Questa recensione è tratta dal ciclo di conferenze (I giovedì del circolo) sulla storia di Meda che Felice Asnaghi tenne nei mesi di giugno, luglio e settembre 2004 presso il Circolo San Francesco di Meda.
STORIA DI MEDA E DEL MONASTERO
NARRATA DA EMANUELE LODI NELL’ANNO 1629
Breve istoria di Meda, e traslazione de’Santi Aimo e Vermondo
Della Nobilissima famiglia de’Corij Milanesi. Con la loro vita.
Scritta dal Dottore Teologo Emanuele Lodi, nativo del Borgo di Treviglio, Diocesi di Milano. In Milano, 1714. Nella stampa di Domenico Bellagatta.
Il libro è parte di una collana dedicata ai santi e riporta l’imprimatur della curia milanese con data 28 gennaio 1714.
Si tratta di una ristampa pubblicata per la prima volta nel 1629 voluta e pagata Giò Battista Alciati il quale ne fece dono all’illustrissimo Conte Antonio Corio.

Emanuele Lodi, autore del libretto, fratello della badessa e confessore delle monache di Meda e quindi un uomo ben informato dei fatti; per questo è considerato molto attendibile nella descrizione del monastero. Non a caso, il libro divenne un punto di riferimento per gli studiosi locali.
L’opera è suddivisa in 4 capitoli:
– origine di Meda e del Monastero con la loro descrizione;
– traslazione de gloriosi Corpi de Santi Aimo e Vermondo Corij;
– vita de gloriosi Santi Aimo e Vermondo;
– d’alcuni Miracoli e grazie da Dio operate per l’intercessione de’ Santi Aimo e Vermondo.
Il primo capitolo Origine di Meda e del Monastero con la loro descrizioni si apre con l’esposizione di alcune ipotesi sulla nascita di Meda.
La prima, definita dallo stesso autore “molto generale”, sostiene che, dopo la distruzione di Troia, alcuni fuggiaschi siano giunti in Italia, fondando villaggi e castelli.
Una seconda, più accreditata, attribuisce la fondazione di Meda agli Orobi (in greco “abitatori delle montagne”), che avrebbero fondato anche Como e Licinio (l’attuale Incino, parte alta di Erba). Secondo questa ipotesi, un certo Medo, condottiero degli Orobi, avrebbe costruito alcune abitazioni, dando origine a un villaggio che prese il suo nome. Tale teoria era già stata sostenuta da autori latini come Cornelio Alessandro e Catone.
Una terza ipotesi fa derivare il nome dalla posizione geografica del borgo, situato a metà strada tra Milano e Como: “Meda” come “media”.
Una quarta teoria richiama l’antica consuetudine di denominare boschi e terre: Lodi cita un verso latino — Sylva Medea fuit — interpretandolo come prova dell’esistenza di una selva dedicata alla dea Medea, da cui deriverebbe il nome del villaggio.
Il sacerdote propone infine quella che ritiene la vera origine di Meda: la vicenda dei fratelli Aimo e Vermondo, conti di Corio, originari di Turbigo.
Il contesto storico
Con l’avvento del Cristianesimo, i culti pagani scomparvero progressivamente. Nell’anno 290 d.C., sotto l’imperatore Massimiano, ripresero le persecuzioni contro i cristiani: in quel contesto morì martire anche san Vittore. In suo onore, le comunità cristiane edificarono edicole e piccoli templi; anche nella selva di Meda ne venne costruito uno.
Il “sito ameno” di Meda
Il Lodi descrive Meda come un luogo di straordinaria bellezza naturale, esaltandone il paesaggio, il clima salubre e la qualità della vita. Sottolinea come l’ambiente favorisca la salute e la longevità degli abitanti, contribuendo al benessere fisico.
