento di ricevere gli ordini sacri i giovani chierici venivano portati a Milano per essere esaminati dal cantore degli ordinari e consacrati dall’arcivescovo.

Nel territorio del piviere con la scusa del suffragio ai defunti e l’ufficio per la festa del santo, sorgevano cappelle che, con l’andare del tempo, finirono per scatenare i fattori disgreganti dell’unità territoriale della pieve. Tuttavia non mancarono esempi di resistenza.

Ad esempio la chiesa di San Giovanni a Monza (forse la più determinata nel difendere i diritti della parrocchia) nel 1102 aveva stipulato un accordo con Ermelina, badessa del monastero di San Nicolò di Sesto San Giovanni, con la mediazione dell’arcivescovo Grosolano e il cardinale Bernardo degli Uberti legato di Pasquale II. Si stabiliva che il sacerdote eletto dall’arciprete e incaricato della cura d’anime nel monastero, non potesse ” visitare virum et mulierem nec paeni tentiam dare, nec puerum baptizare, nec sepelire, nec missam, aut divinum ufficium celebrare” (non potesse andare a far visita ad uomo o donna di Sesto, né esercitare il sacramento della confessione, neppure battezzare, né seppellire, né celebrare la santa messa o l’ufficio divino) nemmeno nelle località soggette al monastero di Sesto.

Anche nella stessa Monza in località Ingino era sorto un monastero femminile dipendente direttamente dall’autorità papale “iure beati Petri”. Agli inizi del XII secolo il monastero aveva tentato di arrogarsi alcuni diritti parrocchiali quali la celebrazione delle messe per fedeli esterni al cenobio e la facoltà di seppellire i morti nel cimitero del cenobio stesso. La reazione del clero pievano fu decisa e spietata: al sacerdote fu strappata la casula durante la celebrazione e fu spinto lontano dall’altare; cimitero del cenobio cimitero fu violato; i cadaveri defossati e gettati in altro luogo, dopo aver allontanato le monache, chiesa e cenobio furono distrutti.

Onorio I e Innocenzo II intervennero ed obbligarono canonici, che opposero notevole resistenza, a ricostruire il monastero e a riconoscere alle monache il diritto seppellire i fedeli che avessero desiderato. Fatta salva “iustitia et reverentia matricis ecclesiae” (salvaguardia dei diritti economici della chiesa madre). Un altro caso di resistenza alla disgregazione è rappresentato dalla chiesa matrice della Valassina intitolata a  San Giovanni Apostolo in Asso che svolse le sue funzioni spirituali in tutta la valle, garantita dall’unità del battistero e dal diritto di riscossione delle decime sino alla fine del XIV. Più tardi sorsero sul territorio diverse cappellanie. Tra il XII e XIII secolo si definirono i poteri della “vicinia” sia in ambito urbano che sul territorio rurale. Questa organizzazione, legata alla parrocchia, riuniva gli abitanti di un villaggio o rione attraverso una solidarietà economica e l’organizzazione sociale del culto religioso. I vicini si trovavano nei giorni festivi per la messa, si riunivano poi sul sagrato o in occasione del funerale di uno di loro e cogestivano l’amministrazione della parrocchia (uno dei primi diritti strappati alla pieve).

Sappiamo che in Milano, nel 1209, il prete officiale di San Satiro affittò una casa appartenente alla chiesa con il permesso della maggioranza della vicinia. Identica procedura venne utilizzata nel 1275 dai “vicini” di San Giovanni Conca.

Un altro esempio di affermazione dei diritti delle nascenti parrocchie rispetto alle pievi è costituito dall’episodio inerente all’azione e alle iniziative degli abitanti del borgo di Meda.

In Meda la cappella di Santa Maria in foro era già costituita in parrocchia nel 1138: sacerdoti erano eletti non dal pievano di Seveso ma dal dominus del luogo, la badessa del monastero (Giulini III libro pag. 275). Infatti verso per la fine dell’anno 1138 l’arcivescovo Robaldo sentenzia la lite tra Martina, badessa del monastero di San Vittore e il prevosto della pieve di Seveso. Il prevosto si recava nella chiesa di Santa Maria in foro nella piazza o mercato del paese, situata ai confini della sua pieve, ogni anno per celebrare la festa di Sebastiano. Qui veniva invitato a pranzo dal cappellano; al sabato santo vi mandava l’olio santo e l’acqua benedetta per battezzare i fanciulli. Pretendeva perciò di aver diritto alla nota del cappellano. Contro queste motivazioni la badessa del monastero di San Vittore sosteneva che il cenobio era il padrone di quella chiesa; che i contratti sui beni ad essa appartenenti si facevano con il suo consenso; che sempre ella e non altri, aveva fatta l’elezione dei cappellani ponendo i segni dell’investitura sopra l’altare. Sei testimoni garantivano la veridicità  delle affermazioni della badessa e il vescovo Robaldo le diede ragione. Tra i sottoscrittori ecclesiali compare la firma di Galdino della Sala, allora cancelliere, in seguito arcivescovo responsabile della ricostruzione di Milano dopo la disostruzione avvenuta per mano del Barbarossa.

