di Danilo Zardin
Danilo Zardin è dal 2001 professore ordinario di Storia moderna presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove aveva iniziato l’attività di ricerca prima di essere chiamato all’Università di Genova per un periodo di insegnamento negli anni 1992-98. Fa parte dei Consigli direttivi dell’Accademia Ambrosiana-Classe di studi borromaici e della Fondazione Maccarrone per la «Rivista di storia della Chiesa in Italia». Al centro dei suoi studi è il sistema culturale e religioso dell’Europa di Antico Regime, con speciale riferimento a Milano e alle terre lombarde.
Lezione tenuta il 30.04.1993 presso l’aula magna dell’oratorio di Meda, all’interno del ciclo: la Chiesa in terra di Brianza.

Barlassina, parrocchiale di San Giulio. La Cappella della Madonna dell’Aiuto con gli affreschi di Bernardino Luini
Cercherò di offrire un quadro generale della situazione religiosa durante il Cinquecento in cui ben si inseriscono le vicende della Brianza e di Meda. Lucienne Febvre, storico francese, nella conclusione della sua opera Il problema dell’incredulità nel secolo XVI, pubblicata nel 1942, espone questa osservazione: «Oggi il cristianesimo è un’idea fra tante altre, che alcuni condividono ed altri no, ma un tempo, nel secolo XVI, non era così. Un tempo il cristianesimo era l’aria stessa che si respirava in quello che noi chiamavamo l’Europa; era un’atmosfera in cui l’uomo viveva la sua vita, tutta la sua vita, e non solo la vita intellettuale, ma anche quella privata con i suoi gesti molteplici, quella pubblica con le sue preoccupazioni diverse, la sua vita professionale, quale ne fosse l’ambito, in qualche modo fatalmente, indipendentemente da ogni volontà espressa di essere credente, di essere cattolico, di accettare la religione. Perché oggi si sceglie di essere cristiano о по, nel secolo XVI nessuna scelta, si era cristiani di fatto».
Lo scenario rivendicato da queste righe mi sembra veramente suggestivo perché ci riporta ad un mondo andato in frantumi, in cui la religione cristiana era il cemento della società. Essa invadeva i modi con cui pensavano la propria vita, il proprio destino, organizzavano l’uso del tempo, l’impostazione del lavoro, della famiglia e l’educazione dei figli. Il cristianesimo era l’essenza di una cultura che tendeva ad abbracciare la totalità della vita, una cultura che si trasmetteva non soltanto nelle aule delle scuole, che non era una questione di dotti, ma un modo di affrontare l’esistenza, una mentalità che si trasmetteva anche attraverso la memoria, la tradizione orale, la ripetizione di gesti e quindi un patrimonio di tutta la società, anche delle persone meno istruite o che non sapevano leggere o scrivere. Tipico di questo è l’esempio delle donne anziane, che imparavano sin da piccole, a furia ripetere meccanicamente le litanie, il rosario, tutta una serie di preghiere anche molto complicate di cui magari non afferravano il significato di qualche parola; però se ne impadronivano ed erano capaci di trasmetterlo ai loro figli. Con questo non si vuole idealizzare un tempo veramente cristiano. La realtà della Brianza e delle campagne lombarde non era un mondo di devoti, tanto che l’elemento più vistoso era la mancanza della coerenza etica, cioè dell’incapacità di svolgere o affrontare tutti i particolari della vita alla luce dell’insegnamento della fede alla quale si credeva. La fede era accettata come la grande ancora a cui tutti si aggrappavano, ma non sempre aveva la capacità di modellare i rapporti sociali, tutti i particolari della vita quotidiana.

Vorrei fare l’esempio del clero lombardo che operava prima dell’entrata in scena del Borromeo. Spesso dai documenti delle prime visite pastorali risulta che il clero non era istruito, non era esperto di teologia, capace di fare grandi discorsi e a volte la sua condotta personale lasciava a desiderare se misurata con il metro insegnato nei seminari dopo la riforma avviata dal Borromeo.
