Pinzano, oggi quartiere di Limbiate, fin verso la fine degli anni Sessanta dell’Ottocento era un comune autonomo, poi con Regio Decreto dell’11 aprile 1869 venne soppresso ed unito al Comune di Limbiate. Pinzano, fino agli inizi del Novecento era parte della Pieve di Bollate nel contado della Martesana. Le vicende qui narrate vanno lette in questo contesto storico e in un periodo di tempo compreso tra il Seicento e il Settecento. La documentazione degli avvenimenti è stata reperita presso l’Archivio Plebano di Bollate e l’Archivio Diocesano Milanese.

Nel cerchio la frazione di Pinzano, foglio 45 della carta d’Italia del1888 aggiornata nel 1924.
Nel 1555 il rev. Gerolamo Caccia (Jeronimus de Catijs) canonico della chiesa di San Martino del luogo di Bollate, diocesi di Milano, con decreto sottoscritto del rev. Tricario (Tricarij) vicario generale di Milano, concesse in enfiteusi la quarta parte della decima e la quarta parte del diritto di decima sui frutti della terra situata nel luogo di Pinzano pieve di Bollate, a Giovanni Maria Borroni (Jo:Maria Borrono) ed ai suoi eredi successori.
La parte convenuta della decima corrispondeva alla sedicesima parte dei frutti e si applicava, ad esempio, su segale, miglio, avena, melica, panico, orzo, fave, formentone, lino, legumi. Il territorio soggetto alla decima si divideva in due parti: quella aratoria e fruttifera (che comprendeva i campi e le vigne) e quello lasciato a bosco, prato o brughiera. La decima cadeva solo sul primo tipo di terreno, anche se, implicitamente, la seconda tipologia contribuiva alla coltura. La decisione di coltivare o meno i terreni spettava ai proprietari, e ciò variava a seconda dei tempi, con grandi differenze fra periodi di guerra e di pace.
La decima sul territorio di Pinzano, costituita da un sedicesimo del raccolto, venne nella sua quarta parte concessa al Borroni che ne acquisì il diritto reale sul fondo ed il suo pieno godimento pagando un affitto livellario annuale di 4 libbre.
La scelta compiuta dal canonico fu certamente dettata dal bisogno di assicurarsi delle entrate certe, ma, del senno di poi, risultate avventate e sconsiderate.
Nell’anno 1573, san Carlo, in occasione della visita alla chiesa di San Martino in Bollate, con l’autorità che gli si riconosceva unì la prebenda canonicale del Gerolamo Caccia all’insieme residenziale. In altri termini l’arcivescovo avocò a sé la proprietà delle decime sul territorio inglobandole in quello che era denominata “massa residenziale”, cioè quei beni di cui lo stesso presule poteva usufruire a sua discrezione e discernimento. Il Borroni fu invitato a fornire i titoli di possesso ricevuti dal Caccia, ma non ne fu in grado, o meglio preferì evitare di entrare in contrasto con l’autorità dell’arcivescovo.
Nel 1620 si ripresentò il problema. Francesco Borroni figlio di Giovanni Maria (Jo:Maria) rivendicò il possesso delle decime su Pinzano. Il Borroni portò la causa sia davanti al vicario generale della curia arcivescovile (giudice sinodale) sia al cospetto del giudice delegato (civile) di Milano. Gli furono richiesti i documenti che comprovassero il privilegio di “vis decimandi” cioè che sancissero la sua autorità ed efficacia di “decimare” sul territorio, in mancanza di ciò i due tribunali con sentenza aggiudicarono il diritto di decima solo ai canonici di Bollate.
La disputa non si fermò a Milano ma si decise a Roma. Il capitolo della chiesa prepositurale di Bollate dedicato a San Martino, in questa importante sessione del dibattito romano fu rappresentato dal rev. Francesco Allegri. L’archivio plebano di Bollate ancora oggi conserva tutte le missive romane intercorse tra l’Allegri e il prevosto di San Martino Federico Terzaghi. In una di queste, datata 8 marzo 1625, l’Allegri tranquillizza il canonico presagendo una condizione favorevole del dibattimento.