A questo punto alle pagine 4 e 5 il Lodi presenta il : “sito ameno di Meda”. Se poi dall’origine vogliamo passare alla amenità del sito, certo che ella non può pur essere , ma ne anche immaginarsi maggiore in alcun altra parte di questo quasi vaghissimo Giardino d’Italia, lo Stato di Milano. Et veramente chi vede non s’avvede, chi mira e non s’ammira: chi scorge e non s’accorge con quanta soddisfazione dell’animo e degli occhi nel medesimo tempo Meda và scoprendo e vigne e selve e monti e colli e giardini e campi, in somma tutto ciò, che può rappresentare la natura per far di se ricca e pomposa mostra’. Che dirò io della felicità e buon clima dell’aria? Che non solamente mostrano sangue purissimo gli huomini che sotto di se benigno cielo sono nati, mantenendosi perciò lungamente sani, vivendo lunghissima età, ma etiando quelli, che ovvero colà trasportano la loro habitatione, e per qualche tempo vanno a stantiare, sentono di maniera gli influssi di quel felice Clima, che se prima erano sani divengono sanissimi, purificando il sangue, smaltendo i maligni huomori, per un pezzo a venire si conservano
Tra le glorie di Meda viene ricordata anche la nascita di san Giovanni Oldrati, primo sacerdote della congregazione degli Umiliati, noto per la sua carità al punto che un giorno
andando a Milano per sollevar dalla fame i popoli confinanti meritò d’incontrare un Angelo che gli diede tutto il denaro che gli bisognava.
Il monastero
Segue la descrizione del monastero, presentato come una struttura imponente, quasi una cittadella fortificata, dotata di mura robuste e ben organizzata.
Tra gli elementi più rilevanti:
– un laboratorio di ricami di grande pregio, con opere destinate anche ad altre chiese, inclusa la cattedrale di Milano;
– una fornita spezieria, che distribuiva medicinali anche alla popolazione, soprattutto ai poveri;
– numerosi edifici destinati alla gestione economica e spirituale del complesso.
Alla foresteria confina la chiesa esteriore delle monache, dedicata a Santo Vittore, e la piazza davanti ma in maggiore riverenza dell’altra, alla quale s’accede per due bellissime scalinate di pietra; si che stando al basso, sembra quasi la vista, e la positura del Campidoglio di Roma (…).
Posto il Monastero in questa sicurezza di sito, e di fabrica non solo con le forti e alte mura che lo cingono alle radici della collina, per circuito poco meno, che d’un miglio (oltre alla più stretta clausura adesso come si disse) leva ogni speranza a chiunque tentasse o di salirlo o d’assalirlo (…).
E poi il Monastero tanto è ampio e spazioso e così ben proveduto e ordinato di fabrica e d’ogni cosa à gli ordinari, e giornali necessaria, che non un sacro chiostro di Vergini, ma diresti che fosse una ben fornita Cittadella, o come l’habbiamo chiamata una ben munita fortezza che ben guarnita rocca, e fra l’altre cose due sono notabilissime. L’una un compitissimo lavoriero di ricchissimi ricami d’oro e di seta, dal quale escono giornalmente opere per la materia superbissime e per la maestria del lavoro maravigliosissime non solo per uso della loro chiesa, e sacristia (che è de’simil tesori delle loro mani, non meno che de vari vasi e altri pezzi d’argento figuratamente lavorati ed altre cose preziosissime ricchissima) ma anco si vedono di tempo in tempo paramenti per uso d’altre chiese etiando della metropolitana di Milano, che rapiscono insieme gl’ianimi, e gli occhi di chi li vedono e la fattura loro vagheggiano. L’altra cosa degna di maraviglia è una fornitissima speciaria, la quale non pure provede de medicinali e altri aromati al Monastero, ma anco tutta la terra e contorni, massimamente per li poveri; per la tacer la distinzione di tutti gli altri gli inferiori, che è stupore grandissimo, e lungo sarebbe il descrivere a parte a parte quell’augustissimi monastero; non potendo però tacere, che dove hora è il portico avanti la chiesa interiore con celle sopra, vi era anticamente il palazzo dove si teneva ragione e dove hora è fabricato il refettorio con altre celle superiori, vi era il Castello parimente dove è il dormitorio delle converse con alcune celle, vi era la Torricella habitata da detti nobilissimi Conti (dopo gloriosissimi Santi) e se bene questi luochi hanno mutato l’aspetto e l’uso loro antico trattengono però anco hoggi il nome di Palazzo, di Castello e di Torricella. Fuori poi del Monastero hanno molte altre commode fabriche: in una delle quali, contigua per il governo temporale, mantengono alcuni huomini, e donne che sevono a i ministeri necessari tanto per le monache, quanto per li forastieri. In un’altra alquanto più discosta stanza vi habita l’Agente, che tien conto de i poderi e delle entrate, quali sono molte copiose, ma non però senza il merito della santa povertà che professano, e quasi di tutto quello, che al maneggio, e governo temporale appartiene. Per lo spirituale in una casa a basso molto commoda, e con giardino v’ahabita il Cofessore (…).