Il caso del prete che aveva una sua famiglia, che conviveva stabilmente con una donna ed aveva dei figli era una condizione diffusa. Non mancava il prete che frequentava l’osteria, partecipava ai giochi, ai divertimenti, alle danze della comunità. Al prete non si chiedeva di interpretare in maniera fedele un certo modello di condotta morale privata scritta e definita sui libri, ma piuttosto di svolgere certi compiti, offrire un servizio che era ritenuto indispensabile. Al prete si chiedeva di battezzare i bambini appena nati, seppellire i morti. Uno dei motivi frequenti di litigio era quello del prete pigro che si rifiutava, nelle sere d’inverno, di uscire di casa ed attraversare qualche chilometro in mezzo la campagna e magari coperta dalla neve per recitare le preghiere di suffragio.
Si chiedeva al prete di svolgere il ruolo di intermediario tra la comunità ed il mondo della divinità: se poi nella sua vita privata si comportava con una certa disinvoltura, molti erano disposti a chiudere un occhio. L’importante era che non fosse motivo di disordine, di scandalo all’interno della comunità. Ad esempio si poteva tollerare che certi preti convivessero con una donna ma non che infastidissero quelle sposate.
Se non era la coerenza etica il punto di forza del cristianesimo prima dell’insediamento del Borromeo, quali erano le direttive fondamentali?
Essenzialmente due:
a) la protezione per l’individuo;
b) la vita pacifica all’interno della comunità.

Museo chiesa Santa Maria Nascente, Meda.
Stendardo processionale con raffigurato san Carlo Borromeo
Il cristianesimo offriva una protezione per l’individuo in rapporto alle sciagure più grandi che potevano abbattersi nella sua esistenza, di fronte alla morte, alla malattia, al rischio, alla necessità, poi, di dare un significato alla sua esistenza. Il cristianesimo era visto come protezione, come insieme di riti che garantivano e tutelavano la vita degli uomini della comunità. Basterebbe pensare all’importanza delle indulgenze, la ricerca del miracolo, la venerazione delle immagini ritenute miracolose e dei santi protettori che riparavano dalle malattie.
Una sfera dove il confine tra religione e superstizione era molto sottile, dove in certi casi il cristianesimo poteva unirsi ai riti magici. Ci si rivolgeva al santo per richiedere la guarigione, la soluzione di certi problemi, ma se il santo non interveniva allora scattava la vendetta e la recriminazione.
La vecchietta che raccoglieva la rugiada dai campi benedetti, la persona devota che teneva in casa l’ulivo od addirittura in alcune località il suono delle campane a Pasqua, esprimevano il bisogno di una protezione materiale. Poi, magari erano le stesse persone che partecipavano alle processioni, che si confessavano e comunicavano.
In sostanza il cristianesimo era vissuto come insieme riti, segni che proteggevano e difendevano dalle incognite, dalle paure e dalle contraddizioni esistenti.
Il secondo punto, certamente il più incisivo e per questo evitato dagli storici, era che al cristianesimo era richiesto di fare da cemento per la convivenza civile e fraterna all’interno della comunità. Il cristianesimo era ciò che favoriva la composizione pacifica dei conflitti, il perdono reciproco, richiedeva l’abbandono della cattiveria degli uni verso gli altri. Attraverso i sacramenti il cristianesimo comunicava la sua forza di favorire la trasformazione della convivenza sociale in una convivenza che tendesse a testimoniare l’ideale della pace, della fraternità, dell’amicizia tra le famiglie e gli individui.
Lo storico inglese Jhon Bossj (classe 1933) nel suo libro sulla civiltà cristiana L’occidente cristiano 1400-1700 ben descrive la forza del cristianesimo nella vita quotidiana e dal quale propongo alcuni spunti qui di seguito.
La liturgia, i sacramenti (la confessione, l’eucarestia, il battesimo) erano il cemento che favoriva la coesione all’interno della società. Incoraggiavano la creazione di legami tra individui e tendevano a pacificare la vita all’interno della comunità. Pensiamo alla confessione. Oggi è un rito privato clandestino in passato era molto più rara, una volta all’anno ed era praticata contemporaneamente da tutta la comunità in occasione delle feste di Pasqua.