Roma, 8 marzo 1625. L’avvocato della nostra causa, il signor Domenico Perugi di Milano, mentre il procuratore è Paolo Camillo Ceruti di Milano. La causa si trova nel seguente stato: che si fanno le copie delle informazioni ed attendo con brama la relazione della citazione mandata al Borrono e quando sarà stata intimata tanto più questo correvano 20 giorni costituendoli: non si tratta di passare per via di sequestri perché è cosa sospensiva, ma si tratta di fare eseguire le due sentenze e mettere in possesso il Capitolo, e questo è meglio più solo stando che è passata in indicato ed è causa deserta, ho recuperato alcune scritture ma di denari non se ne parla mai.

8 marzo 1625. Frontespizio della lettera da Roma al prevosto di Bollate
Tra le carte conservate nell’Archivio plebano di Bollate troviamo due cartellette. Nella prima sono enumerate le spese che il capitolo di San Martino dovette sostenere per far fronte alla causa romana.
Nota delli denari spesi dal nostro capitolo di Bollate dal 17 maggio 1624 dal canonico Allegri
1 – Il 30 luglio 1624 al servitore Giò Bianco della Criminale per estratto atto mancante al processo civile;
2 – 27 agosto 1624 dato al signor Traccano per la spedizione dell’autentica e legale del processo causato dal Borrono;
3 – 7 settembre 1624 al signor Sormano cancelliere in criminale la fede della criminalità e al signor Bianco l’estensione e la scrittura di detta fede;
4 – 17 novembre 1624 dato al signor Bernardino Ruffino per il processo;
5 – per la legalità di detto processo per portare a Roma;
6 – per la legalità della fede di criminalità;
7 – per la legalità per la mia procura per Roma;
8 – 1625 Specifiche dopo che sono venuto a casa da Roma tra cui il pagamento del procuratore Ceruto.
Nella seconda cartelletta si elencano gli atti dei processi precedenti e altre carte necessarie da presentare nel processo di Roma.
Notta delle scritture autentiche mandate a Roma a G. Franco Corrado Salino costituito come procuratore del venerabile capitolo di Bollate per la causa contro Francesco Borrono e la recuperazione della decima di Pinzano
1 – duoi processi autentici uno civile e uno sinodale;
2 – l’Istrumento di convenzione del suddetto Borrono con il capitolo rogato al R. Gio Paolo Carcano.
3 – istrumento enfiteutico di detta decima alienata autentico;
4 – la liberazione della causa criminale del capitolo autentica;
5 – il sanzionale di detta causa;
6 – un consultivo per la decisione di rotta alla causa seguita;
7 – la cittatoria per l’audutione di Roma;
8 – la procura per Francesco Corrado;
9 – altra scrittura
Una buona lettura degli atti del processo permette di mettere in luce una interessante “libera-apostolica” nella quale si sancisce la definitiva uscita di scena del Borroni. La copia autentica fu scritta dal notaio apostolico prete Pietro Paolo Perego parroco di Niguarda e che così iniziava:
Nel nome del Signore, nell’anno di nascita dello stesso 1625, indizione ottava giorno di domenica 10, mese di agosto, sotto il pontificato di papa Urbano VIII…
In base alle numerose prove raccolte il rev. Tricario dichiarò in sentenza definitiva che il contratto d’enfiteusi sottoscritto e rilasciato dal De Catijs (rev. Gerolamo Caccia) a Giovanni Maria Borroni fosse da dichiararsi nullo.
Terminava auspicando che i canonici di Bollate potessero godere della quiete e condurre una vita tranquilla che giustamente si meritavano e sentenziava condannando Francesco Borroni a sborsare 400 libbre imperiali per i danni arrecati e per le spese sostenute dal capitolo in difesa dei diritti sulle terre di Pinzano. Il danno in libbre rappresentava la perdita della quarta parte della decima sui raccolti in quanto il Borroni fu, a questo punto, ritenuto un usurpatore.