Per tornar dunque al Monastero: è di bellissima architettura e di magnifica fabrica con tutti i suoi bisogni, e dentro, e fuori anche per li rurali affari, e il tutto con tanta magnificenza e con tanto decoro, che non è possibile farlo capire a chi non vede, e chi vede è da tal meraviglia e stupore ingombrato, che protesta di non potersi dir tanto che infatti non resti la fama, e l’aspetatione superata.
Il capitolo termina ricordando che il monastero disponeva dell’autorità giuridica per decidere delle sorti del paese. Due esempi significativi: all’interno della chiesa di Santa Maria, la badessa aveva fatto murare una lapide in cui lo stesso papa Giulio II dava facoltà alle monache di scegliere il curato. Dopo una controversia con i frati Umiliati le stesse monache riuscirono a bloccare sul nascere la costruzione di una chiesa in onore di San Biagio e di un cimitero attiguo.
Il secondo capitolo Traslazione de gloriosi Corpi de Santi Aimo e Vermondo Corij è la cronaca dei fatti che Emanuele Lodi descrive prendendo lo spunto dall’arrivo dell’arcivescovo per traslare i corpi dei santi fondatori del monastero.
Attraverso l’interessamento del monsignor Mazenta, delegato dell’arcivescovo e arciprete del duomo di Milano, il 24 aprile 1619 sua eminenza il cardinal Federico Borromeo venne a far visita al monastero di Meda per prendere visione della tomba dei santi Aimo e Vermondo. In quel giorno il prelato celebrò la messa alle ore quindici e ascoltò le richieste delle monache. Le religiose chiedevano di costruire un nuovo altare dedicato ai santi fondatori. La richiesta veniva accettata dallo stesso arcivescovo per cui la data dell’inaugurazione venne rimandata ad epoca da destinarsi. I lavori iniziarono molto presto e venne fissata pure la data della inaugurazione ufficiale: il 14 giugno 1626 .
Giunto il momento solenne giovedì 11 giugno monsignor Mazenta arrivò a Meda per coordinare i festeggiamenti. Sabato 13 l’arcivescovo, dopo aver pernottato presso il prevosto di Bruzzano, giunse a Meda alle nove del mattino. Al suo seguito vi erano numerose personalità scortate da due squadroni di una compagnia di fanteria. Appena arrivato il prelato pregò nella chiesa esterna di San Vittore e poi si trasferì nella la casa parrocchiale.
Poco dopo ritornò nella chiesa di san Vittore accompagnato da monsignor Visconte, dai monsignori Mazenta e Settali, dal teologo Boffo; consacrò il nuovo altare, celebrò la messa, conversò con le monache e al termine si ritirò nella casa parrocchiale.
Alle ore 20 ritornò in san Vittore accompagnato dai monsignori e dal signor Giò Paolo Corio. Al suono delle campane, ai canti del coro, sotto il baldacchino, il presule si diresse verso la chiesa interna del monastero ove riposavano i corpi dei santi Aimo e Vermondo. L’arcivescovo diede l’ordine di rompere la vecchia arca in pietra cotta e trasferire i corpi nella nuova cassa di piombo e il tutto fosse depositato nel simulacro di marmo. Due piccole porzioni di ossa prelevate dai due santi vennero così distribuite: una a Giò Paolo Corio con l’impegno che la portasse presso la parrocchiale di San Zenone del borgo di Castano; l’altra alla signora Virginia Spinola Coria della parrocchia di San Nazario e Celso per trasferirle nel luogo di Bussero pieve di Gorgonzola.
