5 novembre 1922: il “caso Caronni”

La notte maledetta di Cabiate

Nel 1922 l’Italia fu sconvolta dagli eventi: il 28 ottobre si svolse la Marcia su Roma e il 31 ottobre Mussolini varò il primo governo del ventennio fascista. A Meda, nell’agosto dello stesso anno, la cooperativa socialista di piazza Cavour fu devastata da tre squadre fasciste provenienti da Seregno, Cantù e Monza; seguirono le dimissioni del sindaco socialista Nicolini. Ma questa è un’altra storia, che racconterò con dovizia di particolari a tempo debito.

Pietro Caronni (1904-1922)

Pietro Caronni, classe 1904: fascista, si fa per dire, come molti suoi coetanei, pagò con la vita il prezzo dell’inesperienza dei suoi diciotto anni. Quella sera maledetta il giovane non avrebbe dovuto esserci. Il fratello maggiore, più coinvolto nelle questioni politiche, aveva rinunciato a seguire il gruppo per assecondare le insistenze della moglie incinta; Pietro ne prese il posto.

La sera di domenica 5 novembre 1922, terminate le celebrazioni per l’inaugurazione del Monumento ai Caduti medesi e quelle del “4 Novembre”, un gruppo di giovani in camicia nera salì sul tram diretto a Cabiate con l’intento di provocare disordini. Giunti in piazza della chiesa, partì un colpo di pistola e Pietro stramazzò a terra morto.

Meda, 5 novembre 1922. Inaugurazione del Monumento ai Caduti

Fu un omicidio? Un incidente fra camerati? Neppure il processo seppe dare una risposta. Le voci che circolarono a Meda e a Cabiate furono molte. Due erano le più accreditate: quella dell’incidente fortuito e quella del delitto passionale, poiché quella sera numerose ragazze seguivano la comitiva. Una sola cosa è certa: Pietro Caronni, durante il ventennio fascista, fu considerato un martire.

La via per Cabiate (via Como) prese il suo nome e in suo onore furono organizzate commemorazioni descritte dagli organi di stampa. In particolare nella rievocazione del 18 dicembre 1932 fu collocata sulla tomba del giovane “martire fascista” una targa commemorativa. 

Corriere della Sera del 19 dicembre 1932

Il Popolo della Lombardia del 24 dicembre 1932: articolo scritto dal medese Franco Fusetti

Fin dall’inizio venne dato enorme risalto alla “faccenda Caronni”: bisognava dimostrare che gli avversari del fascismo ricorrevano alla violenza. In realtà si seppe che fu  un giovanotto del gruppo che sfortunatamente sparò ma venne protetto dal partito. Diciamo solo che egli lavorò come dirigente presso un’importante industria tessile medese e morì in tarda età mentre al suo posto giovani di idee socialiste e antifasciste vennero arrestati, brutalmente pestati e accusati di omicidio premeditato. Ragazzi che, come sentenziò il parroco di Cabiate, erano “di primo pelo, incapaci di far del male a una mosca”.

Grazie all’impegno deciso del parroco di Cabiate, che scomodò avvocati e deputati  e sindaco per dimostrare l’inconsistenza delle imputazioni a loro carico, gli arrestati vennero prosciolti dalle accuse di omicidio. Alla loro liberazione contribuì anche la mancata denuncia da parte dei genitori di Caronni, che non vollero prestarsi ai giochi politici consumati sulla pelle del figlio.

La gente di Meda portò sempre riconoscenza alla famiglia: non a caso il busto di Pietro, coronato d’alloro e posto nella tomba di famiglia, non venne mai deturpato, neppure durante il periodo dell’insurrezione.

Dal libro cronaca parrocchiale di Cabiate

Libro cronaca dove don Filippo Canali descrisse in modo dettagliato gli avvenimenti seguiti alla morte di Pietro Caronni