Francesco Borroni interpose appello alla sentenza, ma fu anche in questa sede respinto.


Libera apostolica del 10 agosto 1625
Sempre nella documentazione processuale sono riportate le terre di Pinzano sottoposte alla decima. Purtroppo non è stato possibile trascrivere il testo originale in modo completo per la difficoltà di lettura dello stesso. In ogni caso credo valga la pena proporre un elenco quasi completo dei beni immobili, nel quale si possono riconoscere sia il nome del campo, quello del padrone e quello degli affittuari.
1 – …;
2 – terreno signori Castiglioni lavorato da Gioan Angelo Michelino de Battanijti;
3 – campo detto del Sposetto del signor castigliane lavorato da Battista Cavuso;
4 – campo detto il Vasone di Alberto Sacho lavorato da Josepo Casate;
5 – campo dell’Hera del signor Castiglione lavorato da Gioan Angelo Poiano;
6 – campo detto il Vignolo del signor Castiglione lavorato da Gioan Angelo Balzaretto;
7 – campo detto il Nosone del signor Francesco Varese lavorato da Francesco Casato;
8 – campo detto la Golpetta del signor Castigliane lavorato da Gioan Angelo Poiano confina con un campo del signor Baldassarre Asché detto Bellolo di Bollate;
9 – campo delli Porri del Castiglione lavorato dal Poiano;
10 – campo delli Porri Manfrino Castiglioni lavorato da Gioan Bonetto coerente con terreno della chiesa collegiata di San Tomaso in terra Amara di Milano;
11 – campo detto il Medegone dei Castigliani lavorato da Giò Birago;
12 – campo detto del Crosone del signor Manfrino Castiglione lavorato di Melchion Biscio;
13 – campo detto Bosco grande delli signori Castiglioni lavorato da Giò Birago;
14 – campo detto Bozzette di Manfrino Castiglioni lavorato da Montighetti di Limbiate;
15 – campo del signor Ambrogio Negrolo lavorato da Alessandro di Limbiate;
16 – campo detto il Picinello di Gerolamo Castiglione lavorato da Gioan Angelo Poiano;
17 – …;
18 – …;
19 – campo detto il Picinello di Ambrogio Castiglioni lavorato da Batta Ravino di Limbiate confina con Negrolo e la casa del Cogliate;
20 – campo detto il Picinello di Alessandro Chiesa coerente con castigliani di Pinzano e Giò Francesco Può di Senago;
21 – campo del Boschetto del signor Pietro Francesco Può e da lui lavorato;
22 – campo della Fiore di Francesco Chiesa e da lui lavorato coerente con Francesco Può verso casa Francesco Gritta
È segnalato “anonimato campo delle Spine”;
23 – campo della Fiore di Francesco Gritta;
24 – campo della Fiore di Girolamo Castiglione lavorato da Giò Bonetto;
25 – campo dell’Hera del signor Castiglione lavorato da Giò Angelo Poiano;
26 – campo detto la Golpera di Alessandro Chiesa lavorato da Ludovico Lamelono ed Antonio Giesa;
27 – campo detto la Ticlia Breta del signor Alberto Sacco lavorato da Josepo Casate coerente con li signori Dugnani di Senago e la parrocchiale di Cassina Matta;
28 – campo detto il Pulice di Dugnani di Senago lavorato da Giulio Locale di Senago;
29 – campo detto il Pulice dei signori d’Herba lavorato da Marco Antonio Piolo di Casteletto;
30 – campo detto il Pulice di Alessandro Chiesa lavorato da Antonio Grecco;
31 – campo detto il Pulice di Gerolamo Castiglioni lavorato da Antonio Angelo Michelino;
32 – campo della strada delli Molinari di Galeazzo Arconati e lavorato da Stefano Martinolo;
33 – campo delli Moroni del signor Gerolamo Castiglione lavorato da Giovanni Binagho;
34 – campo il boschetto delli Martinoli di Gerolamo Castiglione lavorato da Giovanni Binagho;