Nel 1176 i “burgenses” di Meda, il cui numero era cresciuto, come essi stessi affermavano essere di duemila unità, sostenevano che l’elezione del sacerdote spettasse ai parrocchiani poiché essi mantenevano coi loro beni il prete. Se appunto nel 1176 il pontefice Alessandro III aderì alla richiesta della badessa Letizia, vietando di costruire in Meda una nuova chiesa o oratorio (come invece avevano richiesto gli abitanti del borgo affermando di essere in duemila e di aver bisogno di due preti), vediamo che la parrocchia è già da tempo costituita (riceveva l’acqua per battezzare i fanciulli) con una popolazione in grado di mantenere con i propri beni il rettore della chiesa; nel contado aveva acquisito una posizione giuridica particolare da quando il vecchio castello con il mercato si era evoluto in borgo incastellato. Gli “homines” diventando “burgensens” acquisivano una posizione più libera rispetto al signore monastico, più cosciente dei loro diritti (G. Picasso)

Un altro esempio si trova in Busto Arsizio. Busto era nel XII secolo un locus entro il piviere di Olgiate Olona. Nel 1212 la sua chiesa di San Giovanni Battista era divenuta da semplice cappella a parrocchia con un proprio battistero e con un sacerdote di stabile residenza. Ai vicini spettava la scelta del sacerdote e la presentazione all’arcivescovo. Dal 1240 il paese conobbe un notevole sviluppo demografico, tanto che un secolo dopo, nel 1343 i consoli del Comune si rivolsero all’arcivescovo per chiedere la creazione di un secondo posto di cappellano presso la chiesa di San Michele. Essi affermarono «multiplicatus multum numerus personarum dicti burgi, eo modo quod predictus rector Sancti Johanis solus non poterat commode ipsis personismi divinius servire et eisdem ministrare ecclesistica sacramenta» ( si è molto esteso il numero delle persone del borgo di modo che il rettore di San Giovanni non poteva comodamente servire tutti per amministrare i sacramenti).

Nel 1440 Filippo Maria aveva riconosciuto l’autonomia di giurisdizione civile a Busto, ma la struttura ecclesiastica cambiò solo sotto san Carlo Borromeo (1583).

6 capitolo. L’insediamento degli ordini mendicanti

Mentre gli oratori, le cappelle, le vicinie aggredivano la compattezza territoriale della pieve, nel XIII secolo un nuovo fenomeno turbò questa trasformazione.

L’insediamento degli ordini mendicanti  quali domenicani, francescani, carmelitani, agostiniani, umiliati (si veda articolo “Brianza, le domus degli Umiliati” pubblicata nel sito) entro il perimetro urbano e in misura minore per il contado, scatenò una serie di gravi problemi di coesistenza e di rapporto con precedenti istituzioni. Chi erano questi mendicanti? Perché la loro presenza sul territorio lombardo creò quella serie di problemi cui accennavamo? Consideriamo il caso dei frati minori francescani che forse è il più emblematico.

Santuario di San Pietro Martire (Seveso).
Durante la festa di Calendimaggio viene esposta la roncola con cui fu ucciso il santo domenicano Pietro da Verona nel 1252

I primi francescani si presentarono alle popolazioni lombarde come Minori. Sulla scorta dell’esempio carismatico di Francesco e dei suoi primi compagni (siamo nei due primi decenni del secolo) essi percorrevano le strade di Lombardia senza nulla chiedere per sé: né rendite, né stabili dimore, né pubblici riconoscimenti, né ruoli sociali definiti (cura d’anime). Erano semplici lavoratori ambulanti, poveri mendicanti, “minori” nel senso etimologico del termine (per quel tempo), volevano testimoniare una vita di povertà, di distacco dalle cose del mondo, tanto che i cronisti di allora non li notarono.

Nel XIII secolo iniziò una vivace penetrazione nel territorio: a Milano nel 1200, a Bergamo nel 1230, a Varese tra il 1241-43, a Monza e Vimercate nel 1253.