«Anno 1922. L’ottobre passò tranquillo. Ma nel novembre si scatenò sul nostro paese un furioso temporale morale. Il giorno 5 domenica di novembre a Meda s’era inaugurato con così tanta solennità il bel monumento in memoria ai Caduti. Una squadra di fascisti di Meda con un buon numero di signorine accompagnavano sul tram fino a Cabiate la banda e i fascisti di Cantù, scesero alla stazione di Cabiate, si inquadrarono al canto di Giovinezza e si misero in cammino per Meda. Un oste in piazza Garibaldi (n.d.r. oggi piazza Cavour) gridò ai ragazzi che ancora stavano giocando, che erano quasi le 23: “Vengono i fascisti”. I ragazzi gli andarono incontro pronunciando qualche parola sconveniente. Giunta la squadra dei fascisti all’altezza di via Garibaldi, presso il prestino Caldera, se ne staccarono alcuni con le rivoltelle in pugno, rincorsero i birichini che se la diedero a gambe. Furono sparati alcuni colpi. Il grosso della squadra era giunto in piazza della chiesa, quando si sentì in via Ponte cantare da un ubriaco Bandiera Rossa. Cosa sia successo nessuno ha potuto sapere, fu sparato un colpo di rivoltella e cadeva mortalmente ferito uno della squadra fascista, un certo Pietro Caronni di Meda. Lo scompiglio subentrò tra i fascisti e molti con le signorine infilarono la strada di Meda e quatti quatti ritornarono alle loro case. I più sfegatati e i capi squadra sollevavano il fascista e veniva battuto anche in malo modo alla porta della trattoria della Stella. Lo trasportarono là dentro, si cercò il medico a Meda e dichiarato trasportabile, il ferito fu caricato sull’automobile (…). Fu trasportato a casa sua dove verso le due di notte moriva dopo essergli stata data l’assoluzione e l’estrema unzione dal parroco di Meda. Giacente il ferito ancora a Cabiate, cinque fascisti si erano recati alla salumeria di Ermenegildo Barni in cerca di ghiaccio, spavaldamente lo richiesero e lo pretesero dal figlio Augusto che era solo sceso ad aprire a quegli energumeni. Avuto il ghiaccio a passo di marcia ritornarono sui loro passi intimando passo libero. Alcuni giovani che rincasavano dopo essere stati a giocare nella trattoria Cazzaniga a quelle grida fuggirono e si rintanarono in una stanza che guardava la via principale. Non si sa ancora da chi sia venuta l’idea, la trovata di andare a cercare i presunti autori dell’uccisione del Caronni. Guidati da un cattivo “arnese” del paese, fattosi da poco tempo fascista, salirono alla stanza dei fratelli Galimberti (Papéta), dove trovarono i tre fratelli e un tal Paolo Aldeghi. Li dichiararono senz’altro in arresto e li condussero alla trattoria della Stella dove li manganellarono ben bene … Così ancora di notte arrestarono Luigi Turati e un tal Ambrogio Cappellini (Merlo) che già si trovava a letto. Tutti e sei furono tradotti in caserma dei carabinieri a Mariano. Giunto il mattino, sparsasi la notizia del fattaccio e dell’arresto di quei poveri infelici, grande timore e trepidazione si impossessò di tutti per paura di altre rappresaglie o vendette. Cominciarono presto a giungere da ogni parte truppe di fascisti di ogni risma, di ogni specie, graduati e semplici militi come altrettanti lanzichenecchi di famigerata memoria. Si installarono nel circolo vinicolo (n.d.r. via Roma), che già avevano occupato durante la notte. Là tennero un tribunale sui generis, dove durante la giornata furono tradotti, interrogati e manganellati barbaramente una dozzina di individui. Sette di questi furono tenuti in arresto e tradotti a Mariano a far compagnia agli altri sei. Tutti giovani di primo pelo, incapaci di far del male ad una mosca. Quattro di questi tornavano da Mariano alla sera verso le 23, dove erano stati al cinematografo dell’oratorio. E tutti si tennero in arresto sotto la gravissima imputazione di “omicidio premeditato in correità tra loro”. Ognuno può immaginare lo stato in cui si trovava il paese. Facevano brutto contrasto le bandiere che i fascisti avevano voluto issare ad ogni finestra delle case. Impediti con manganelli gli assembramenti, chiusi i pubblici servizi, il dolore e il lutto dominavano ovunque. La mattina del martedì alle ore 9 fu celebrato un ufficio solenne per il defunto Caronni. Nel pomeriggio del mercoledì gran parte della popolazione, tutte le associazioni, scuole, clero, autorità si riversarono a Meda per presenziare agli sfarzosissimi funerali di Caronni, che