Per coloro che si erano macchiati di peccati gravi non c’era solo una penitenza privata come il dover recitare certe preghiere, ma anche una penitenza di carattere pubblico,
Il peccatore per dimostrare il suo ravvedimento per aver infranto le regole della comunità (rubare, uccidere o causare lite tra famiglie), doveva porsi in ginocchio davanti alla chiesa con una candela in mano, indossando una veste apposita e baciare la terra prima di entrare nella chiesa. Di norma queste penitenze pubbliche avvenivano il giovedì santo, così da consentire al peccatore la partecipazione al grande rito comune della messa pasquale.
La partecipazione corale alla santa messa del giorno di Pasqua significava riconoscersi in un unico corpo.
Il senso di fraternità e solidarietà, oltre ad esprimersi nei sacramenti, trovava spazio in molti aspetti del rito liturgico come lo scambio della pace, il bacio della pace.
L’annuncio festoso della resurrezione attraverso il suono delle campane, lo scambio di doni, delle uova pasquali erano segni di una grande festa che risvegliava l’appartenenza di tutti ad un’unica realtà comunitaria.

I Sette Peccati Capitali” (circa 1500-1525) è un celebre olio su tavola attribuito a Hieronymus Bosch (o alla sua cerchia), conservato al Museo del Prado di Madrid.
L’opera, originariamente un ripiano di tavolo, presenta una struttura circolare che simula l’occhio di Dio, con il Cristo risorto al centro e scene quotidiane che rappresentano i vizi, ammonendo l’osservatore con la scritta “Cave Cave DominusVidet ” (Attento, attento, il Signore vede).
Nell’Europa mediterranea il sacramento del battesimo rivestiva un’importanza rilevante, in quanto i legami di padrinato erano considerati alla stregua di quelli del sangue.
Il battesimo, prima della riforma di san Carlo, non avveniva giorno della nascita, ma era rimandato di varie settimane per consentire ai parenti di riunirsi nella casa del nascituro e partecipare al rito che favoriva la coesione della parentela.
Così pure il matrimonio. Già Sant’Agostino diceva che il matrimonio è concesso ai cristiani affinché si creino legami di amicizia fra persone che appartengono a famiglie diverse; legami al di là della famiglia di origine capaci di rendere fratelli persone diverse. Infatti il matrimonio tra consanguinei sino ad un certo grado di parentela era vietato. Si potrebbe aggiungere, oltre al ruolo di questi riti del culto cristiano, la presenza di istituzioni che si erano assunte il compito di aumentare la coesione gli individui all’interno della società.
In primis le istituzioni monastiche. Il monastero era una grande comunità di persone che lasciavano le proprie famiglie d’origine e decidevano di vivere assieme pronunciando certi voti fondamentali. Le monache in generale provenivano dal ceto medio alto della società, mentre le possibilità di abbracciare tale vita da parte del popolo era molto improbabile se non per occupare posizioni subalterne come domestiche o converse.
Non esistono studi approfonditi sulla vita in questi monasteri; personalmente ho avuto la fortuna qualche anno fa di scovare nella Biblioteca Ambrosiana un catechismo illustrato, stampato ad Anversa nel 1589 dal più grande editore esistente allora in Europa, che era arrivato nelle mani di una monaca milanese vissuta a cavallo tra il Cinquecento-Seicento. Sulle pagine bianche di questo catechismo ella ha lasciato delle note manoscritte che ci portano nel mondo culturale di quel tempo. Sono segnalate le devozioni di questa monaca, passi di libri che ella aveva letto, sappiamo che era organista del convento, amava la musica, leggeva la bibbia, libri in latino; ne traspare tutta la sua sensibilità umana.
Va sfatato il detto che le monache erano tutte infelici perché costrette ad entrare in monastero. Sarei curioso di sapere come facevano ad essere felici le donne che si sposavano, visto che la libertà di scelta non esisteva, in quanto determinata dalle famiglie.