35 – campo detto il Ventedue della signora Caterina Dugnani di Limbiate lavorato da Baldassarre Sorsetti di Limbiate suo massaro;
36 – un campo (senza nome) delli reverendi canonici di San Tommaso di Milano lavorato da Giuseppe Mansueto detto de Biraghi di Limbiate;
37 – campo detto il Gugino di Galeazzo Arconate lavorato da Stefano Martinolo;
38 – campo de li moroni di Gerolamo Castiglione lavorato da Melchione Biscio;
39 – campo detto il Dieciotto pertiche di Galeazzo Arconato lavorato da Stefano Martinolo;
40 – campo de li Morini del signor Castiglioni lavorato da Giovanni Binagho;
41 – campo il Santo Bastiano di Galeazzo Arconato lavorato da Stefano Martinolo;
42 – campo Bonello del signor Castiglione lavorato Gioan Angelo Poiano;
43 – campo il Vasone di Gerolamo Castiglione di Gioan Angelo Michelino;
44 – campo del signor Alessandro Chiesa da lui lavorato e comprato da Carlo Cremona di Senago;
45 – campo di Giuseppe Lattuada di Limbiate lavorato da Giovanni Maria Bossi di Limbiate;
46 – vigna del signor Castiglione comprata da Carlo Cremona e lavorato da Melchione Biscio;
47 – campo della Stradella Galeazzo Arconato lavorato da Stefano Martinolo di Pinzano;
48 – campo dell’Hera Galeazzo Arconato lavorato da Stefano Martinolo di Pinzano;
49 – campo della Valle Castiglione lavorato da Melchione Biscio;
50 – campo Davoltino Galeazzo Arconato lavorato da Stefano Martinolo massaro di Pinzano;
51 – vigna del signor Castiglione lavorata da Giovanni Binagho;
52 – campo il Casate (delle cento pertiche) di Gerolamo Castiglioni lavorato da Giovanni Bonetti e Giovanni Binagho coerente con il signor Alberto Gertone, e verso la Garbagiola e la strada per Senago;
53 – campo il Casate di Alberto Gertone di Senago lavorato da Batta Morigia di Senago che a mattina confina con la testa del fontanile;

Il campo casale che confina con il fontanile (53)
Campo il Casate di Alberto Gertone di Senago. Questo terreno che confina con la “testa del fontanile” e quello al n. 59 detto “Campo del Fontanile” ripreso nella successiva figura, si possono collocare nella zona di Pinzano che volge al confine con Senago, al di là del canale Villoresi.
54 – campo detto il Davoltino del signor Castiglioni e lavorato da Gioan Angelo Michelino e da Paolo Moja detto il Gertone;
55 – …;
56 – …;
57 – …;
58 – campo detto il Davoltino del signor Alberto Gertone lavorato da Batta de Boghi di Senago;
59 campo del Fontaniledi Gerolamo Castiglione di Pinzanolavorato da Gioan Angelo Michelino massaro di Pinzano, di pertiche 26;
60 – …;
61 – …;
62 – …;
63 – campo del signor Alessandro Chiesa;
64 – campo detto Campazzo del signor Giovanni Battista Castiglione di Limbiate lavorato da Pietro Ravino;
65 – vigna del Conte Manfrino Castiglioni lavorata dalli Martigitti;
66 – campo detto la Golpena della signora Caterina Dugnana lavorata da Baldassare Rossetti;
67 – campo di Baldassare Aschè detto il Bellolo di Bollate lavorato da Ludovico Lurasco;
68 – vigna del signor Galeazzo Arconato lavorato da Stefano Martinolo di Pinzano.
Altre dispute legate alla decima
Il problema delle decime dopo un secolo si ripropose con tutta la sua asprezza, tanto che i ricorsi che si verificarono interessarono tutto il Settecento. Gli stessi arcivescovi che visitarono la chiesa di Bollate sancirono l’autorità del capitolo a corrispondere le decime. Negli stessi statuti della collegiata di Bollate, fatti compilare del card. Giuseppe Pozzobonelli nella visita alla pieve del 1747, era ottemperato il diritto di decima sul territorio di Pinzano. Statuti confermati nel 1761 dallo stesso cardinale.
