L’Ultima Cena di Leonardo presso Santa Maria delle Grazie

Relazione di suor Maria Gloria Riva a Oreno il 15 settembre 2022 nell’ambito della mostra: “Leonardo e Oreno – Gian  Giacomo Caprotti, il Salaino”.

Presentazione della mostra

“Leonardo e Oreno – Gian  Giacomo Caprotti, il Salaino”. Titolo e sottotitolo della mostra aperta alla Lodovica di Oreno (settembre-ottobre 2022). Il percorso museale, che si snodava  all’interno dello splendido palazzo, si completava con un insieme di proposte che portavano a conoscere  l’estro leonardesco, del suo allievo preferito, il Salaino, degli uomini di corte degli Sforza che ebbero le loro residenze ad Oreno, palazzi e ville ancora ben conservate e che in occasione di questo evento sono state aperte ai visitatori. Una mostra che era inserita nei percorsi Expo suggeriti dalla Diocesi Ambrosiana, che aveva una sua appendice nel convento di San Francesco, nella parrocchiale  S. Michele di Oreno e nel Santuario della Beata Vergine a Vimercate dove si potevano ammirare copie delle opere di Leonardo e del Salaino.

Gian  Giacomo Caprotti, detto il Salaino

Il Salaì entrò nella bottega di Leonardo a Milano nel 1490, ma il soprannome con cui è passato alla storia gli fu affibbiato solo quattro anni dopo e allude alla infedeltà, caratteristica della sua personalità. Nonostante il temperamento truffaldino, Gian  Giacomo Caprotti divenne l’ombra del suo mentore e lo accompagnò in quasi tutti i viaggi: da Milano a Venezia, da Firenze a Roma. A lui andò metà della vigna milanese del grande pittore, ma le questioni ereditarie tra i due sono ancora intricate. Caprotti se ne andò per una fucilata accidentale nel 1524, cinque anni dopo che Leonardo era scomparso. Nel suo patrimonio figurano tele che hanno lo stesso nome di quelle del genio: Leda, San Girolamo, Sant’Anna, San Giovanni Battista, un enigma affascinante e ancora irrisolto. C’è anche chi è convinto che il volto di Monna Lisa, la Gioconda, sia proprio quello del Salaino.

Relazione di suor Maria Gloria Riva in piazza San Michele

«La mamma Caterina era una donna bellissima ma del popolo. Quando Leonardo morirà lascerà tutto anche ai suoi fratelli, i quali non lo hanno mai riconosciuto durante la sua vita, perché il padre, Pier da Vinci avrà altri dodici figli da quattro mogli. Quando sbarca a Milano Leonardo gira per la Brianza grazie all’amico Francesco Melzi e soprattutto ad Oreno incontra Gian Giacomo Caprotti detto il Salaino che assieme lavoreranno all’affresco de L’Ultima Cena, commissionato da Lodovico il Moro e dai frati Domenicani del convento di Santa Maria delle Grazie.  Da Ludovico il Moro, Leonardo esibisce il primo curriculum della storia, si presenta come pittore, scultore, architetto, ideatore di armi belliche e il principe lo prende come musicista, perché solo lui sapeva suonare un certo strumento. Ludovico voleva fare di Santa Maria delle Grazie il suo mausoleo e voleva realizzare nel refettorio dei frati una Ultima cena come era d’uso nelle comunità monastiche. Così Leonardo comincia a fissare la parete bianchissima da affrescare che si trova ad appena sei metri dal locale ove si riuniscono i frati stessi. Il visitatore cinquecentesco o i frati che entravano nel refettorio si trovavano così come a guardare la stessa sala al piano superiore di cui parla il vangelo che ha lo stesso reale volume del refettorio dove i frati mangiavano, e diventava evidente per loro confrontarsi con tutti i commensali di questa illustre scena.