Una processione di monache accompagnò la bara all’altare maggiore della chiesa esterna mentre fuori della clausura numerosi gentiluomini, preti e popolo seguivano il solenne trasferimento al suono di trombe, campane e colpi di archibugio. Il cardinale intonò l’orazione a favore dei santi, diede la benedizione e assicurò l’indulgenza plenaria per cent’anni a tutti i presenti. Al termine verso le 23 l’arcivescovo si ritirò nel suo alloggio.
Domenica 14 alle ore tredici il cardinal Federico Borromeo tenne una breve omelia al popolo radunato nella chiesa esterna del monastero. Egli parlò della vita dei due santi dell’esempio che si poteva trarne nella vita quotidiana e poi impartì il sacramento della confermazione a cinque bambini.
Alle ore sedici il prelato ritornò alla casa parrocchiale e pranzò insieme al curato, al sergente della compagnia militare, agli ufficiali ed ai sacerdoti del suo seguito. Anche la soldatesca venne abbondantemente approvvigionata.
Alle ore 18 l’arcivescovo partecipò al vespero, alle 19.30 incensò le ossa dei santi, intonò il Te Deum e si avviò in processione verso la porta del giardino per rientrare nella chiesa interna.
All’inizio della “zona di clausura” la processione guidata dal cardinale, si assottigliò sino a ridursi ad un esiguo numero di persone tra le quali i monsignori e il signor Paolo Corio. La minuta processione superò le porte della clausura per incontrarsi con le monache pure loro in processione; qui si unirono ed entrarono nella chiesa interna (“interiore”)dove venne sistemata la cassa di piombo contenete i corpi dei santi che fu tumulata nel sarcofago di marmo inserito sotto l’altare maggiore della chiesa stessa,ben visibile anche dalla chiesa esteriore. Nel medesimo sarcofago venne depositata una lastra di piombo con incise le seguenti parole
Al termine l’arcivescovo si soffermò a rimirare i due antichi lauri sopra i quali Aimo e Vermondo si issarono per salvarsi dai cinghiali inferociti.
Descrizione artistica
Lodi descrive (pagg. 22-27) dettagliatamente la chiesa esterna di San Vittore, edificata nel 1520, con i suoi altari dedicati ai santi, alla Vergine del Rosario, ai Magi e a san Carlo.
Sottolinea inoltre la ricchezza artistica del complesso, con opere attribuite a pittori come Giulio Campi e Bernardino Luini, e la presenza di più organi musicali.
Si ha oltre a ciò da premettere, che la chiesa esteriore dedicata a Santo Vittore, la quale fù fabricata l’anno della nostra salute 1520, essendo abbadessa donna Maria Cleofe Carcana, finita il mese di settembre, è per se stessa, e senza altro ornamento, o abbellimento molto vaga, e bella con quattro altari oltre al maggiore, dedicati uno alla parte destra più vicino al choro, a i gloriosi Santi Aimo e Vermondo, dove è da eccellente mano dipinta sul muro il Miracolo, quando furono dall’impeto e furia de cingiali preservati, e l’altro dall’istessa parte dedicato alla Santissima Vergine del Rosario;
dalla parte sinistra più vicino al choro si vede l’altare dedicato alli Tre Magi in atto d’adorare il picciol Bambino Gesù in grembo alla Madre. A canto à quello verso la porta si vede per diametro dell’altro l’altare dedicato a San Carlo con la sua effigie di rilievo da eccellentissimo scultore tratta dal vivo e, naturale; e finalmente dalla parte destra quasi contigua alla porta è un nicchio, o capelletta, dentro la quale con bellissimi simulacri di rilievo si rappresenta la pietà della Santa Vergine col figlio morto al seno, con molte altre effigie rappresentanti questo divoto spettacolo d’ogn’intorno. Il vaso della chiesa è bello e di buona architettura fatto in volta, il quale è di lunghezza brazza 35 e di larghezza 17 e d’altezza 28, tutta di belle figure ornata; ne punto differente o di grandezza, o di bellezza è il vaso della chiesa interiore; anzi ha di più questo tante sedie, e più, quante sono le monache, riccamente intagliate con bellissime figure, che dalla parte destra rappresentano la vita della Beata Vergine e la passione di Nostro Signore e dalla sinistra la vita, e i miracoli de’ loro Santi fondatori, di San Benedetto, e d’alcuni altri Santi del loro ordine. Vedensi anche tre organi, il maggiore nel frontispicio della chiesa sopra la porta, per dove s’entra, e gli altri due, uno per parte, i quali hora ad uno, hora a due, e molte volte anche tutti tre, conforme che sono più, e meno i chori di musica, sono da diverse eccellentissime Organiste con soave armonia sonati, tanto più quando si sentono insieme col la musica. Ma di gratia rivolgiamo gli occhi dalla chiesa interiore all’esteriore, dove si vede l’altare maggiore sotto di cui sta il Deposito de Santi chiuso con una ricca ferrata, abbellito con un augustissimo quadro, nel quale si vede dal vivo effigiato Chirsto Nostro Signore Risorgente con molti santi in atto di maraviglia e di interna devotione verso il suo Signore gloriosamente trionfante: opera di molta lode di Gio. Cerano dalle parti d’esso (però sul muro 9 sono pretiosissime dipinture di Giulio Campi, tanto celebre, che se dal luogo dove sono si potessero levare, incitarebbono i Principi e le più famose città di questo Stato à procurare d’haverle, come anco molte altre di Bernardino Lucino (…).