Una prima causa fu quella vertente contro il marchese don Bartolomeo Calderara e il fratello Antonio, Questore rappresentante di tutti i possessori di Pinzano. Essa era improntata contro il capitolo di San Martino. La sentenza, dell’8 marzo 1723, faceva chiarezza sulla tassazione imposta dal Governo austriaco, dando ragione in parte ai possessori a scapito del capitolo di Bollate. Il capitolo dovette sborsare la metà del salario da dare al Senato consistente in lire 350, mentre le altre 350 spettavano la stessa comunità versare. Il prevosto stesso ricevette due mesi di dilazione per pagare l’onere pecuniario, al quale venne applicato un interesse del 4% per il pagamento degli arretrati.
Qualche anno dopo, nel 1725, i proprietari terrieri di Pinzano contestarono invano il capitolo di voler “decimare” pure il granoturco, che a dir loro, non poteva essere fatto, in quanto era una coltivazione subentrata più tardi e non indicata tra le colture da tassare. Per questo i proprietari consegnarono una “supplica” al magistrato nel quale comparavano il caso di Pinzano con quello di Malnate e ne chiedevano eguale risoluzione. Il magistrato, dopo un’attenta disamina delle carte processuali così rispondeva (in sunto):
«Si discute sulla necessità che il venerabile Prevosto e il Senato emanino una giusta sentenza intorno alla necessità di distribuire un’equa mercede al prevosto e ai suoi sacerdoti della collegiata di Bollate che portano avanti con diligenza tutti i servizi religiosi e cantano regolarmente i salmi in favore di Dio, per la salute e felicità del popolo e per favorire la fecondità dei campi.
I possessori dei beni di Pinzano per difendersi dallo scioglimento della “decima melegoni” (granoturco) e degli altri vantaggi destinati al capitolo di San Martino in Bollate, ricorrono al regolamento edito nell’anno 1676 a favore dei proprietari dei beni dei possessori del Comune di Malnate contro il capitolo di Varese, ma invano perché sarebbe occorso un duplice calcolo che non avrebbe permesso l’accordo né con l’uno né con l’altro; per cui non restava che valutare attentamente il problema. Prima di decidere venne meno il calcolo e la stima rispetto al calcolo universale del sistema di decime nel detto capitolo di Varese, per cui i possidenti di Malnate stabilirono di restringere le decime su determinate specie. D’altra parte si nota quanto sia lontana la ragione del presente e cioè palesemente e principalmente non verte su decime che possano apportare ricchezza, ma sulla possibilità di offrire i necessari alimenti ai sacerdoti poveri ai quali qualunque cumulo sulle decime è tale che possa dare la possibilità di stabilire per decreto la congrua per sostenere gli stessi sacerdoti. La verità su questa importante testimonianza le offre anche la visita arcivescopale compiuta nell’anno 1620 nella cui relazione si legge che il provento di tutti i benefici ottenuti dalla detta chiesa fosse costituito solo dalle oblazioni derivate dal provento domenicale per cui, calcolate anche le quotidiane distribuzioni a malapena sarebbe toccato qualcosa di consistente ai sacerdoti il cui reddito non è mai riuscito a superare cinquanta filippi (monete di Re Filippo). Il merito, pertanto, della creazione di queste decime, che possiamo chiamare di “Sant’Agostino” contribuiranno ad offrire sostentamento ai sacerdoti non solo secondo il diritto positivo, ma anche secondo il diritto naturale».1
Le condizioni di povertà del clero della pieve di Bollate erano risapute e il giudice in questo caso sentenziò a favore dei sacerdoti. In particolare i parroci che si sono susseguiti a Pinzano non vivevano certo nell’opulenza. Presso l’Archivio Diocesano, tra le carte della parrocchia santi Cosma e Damiano è depositato il seguente documento:
16 maggio 1639 dichiarazione del parroco circa le sue miserie e quelle della popolazione”