Era dunque una società infelice? È bene conoscere meglio questo mondo prima di trarne errate conseguenze, cercare di ricostruirlo e capire che anche una scelta non dettata da una inclinazione personale poteva essere recuperata e quindi vissuta felicemente.

Meda. complesso architettonico Villa Antona Traversi,
già monastero di San Vittore
Più diffuse dei monasteri erano le confraternite, presenti capillarmente nel nostro territorio. San Carlo le rafforzò e propagandò tanto che nei paesi ove erano presenti raccoglievano perfino la metà della popolazione adulta. Attualmente non esiste niente di paragonabile a queste istituzioni di massa che resistettero sino a questo secolo.
A Meda la confraternita più diffusa era quella del Santissimo Sacramento ed una immediata lettura del suo regolamento ci chiarisce i compiti di tale associazione. Entrare in una confraternita voleva dire innanzitutto seguire una certa regola interna, un insieme di obblighi di preghiera personale nell’arco della giornata e della settimana, partecipare ad una serie di riunioni a scadenza settimanale o a scadenze più diradate ed una serie di impegni a comportarsi in un certo modo. Iscriversi ad una confraternita era partecipare ad una scuola di vita cristiana che chiedeva alle persone, attraverso il rispetto di certi obblighi fondamentali, l’accettazione di una regola. Una scuola che li aiutava, li educava a diventare profondamente cristiani, ad assimilare meglio i contenuti fondamentali della fede dei padri.
In questa regola si dice, fra le altre cose, «che i fratelli siano contenti di confessarsi e comunicarsi una volta al mese e almeno alle feste principali dell’anno (…).Siano contenti di dire ogni giorno cinque pater, cinque ave marie» poi aggiunge più avanti «una domenica al mese riunirsi in chiesa con il curato e fare una piccola processione e dei riti speciali in onore del Ss. Sacramento. Inoltre impegnarsi che l’altare sia sempre tenuto in ordine, la cera e l’olio della lampada non manchino mai».

Gonfalone della Confraternita del SS. Sacramento di Meda
Quindi una serie di doveri religiosi elementari che plasmarono, col passare dei mesi e degli anni, la mentalità e le abitudini degli individui. Una scuola di cristianesimo che tendeva ad aumentare i legami di fraternità. La parola stessa “confraternita” voleva significare associazione di persone che in qualche modo dovevano condividere delle riunioni, delle responsabilità, avevano una piccola cassa comune, si auto amministravano eleggendo ogni anno il loro priore, vicepriore, tesoriere. Esse avevano il compito di organizzare le processioni, preoccuparsi della gestione economica della chiesa parrocchiale o almeno dell’altare in cui la confraternita aveva sede. All’interno dell’associazione si moltiplicavano le occasioni di incontro tra individui e famiglie di parentele diverse. «L’aiuto reciproco verso i bisognosi della parrocchia ch’avanzerà dalla cura et manutenzione del Ss. Sacramento».
Quando poi una persona cadeva malata o in agonia tanto da ricevere il viatico «siano, tutti pronti li fratelli per accompagnarlo riverentemente, et divotamente, et averanno anco cura di mandare innanzi uno de fratelli alla casa dell’infermo per farla spazzare, et per far preparare quello che fa bisogno per caso».
I confratelli accompagnavano in processione dalla chiesa dalla chiesa alla casa dell’infermo il sacerdote munito di campanello e coperto un baldacchino seguito dai chierichetti. La scena è ben raffigurata in una bellissima tavola conservata nella chiesa di San Lorenzo a Milano. La morte era il centro della pietà delle confraternite. Il funerale del confratello era celebrato con particolare onore: tutti gli associati dovevano scortare il morto alla sepoltura con la loro divisa. Spesso avevano un sepolcro riservato all’interno della chiesa, analogo a quello delle famiglie nobili, nelle vicinanze delle reliquie e corpi dei santi. Anche dopo la morte il ricordo del confratello si manteneva vivo attraverso la recita delle preghiere di suffragio, le messe in memoria dei defunti e le indulgenze per facilitare il soggiorno in purgatorio e la beatitudine eterna del morto.