riuscirono una grande sfilata-rivista di fascisti delle due provincie Milano-Como. A sera gran parte d’esse si portavano a Cabiate, dove fu inaugurata con discorsi una lapide di ricordo, murata sulla casa colonica di proprietà Padulli, vicino al luogo dove cadde ferito il Caronni. Facciamo voti che questa, specie per le infami parole scolpite, abbia in un presto domani a scomparire o per lo meno, cambiata la dicitura. Adesso bisognava pensare ai tredici disgraziati che da Mariano erano stati trasportati a Como nelle carceri di San Donnino sotto quell’infame imputazione. Per interessamento del parroco venne in paese l’avvocato Lorenzo Spallino al quale fu affidata la difesa di quei disgraziati (…). Chiuso e occupato dai fascisti il circolo era occasione di malcontento nella popolazione la quale però rimaneva calma, perché si era fatto capire che ogni cosa poteva inasprire o addirittura peggiorare la posizione dei poveri carcerati. Otto giorni dopo il fattaccio vennero da Como il Procuratore del Re, il Giudice istruttore, il Cancelliere e una vera corte marziale. Furono interrogati i capi fascisti di Meda, ma questi, dopo otto giorni di tempo, ebbero avuto campo di formulare trucchi, alibi, incolpando di tutto la povera Cabiate, mentre da tutti si diceva che era stato un errore tra loro fascisti. Quell’individuo che aveva sparato in piazza Garibaldi (Piazzö) girando per la via Rho, giunto lì aveva sparato colpendo per sbaglio il povero Caronni alla nuca. La palla, come l’autopsia rivelò, si era sdoppiata nel cranio e fermata parte nel cervello, e parte vicino all’orecchio. Questo diceva che il colpo era stato sparato da lontano. In quel sopralluogo furono interrogati vari testimoni i quali deponevano a favore dell’innocenza dei poveri carcerati. Altre testimonianze in seguito erano raccolte specialmente dal parroco e mandate a chi di competenza. Ma tutto inutilmente. Del fatto si era impossessato il partito fascista, perché alla pacifica e più ovvia soluzione ne doveva venire a loro alcun smacco, tiravano il tutto per il lungo. Intanto però i poveri giovani soffrivano e soffrivano pure le loro famiglie, che oltre non avere a casa i figlioli a guadagnare, dovevano spendere per provvedere un loro discreto sostentamento. A qualcuno era venuto in mente di fare una colletta per aiutare le famiglie dei carcerati. Approvata e incoraggiata dal sindaco (n.d.r. rag. Vincenzo Colombo amministratore di casa Padulli) e dal Parroco, venne ostacolata e impedita dai fascisti, dietro intimidazioni e minacce di olio di ricino. L’olio di ricino a quei tempi era all’ordine del giorno: quando i fascisti volevano punire, vendicarsi di qualcuno, gli facevano trangugiare una buona dose di olio di ricino obbligandolo ad una purga forzata. La sera del 19 dicembre la popolazione era in subbuglio perché si aspettavano da Milano alcuni nazionalisti (n.d.r. Dannunziani in camicia grigia) che avevano promesso il loro intervento per combinare la riapertura del Circolo dei Rossi. Il parroco era andato dopo le ore 20 alla stazione ad accompagnare un suo fratello (n.d.r. fratello laico residente a Roma). Fu visto dalla ronda fascista locale, che aveva procurato anche l’intervento dei fascisti di Meda, i quali incoraggiati, sostenuti  (…) avevano scelto Cabiate come campo della loro azione e di ribalderia (…). Quella sera del 19 dicembre chiamarono alla sede del fascio un tal Battista Longoni a cui diedero una delle solite purghe. Alle 10.30 (ndr. 22.30), chiamarono anche il Parroco che già si trovava a letto e che fu invitato a recarsi alla sede del fascio sotto pretesto che si dovesse discorrere del modo di pacificare il paese. Introdotto il Parroco da quei ribaldi forniti di manganello e moschetto, il ribaldo maggiore che tutti sorpassava in altezza e cattiveria, vomitò contro il parroco un sacco di rimproveri ed infami calunnie: (…) insomma tutte le accuse fatte da “Caifasso ” a Domineddio e inoltre quella di essere bevone. “Promette lei di non sparlar più del fascio e fascisti, promette lei di non impicciarsi più nelle cose successe?” gli fu chiesto. Il parroco rispose queste sole precise parole: “Prometto di essere e di fare il parroco di Cabiate “. Grande indignazione suscitò questa chiamata del parroco, qualcuno (n.d.r. il medico Introzzi) si staccò dal fascio stesso. Tutti, senza eccezione, la deplorarono e la esecrarono.