Si costituirono una serie di insediamenti dando vita, a fine secolo, alla Provincia che era delimitata da Aosta, Lago di Garda, Vercelli e Lodi. A Monza c’erano tre custodie: il convento di San Francesco (1260), uno in contrada Olmo presso Pratum Magnum, l’altro in Santa Maria in Strada (1348).

Ad Oreno (1251) nasce un monastero grazie ad un lascito di Federico di Oreno in località collinetta, su cui ancora oggi sorge. Nel 1279 probabilmente per iniziativa missionaria di quelli di Oreno, si fonda l’ospedale di San Giovanni in cui già esistono maestri e lettori.

Il monastero di Desio, fondato, secondo la leggenda da Sant’Antonio da Padova, venne poi soppresso.  

A Cantù un convento era presente dalla metà del Duecento, mentre a Mariano Comense, secondo una leggenda, venne Sant’Antonio da Padova nell’anno 1228. Esiste un attestato del 1239 in cui è chiamato un francescano a gestire un lascito per i poveri.

I Minori, nell’organizzare la rete dei propri insediamenti verso la fine del XIII, seguirono criteri autonomi, che si sovrapponevano e certo non rispettavano le antiche circoscrizioni ecclesiastiche.

a) articolazione per affinità linguistiche in modo da facilitare l’azione pastorale della predicazione;

b) infittirsi di insediamenti dalla periferia al centro, cioè laddove più elevato era il numero degli abitanti;

c) erano privilegiate le arterie del traffico commerciale nord-sud.

In questa nuova fase mutarono, dunque, le modalità di presenza sul territorio. Non più predicazione nomadica, ma grande rilievo dato al convento (con annesso il problema questua). Grazie alla esemplarità della loro vita essi furono accolti e favoriti dagli arcivescovi tanto che dal diritto alla predicazione essi passarono presto a godere degli “iura parochialia” (confessione, celebrazione di messe per vivi e morti).

La situazione a Milano continuò tra frizioni e contese perché gli ordini mendicanti finirono per monopolizzare i testamenti delle persone pie. Tuttavia i pontefici si espressero sempre a loro favore.

Si offrirebbe però una visione parziale se ci si limitasse a mettere in luce le difficolta.

I frati minori, ma in generale quelli appartenenti agli ordini mendicanti, seppero anche porsi quale anello di collegamento tra il mondo delle pievi e delle parrocchie e la nuova sensibilità religiosa che si diffuse tra la popolazione nel basso Medioevo.

Meda, museo chiesa parrocchiale.
Statua di san Francesco, opera dello scultore Cesare Busnelli

7 capitolo. Le confraternite

Nelle parrocchie e nelle chiese plebane, accanto alle vicinie aveva preso quota e si era largamente diffuso il mondo delle Confraternite. Esse erano associazioni laicali di ispirazione e con finalità religiose.

Stendardo dei Confratelli di Meda

Alcune linee generali:

Riunioni periodiche per la recita delle preghiere, confessione comunitaria delle colpe, ascolto predica e partecipazione alle messe, processioni, funerali.

Esse rappresentavano un momento associativo di educazione alla fede, con scopi antiereticali, sino divenire i collaboratori laici degli inquisitori (IV Concilio lateranense).

Tra gli scopi della confraternita vi era anche il sostegno materiale: i membri provvedevano a seppellire i propri defunti, assistevano i malati, si aiutavano economicamente o rivolgevano l’aiuto all’esterno mediante la distribuzione di viveri ai poveri, l’assistenza ai carcerati e servizi funebri per l’intera collettività.

A Gallarate tra gli impegni della locale confraternita detta Scola di Sant’Antonio, c’era quello di riscattare i compagni eventualmente imprigionati per malefatte.

A Lonate Pozzolo gli “scolari” della Consortium Beatae Virginis Mariae distribuivano le elemosine ai poveri nel giorno dell’Ascensione.

Bibliografia

G. Andenna, Aspetti dell’organizzazione pievana milanese nella prima età medioevale, in Atti del 11°congresso di Spoleto, Spoleto 1989.

C. Violante, Pievi e parrocchie nell’Italia centrosettentrionale, in Le istituzioni ecclesiastiche, Milano 1977

G. Andenna, Pievi e parrocchie nel basso medioevo, Roma 1984.

A. Palestra, L’origine e l’ordinamento delle pievi in Lombardia, ASL 1965.

G. Picasso, Una lettera graziosa di Alessandro III, Milano 1971.