Barlassina, chiesa di San Giulio.
Stendardo processionale della confraternita locale del 1742
Dietro lo sfondo di queste istituzioni come i monasteri, gli ordini religiosi, le confraternite per laici che ravvivavano la fede c’era sempre l’ombra della parrocchia.
Essa tendeva ad abbracciare la vita della comunità, senza separare il sacro dai bisogni concreti delle persone, ma intrecciandoli tra loro. Un segnale dei grandi cambiamenti messi in atto dalla riforma borromea è la seguente lettera del prevosto di Melegnano, una fra le tante, datata anno 1571.
«Vennero gli uomini di Melegnano una domenica in chiesa, non per celebrare le preghiere, ma vennero tutti uniti per fare concilio interno ai suoi negozi, io mi li opposi dicendo che la chiesa era casa di orazione non di negozio e indi li scacciai».
Questo parroco risentito ci fa ritornare ad un passato prima della riforma di San Carlo, in cui i rapporti erano molto più facili tra sacerdoti, chiesa parrocchiale e bisogni della comunità e “negozi della vita materiale”.
Si ricorda il caso delle chiese, delle sacrestie che si prestavano a diventare luogo ove si esponevano a seccare i frutti della terra. La festa religiosa del santo non si esauriva nel rito religioso ma questo veniva accompagnato grandi bevute, banchetti, feste da ballo, tutte cose che il clero di San Carlo educato alla spiritualità comincerà guardare con sospetto e per certi casi a combattere.
La parrocchia pretridentina è una istituzione che comprende corpi diversificati, non è una realtà centralizzatrice, ma una realtà in cui convivono chiesa parrocchiale, chiese di frati o di monache, confraternite a volte in gara tra loro ed iniziative autonome di laici. Oggi siamo abituati a pensare al parroco e al clero come le autorità che debbono occuparsi dell’aspetto amministrativo, economico e pastorale della parrocchia ma in quel tempo non era così. La gestione economica era di pertinenza della confraternita o della fabbriceria. A Meda questa pluralità di forme diverse, di vita che esistevano all’interno di un’unica comunità parrocchiale era legata al dualismo, alla rivalità tra il monastero (con diritto di nomina del parroco di Santa Maria in quanto padrone della chiesa e delle terre del borgo) e la comunità delle famiglie degli abitanti, con la confraternita che fungeva da voce pubblica alle proprie rivendicazioni, in cui la comunità ritrovava la sua identità pubblica. Questo antagonismo, che affondava le radici nel primo Medioevo, facilitò l’emancipazione del Comune dal controllo del monastero nel secolo XIII. Tale rivalità caratterizzò tutta la storia di Meda sino alla fine del Settecento e questo è il segno che la vita religiosa si manteneva al centro di interessi vitali paragonabili a quello che è oggi la politica o lo sport. Era un interesse alla religione che spingeva all’iniziativa, che costringeva le famiglie a dedicare ad essa parte delle loro risorse, dei loro beni. Questo mondo che ho cercato di rievocare, voleva essere soprattutto un piccolo squarcio sul mondo con cui Carlo Borromeo e la sua curia si erano trovati a fare i conti.
Il carattere profondo di questo cristianesimo tradizionale ereditato dal Medioevo, era quello di essere comunitario, radicato nella società, che si trasmetteva attraverso i riti, i gesti; un cristianesimo però non interiorizzato, incapace incidere sulle coscienze e la condotta morale dell’individuo.
Questo spunto ci permette di entrare nella seconda parte del discorso. Come questo cristianesimo si è trasformato e modificato dalla ventata di riforme dell’arcivescovo di Milano?
Preso possesso della diocesi in modo effettivo nel 1565 egli si preoccupò di dare centralità alla parrocchia, facendola diventare perno decisivo della vita religiosa e non come prima sfondo di varie attività autonome. Questo portò a scelte concrete come l’invenzione dei registri parrocchiali in cui venivano annotati la nascita, il matrimonio e la morte di ogni anima.