L’ing. Luigi Padulli, sempre primo nelle buone iniziative di beneficenza, presentò a vigilia di Natale un suo progetto di colletta pro carcerati intitolata “Pro hominibus bonae voluntatis”.

Il parroco approvò senz’altro, ma gli propose di mandare il foglio anzitutto all’avvocato (…) per assaggiare le sue intenzioni. Questi lo respinse in malo modo, aggiungendo che mancavano per l’appunto gli uomini di buona volontà. L’ing. Padulli non si diede per vinto e propose la cosa al signor Giuseppe Rho fu Carlo. Questo, non sapendo nulla, prendeva il foglio e proprio la mattina del Natale lo presentò al suddetto avvocato perché vi facesse la sua firma. Fu respinto furiosamente. Allora si impossessò del foglio il figlio del suddetto Rho, ragionier Antonietto e altri due giovani (Agostoni Isacco e Somaschini Pierino) si misero a girare il paese. Alle sei di sera avevano già raccolto £ 900. Alla sera del giorno di Santo Stefano, raggiunsero la bella somma di £ 2.500 in modo che potessero dare alle famiglie 177 lire per ciascun carcerato. La cosa diede sui nervi ai fascisti, che tentarono presso il Prefetto di Como di mettere la contravvenzione ai promotori e agli incaricati.

L’articolo è tratto dalla pagina de “Il Cittadino” del marzo 1996

Lunedì 11 marzo 1923: scarcerazione e ritorno di Conti Raffaele, Fusi Adelmo e Rho Pio.

Sabato Santo 31 marzo 1923: scarcerazione degli altri dieci: Aldeghi Paolo, Beretta Andrea, cappellini Ambrogio (Merlo), Colombo Alfredo, Galimberti Ettore, Galimberti Giovanni, Galimberti Carlo, Galimberti Giuseppe, Longoni Luigi e Turati Luigi.

La scarcerazione avvenne per i ripetuti interessamenti dell’onorevole Conte Giulio Padulli e del Sindaco Rag. Vincenzo Colombo».

La puntigliosa ricostruzione degli avvenimenti inerenti alla morte di Pietro Caronni, trascritta sul Cronicon dal curato di Cabiate don Filippo Canali, ci permette ad un secolo di distanza, di rivisitarli con adeguato distacco, liberi da ogni animosità, e di trarne considerazioni obiettive.

Alla fine della guerra la lapide posta sulle mura della cascina Allievi-Campee venne tolta e portata ai genitori del Caronni, i quali la consegnarono al Colombo-Pastee capo della comitiva che andò a Cabiate quel giorno. Alla domanda se fosse stato lui ad uccidere il loro figlio, lui rispose perentoriamente di no. La lapide andava portata a qualcun altro della compagnia. Anche l’ultimo albero del Viale delle Rimembranze di Meda (quella posta sull’incrocio della via Cialdini) essendo titolata a Pietro Caronni, una notte di fine aprile 1945 fu tagliata e fatta sparire da alcune persone di Cabiate.

A proposito del Duce e del periodo fascista: Sul muro di via Torquato Tasso (la cûrt di Bii – famiglia Rho) che si affaccia sullo slargo che porta all’Ipporonco, si leggeva fino a pochi anni fa la scritta in perfetto stampatello: «Solo Iddio può piegare la volontà fascista, gli uomini e le cose mai!».
Era uno degli slogan lanciati da Mussolini nel 1935, durante il messaggio al popolo italiano nel tredicesimo anniversario della Marcia su Roma: si sono mantenuti visibili sino alla sua cancellazione, perché fatti con la tecnica dell’affresco.

Dato il ripetersi di episodi di intolleranza fascista nei confronti dei cattolici anche a Meda, come in tutta la diocesi, si era costituita la sezione dell’Avanguardia Cattolica, titolata a don Guglielmo Ballerio morto nel gennaio 1922. Il loro compito era quello di salvaguardare la fede cattolica da cattivi costumi ma anche quello di vigilare durante le processioni. Portavano un gagliardetto con la scritta “O Cristo o morte” degna sfida al motto fascista “Me ne frego”.

Felice Asnaghi