Il Lodi ripropone fedelmente il testo inciso su alcune lapidi di marmo che la badessa volle porre nel monastero per ricordare la traslazione dei santi.
Il terzo capitolo Vita de gloriosi Santi Aimo e Vermondo narra la vicenda dei santi fondatori del monastero riportando le notizie più significative.
Aimo e Vermondo erano due fratelli milanesi della nobile famiglia Corio. cavalieri, conti di Turbigo e signori di molte altre terre e castelli. Nacquero nel 776 e perirono nel 790. Il giorno in cui si celebra la loro santità è il 13 febbraio. Lasciarono tutti i loro averi alla nascita e crescita del monastero che poté
crescere in nobiltà per gli ampi privilegi da diversi imperatori conceduti, perciò l’abbadessa altre volte aveva autorità, come padrona del borgo di Meda di dare ai terrazzani (abitanti di una città fortificata-castello) leggi, facendo tener ragione e castigare i delinquenti, le quali prerogative, non so come in progresso di tempo, che il tutto muta, siano state perdute dal monastero…

Il quarto capitolo D’alcuni Miracoli e grazie da Dio operate per l’intercessione de’ Santi Aimo e Vermondo raccoglie episodi miracolosi attribuiti alla loro intercessione, tra cui guarigioni di monache e abitanti del luogo.
Riportiamo la sintesi dei miracoli attribuiti ai santi fondatori:
– la badessa del monastero donna contessa di Besozzo che riformò il vecchio tempio di san Vittore e traslò i corpi dei santi fu guarita da una grave artrosi al ginocchio;
– la monaca donna Galdina ebbe la guarigione ad un braccio colpito dalla gotta;
– la monaca donna Corrada superò una aplasia che le bloccava il moto degli arti;
– la monaca donna Margarita Giussana guarì da una infermità alle mascelle;
– una monaca guarì da una piaga in gola;
– Bortolo Porro un fanciullo di Meda che fu sottoposto ad una operazione alla gola per un grave male, si salvò.
– Poi altre guarigioni a persone di altre diocesi e della stessa Meda.
Lodi ricorda infine che nel 1581 san Carlo Borromeo visitò il monastero durante una visita pastorale, contribuendo a consolidarne la memoria storica.
Si soffermò nello scurolo dove i due santi fondatori passarono la vita in penitenza poi a memoria di questi eventi lo stesso cardinale ordinò di intagliare su alcune sedie del Duomo di Milano il miracolo della loro conversione.
A proposito dell’intaglio raffigurante i santi fondatori
Nel gennaio del 1988 scrissi all’“Amministrazione della Fabbrica del Duomo di Milano” per appurare la presenza di raffigurazione dei santi Aimo e Vermondo in Duomo. Nel febbraio seguente mi fu risposto che non vi era traccia dei due santi né negli stalli lignei né nella statutaria. Poi però si precisava: «Dobbiamo però precisare che molte statue e alcuni altorilievi del coro non hanno nome. Non si conosce con precisione l’iconografia da poterli eventualmente individuare». (11 febbraio, l’archivista della veneranda fabbrica Dott. Arch. Ernesto Brivio)