I registri avevano anche il compito di controllare la vita degli individui. Per esempio, erano annotate le comunioni pasquali ricevute e se per caso ci si accorgeva che qualcuno non si era comunicato incominciavano una serie di indagini per scoprire il peccatore. Questi nomi venivano raccolti su un foglio ed immediatamente trasmessi alla curia affinché si intraprendessero delle iniziative per convertire queste pecore nere.

Museo chiesa santa Maria nascente di Meda. Libri Parrocchiali
Di solito era il caso di una persona divisa dalla moglie o che conviveva senza sposarsi, o il caso della famiglia in lite con un’altra, esse dovevano cambiare vita, rinunciare queste abitudini sbagliate. In questi frangenti si esercitava tutta la pressione del clero, dei vicini di casa e addirittura dell’arcivescovo in visita pastorale. In caso di mancato ravvedimento esse venivano processate, ricevevano delle pene o delle multe, sino all’espulsione dalla comunità. Dietro il volto repressivo della Chiesa si celava una grande preoccupazione educativa, si voleva far di tutto affinché la pratica cristiana fosse condivisa in maniera uniforme da tutti senza nessuna eccezione. Va rimarcato che tale serietà era la risposta ad una pratica cristiana ereditata, molto superficiale. C’era dunque il bisogno di creare delle strutture in cui le persone venivano educate ai valori cristiani: nascono in tutte le parrocchie le scuole della dottrina cristiana.
Queste scuole di catechismo si tenevano nei pomeriggi domenicali soprattutto per i bambini ed i ragazzi. Essi si riunivano in chiesa sotto la guida di un sacerdote o di laici o donne istruite e veniva loro insegnata la sintesi della dottrina cristiana mediante tavole, schemi la compendiavano in pillole, formule elementari ma incisive come il credo, i dieci comandamenti, le virtù teologali, vizi capitali. Formule riassuntive del cristianesimo che ripetute coralmente entravano nella mente sino a diventare patrimonio dell’individuo.
I ragazzi venivano aiutati dalla lettura di piccoli libretti come “L’interrogatorio della dottrina cristiana” scritti a mo’ di domanda e risposta tra il maestro e il discepolo.
Non mancavano libretti di preghiere e di canti che i ragazzi imparavano per ripeterli nelle processioni o nelle gare di catechismo tra classi dove i più bravi erano premiati con una medaglietta, un’immaginetta oppure una mela. Nelle scuole di dottrina cristiana si insegnavano anche le regole di condotta morale. Tali “Regole dei costumi cristiani a voi scolari desiderosi di vivere in grazia Dio” erano diffuse mediante manifesti murali (vedi le pagine a seguire) ed in pratica si trattava di un elenco di buone maniere. Un galateo compendiato in trentotto punti in cui si mischiano il precetto religioso ed il dovere morale: «non bestemmiare, non giurare, non fare atti disonesti (secondo punto); quando passate davanti un’immagine di Dio fate la riverenza; prima di cominciare una buona opera fate il segno della croce; ogni volta che andate a dormire dite il padre nostro, il credo, l’ave maria e poi segnatevi col segno della croce prima di alzarvi (terzo punto); se incontrate qualcuno per la strada salutatelo civilmente, quando parlate con il uomini di rispetto rispondete messer si, o messer no; quando dovete andare a tavola lavatevi le mani e beneditela dicendo il pater noster, l’ave maria e il benedicetur».
Il galateo è l’attenzione al quotidiano, lo sforzo di unire l’educazione dei costumi civili al gesto religioso.
Il periodo di san Carlo fu anche quello della Controriforma intesa come argine al pericolo dell’eresia protestante. Va comunque sottolineato che le comunità rurali della Brianza non furono scalfite da questo evento drammatico. La vita quotidiana continuò normalmente.
La lotta contro la riforma luterana fu soprattutto di carattere culturale ed aveva come epicentri le grandi città. Certamente il passaggio di metà Europa sotto un’altra religione costrinse la Chiesa a reagire mediante una campagna di evangelizzazione promotore di cui san Carlo ne fu promotore.