Nota di tutta l’annua entrata compresi l’ordinario et straordinarij che si può cavare alla cura di Pinzano pieve di Bollate e delle anime di comunione di detto luogho raccolta fedelmente da me Prete Carlo Antonio Bazero curato di suddetto luogho. Quanto alla dote questa cura ha pertiche di campagna n. 109 della maggior parte del quale in questo tempo passato di mia residenza non ho cavato fruto d’alcun momento, sì per haverlo pigliato inculto dal mio antecessore, come anche per non haverlo potuto affittare per esser discosto dalla terra un miglio e mezo et anchora per esservi pochissima gente. Ma adesso havendo fatto ogni diligenza l’ho affittattato a persone d’altro territorio. Si che l’entrata di quest’anno a che può dare questo beneficio, non avendo fortuna contraria, sarà di moggia 6 formento et stara 6; di moggia 6 segale et stara 6; et di moggia miglio et stara 6. Di più vi sono 4 altre pertiche di terra situata nei boschi dalla quale non si può cavar cosa d’alcun momento. Di più si cavera foglia per i bigatti ordinariamente scudi 4 et di più vi è l’obbligo di servitù del quale gli huomiuni di detto comune pagano al curato lire 50 in duoi termini, cioè parte al principio di Gennaro et altra parte al principio d’Agosto. Talche non parlo de duoi anni passati perche non credo d’esser arrivato alla canata di lire 150 per anno, una l’entrata di quest’anno sara di scudi 47 incirca computato ogni cosa.
Quanto poi alle anime di comunione sono 64, et quasi tutti poverissimi per la qualcosa nelli tre anni che io son curato non credo d’haver pigliato tra di elemosine per messe, et altri estraordinarij scudi 4. ma quel che più mi importa è il non haver occasione d’esercitare nelle funzioni di curato, dove corrono quasi gl’anni intieri, che non mi venne di ministrare sacramenti ne d’assistere a matrimonio alcuno.
Et essendo tutto il sopra scrito più che vero, come con giuramento di verità affermo et vivendomi in miseria grandissima, sia per essere stato sopragiunto mio padre, dal quale ricevevo per mezo delle sue fatiche, con che sostenermi al beneficio, d’infermità causata d’una disgrazia, ove et egli da molti mesi sono, che se ne sta sopra il letto con grandissimo suo et mio danno et con pericolo anche di restare straziato.
Et io per questa causa me ne vivo miserabilmente privo d’ogni soccorso, come anche per altri rispeti di considerazione più che veri.
Perciò supplico sua signoria eminentissima a volere, come superiore e Padre pietoso, soccorrere al mio bisogno con quel rimedio che ha lei parrerà più espediente. Il che spero.
Da Pinzano il dì 16 maggio 1639 et in fede
Io Prete Carlo Antonio Bazero humil servo di sua eminenza con giuramento di verità affermo tutto il sopradetto.
Ritornando alle carte dell’archivio prepositurale, emerge un’ultima questione che in questo caso contrapponeva il capitolo di Bollate con la parrocchia di Pinzano e che testimonia le condizioni di difficoltà economica della parrocchia dei Santi Cosma e Damiano verso la fine del Settecento.
Per poter dirimere il contenzioso l’Amministrazione Generale del Fondo di Religione richiese alle due parti gli strumenti notarili che documentassero le loro richieste.
Il capitolo di San Martino presentò sia lo strumento autentico di possesso sopra la decima del territorio di Pinzano da parte del capitolo di Bollate stilato dal notaio apostolico prete Pietro Paolo Perego, sia la copia del rogito del 1625 da parte di Ambrogio Lualdi notaio apostolico e parroco di Pinzano con unita la “Breve apostolica” che ne autorizzava il possesso.
La parrocchia dei Santi Cosma e Damiano si trovò di fatto impossibilitata ad avanzare alcuna pretesa in quanto non possedeva nemmeno l’atto di erezione della parrocchia stessa che comprovasse il suo distacco dal canonicato.

1795, avviso al Capitolo della Collegiata di Bollate dalla Regia Amministrazione e Censo per la decima di Pinzano e risposta