Il piano della riforma del Borromeo che aveva come cardini la centralità della parrocchia e la vivacità delle confraternite, non cesserà di svilupparsi anche dopo la sua morte, avvenuta nel 1584 e continuerà ad arricchirsi di aspetti nuovi nel corso dell’età successiva.
Nel Seicento c’è una fioritura di nuove forme di pietà legate al culto dei Santi, alla protezione nel momento della morte. Vennero eretti i Sacri Monti, si svilupparono i santuari mariani. Gli edifici di culto vengono rinnovati ed abbelliti con affreschi ed arredi. In generale possiamo affermare che nel corso del Seicento sino alla fine del Settecento si ha l’espansione e il consolidamento dell’impianto religioso borromeo.
In questo senso la parte più debole del libro dello Zoppé “Per una storia di Meda” è il modo con cui viene presentato questo periodo storico, in modo convenzionale, legato all’idea della decadenza e della corruzione: gli Spagnoli cattivi e corrotti; la Controriforma che seppellisce tutto sotto una coltre di paura.
Ne fuoriesce un’immagine datata, ottocentesca, risorgimentale, che non corrisponde più al nuovo modo con cui nelle università si studia questo periodo. La cultura barocca non è più vista come un mondo in crisi che avanza, seppellisce tutto sotto l’impulso della peste, delle epidemie e della povertà, ma piuttosto come una fase di fioritura continua che ha la massima espressione in modo clamoroso nell’arte.

Il libro è stato pubblicato nel 1971 a cura
dell’Amministrazione Comunale di Meda
Guardare questi quadri, quelle immagini sacre voleva dire essere richiamati ai contenuti della dottrina cristiana. Vengono stampati libri e manifesti in cui si dà risalto alle immagini proprio per l’immediatezza della divulgazione popolare. Un segno concreto di questa creatività è il fatto che già dagli inizi del Settecento anche che la confraternita del Santissimo Sacramento di Meda si rafforza, si organizza meglio, tanto che nel 1734 ottiene il diritto di portare l’abito rosso. Questo fu un salto di qualità perché sino ad allora si occupava solamente del culto interno alla chiesa, venerava e teneva in ordine il proprio altare ma non aveva una vita pubblica appariscente, non partecipavano (i confratelli) con una divisa colorata con una veste lunga sulla tunica alle processioni per le vie del borgo. Nel 1734 la confraternita medese si pone dunque al pari quelle dei paesi più grandi, ove c’erano quelle dei Disciplinati che avevano delle regole particolari. Essi si riunivano tutte le domeniche per la recita о canti dell’ufficio, partecipavano alle processioni con i loro canti e i loro stendardi, il venerdì di quaresima ed in particolare quello santo praticavano la flagellazione sulle proprie spalle in segno di penitenza e condivisione delle sofferenze inflitte al corpo di Cristo.
Arriviamo alla conclusione della parabola che ho cercato di ricostruire, di questo mondo religioso che san Carlo aveva cercato di rivitalizzare insistendo soprattutto sullo sforzo educativo.
Nel Settecento assistiamo alla contestazione di questo mondo cristiano tradizionale attraverso due fenomeni paralleli e strettamente collegati fra loro. Da una parte l’autorità politica, il potere civile che vuole estendere il proprio controllo su tutta la società. Per esempio ponendo dei vincoli alle attività economiche, riducendo l’iniziativa delle corporazioni, si intromette nel campo dell’educazione preferendo alla bella armonia delle piccole scuole di quartiere, di comunità, create nel periodo precedente, il controllo statale centralizzato. Nel campo dell’assistenza si mette in concorrenza con le associazioni ed istituzioni ecclesiali.

Turni notturni per l’adorazione eucaristica in occasione delle Quarantore del 1934
A fianco del potere civile che vuole imbrigliare la società si schiera la casta degli intellettuali, tra cui buona parte del clero colto ( un nome per tutti il Muratori), quelli indirizzano l’opinione pubblica attraverso le gazzette, i libri e l’insegnamento scolastico. Alla cultura religiosa si sovrappone il valore dell’utile, ciò che conta è il profitto, produrre beni, fare qualcosa ma per gli altri a tutti i costi, avere successo nella vita economica. L’ideale non è più quello dell’nomo devoto ma dell’uomo che lavora freneticamente sull’esempio dell’ape e del castoro. Sono due esempi certamente curiosi, ma esistono veri e propri trattati settecenteschi che esaltano l’uomo che imita i due animali. Si apre una polemica contro le feste, i giorni di vacanza che interrompono il lavoro, viene ridotto ulteriormente il calendario delle feste di precetto.
Scoppia un’altra polemica contro la devozione esteriore. Si afferma che non conta quello che uno fa, il gesto, ma deve prevalere la devozione dell’intimo la spiritualità, il rapporto individuale tra uomo e Dio, a scapito di altri aspetti già presenti nel cristianesimo tradizionale come i gesti comunitari e l’appartenenza a realtà associative.
Verso la fine del Settecento non a caso si vararono tutta una serie di interventi limitativi ai danni di confraternite, conventi e monasteri.
Con l’arrivo di Napoleone e dei regimi che si ispiravano ai principi della Rivoluzione francese, si inneggiò all’idea dell’esaltazione dell’individuo a scapito dei doveri, delle responsabilità sociali, dell’appartenenza alla comunità. Si arriva ad una soppressione quasi generalizzata delle confraternite in quanto viste come relitto di un passato che paralizzava la libera iniziativa di singoli, imponendo degli obblighi e delle spese.
Anche per le monache benedettine di Meda arrivò il momento della chiusura, il monastero fu soppresso (1798), le monache disperse, i beni e lo stesso edificio, secolarizzati e veduti.
Altro segno clamoroso della polemica contro il mondo religioso tradizionale fu lo spostamento dei cimiteri. Segno evidente di un mondo in evoluzione, di una svolta culturale profonda e radicale. Il cimitero, da sempre al centro del paese, vicino alla chiesa, su decreto governativo che adduceva motivazioni di una di tipo igienico-sanitario, veniva spostato nella periferia del borgo. La morte, la ritualità religiosa che si era costruita attorno ad essa, era il segno di una presenza ingombrante, passato religioso che non poteva essere più tollerato. L’espulsione dei cimiteri dalla comunità s’accompagnava ad una rivolta contro la familiarità al fatto della morte e fu segno eclatante dell’emergere di una mentalità sempre più laica che si affermerà nel periodo successivo, sino a portare alla stagione contemporanea in cui la morte è ciò di cui non deve parlare. “La pornografia della morte”, ciò che fa veramente scandalo non è l’antica pornografia del passato, ma che è fonte di vergogna, che si collega alla malattia, al declino della vita dell’individuo, alla morte.

La zona coperta dagli alberi (gelsi) era adibita a cimitero tra il Seicento e Settecento
Questo mondo tradizionale, messo in crisi e combattuto non è totalmente scomparso. Il fatto che ancora oggi esistano uomini, istituzioni e strutture cristiane, significa che quel progetto illuministico non ha ancora assaggiato il trionfo totale. Per concludere, vi esporrei delle piccole, concrete proposte operative affinché la memoria di quella stagione cristiana venga il più possibile trattenuta. Varese, su iniziativa del centro culturale Kolbe si è inaugurata una mostra in cui sono state raccolte tutte le tracce materiali di quel tempo. Fotografie di piccoli affreschi religiosi che venivano dipinti sui muri delle case: le vesti dei confratelli, gli stendardi e le statue trasportate nelle processioni, altarini, corone, immaginette sacre, libretti di pietà (massime eterne, meditazioni sul rosario, manuale delle figlie di Maria), quadri devozionali.

Meda, museo Chiesa Santa Maria Nascente. Gonfalone SS: Sacramento
Testimonianze materiali che non troviamo nei musei della grande arte perché legati ad una società povera, alla vita quotidiana. Le biblioteche parrocchiali, i centri culturali assieme alle loro attività, dovrebbero tenere centri di raccolta di questa memoria collettiva che ci ha generato.