Leonardo rimane affascinato dalla fisionomia dei lombardi, era appassionato di fisionomica. In essa lui riconosceva un patos e un etos. Un etos cioè come uno è e così, egli studiando il vangelo e con l’aiuto di un frate molto dotto presente nel convento comprende il temperamento di base di ciascun apostolo. Però c’è anche un patos, una reazione spontanea a una notizia sconcertante che è il file rouge di tutto il Cenacolo. E allora comincia a guardare i volti dei milanesi, dei lombardi, dei brianzoli che incontra sulla sua strada e li sceglie per assegnare il posto di ogni apostolo nella scena. Un’altra cosa interessa Leonardo, la gestualità. Leonardo è colpito dal gesticolare dell’uomo lombardo che parla più con le mani che con la bocca. Non solo! Leonardo viene accolto a Milano dalla famiglia De Predis nella quale c’è un finissimo pittore sordomuto che comunica con i suoi fratelli con i segni dei sordomuti. Leonardo rimane affascinato da questi gesti che li riproduce dentro L’Ultima Cena, attraverso i suoi personaggi. Tutto quello che Leonardo realizza è come studiato, pensato dentro ai suoi interessi. Leonardo non si curava molto del tempo, infatti Lodovico il Moro si spazientirà per la sua lentezza proverbiale. Leonardo era preso più che dalla pittura, dai suoi pensieri, dalle sue idee che poi metteva in pratica.

Il primo apostolo è Tommaso, quello più vicino a Gesù, eppure è quello più arretrato più riposto. Tommaso non c’è quando Gesù entra nel Cenacolo, eppure è quello che ha toccato per primo il costato e infatti Leonardo vuole che alzi quel dito, quel dito che vuole fotografare in questa tela nel momento in cui Gesù dice: «Uno di voi mi tradirà!». E Tommaso solleva il dito verso l’alto che nel linguaggio monastico significa “Lo vuole Dio questo?” “È proprio volontà di Dio questo?” Però nello stesso tempo quel dito che è lo stesso che affonderà nel costato da colui che non aveva creduto e ha dovuto toccare per credere,  dice a quelli di oggi di credere senza vedere, perché Egli è qui presente tra noi!

Accanto a Tommaso Giacomo il Maggiore che, come dicono le cronache, è dipinto focoso, proprio come il suo nome un Boanerghes, il figlio del tuono, uno che reagisce con impeto, allarga le braccia e sarà il primo a seguire le orme  del maestro attraverso il suo martirio. Per questo Leonardo lo dipinge irruente e allo stesso tempo pronto al sacrificio.

Segue Filippo il buono, è femminile nella pittura leonardesca quanto Giovanni. Egli viene toccato al cuore da questa notizia: «Uno di voi mi tradirà!». Gli pare di non poter credere che qualcuno possa arrivare a tanto. Ogni frate seduto nel refettorio durante l’ora del pasto poteva identificarsi ora con l’uno, ora con l’altro ed immedesimarsi nei sentimenti degli apostoli alla notizia del tradimento. È per i frati una meditazione visiva.

Leonardo nei suoi giri per la Brianza si ferma a Paderno d’Adda e a Vaprio d’Adda, a Trezzo, in quella zona in cui l’Adda da tranquillo fiume conosce una depressione incredibile producendo grandi cascate, creando problemi alla trasmissione di mezzi e di merci. Il fiume da Bergamo fino a Milano l’Adda è sempre stato una via di comunicazione. Allora chiedono a Leonardo di risolvere il problema. Leonardo studia l’acqua che penetra in queste rocce che escono improvvise dal fiume, considera i gorghi, i moti dell’acqua e dell’aria. Così questo grido: “Uno di voi mi tradirà!” è come un sasso lanciato nell’acqua che ondeggia e fa ondeggiare tutti gli apostoli. La sala del Cenacolo diventa così un luogo dove irrompe il dolore, eppure è stata dipinta sulle misure della Gerusalemme celeste. Il soffitto a cassettoni di quest’aula, di questa grande sala che Leonardo immagina, è costituito dal numero 3×4, in cui 3 è il numero di Dio e 4 è il numero dell’uomo. 3 x 4  fa 12 e 12 x 3 fa 36. Ci sono 36 riquadri in questo soffitto a cassettoni. Ci sono 3 porte ad oriente, 3 porte ad occidente, 3 porte a settentrione e 3 a mezzogiorno che sono davanti a noi  quando entriamo nel Cenacolo. Sopra l’Ultima Cena  si trovano cinque lunette che raffigurano imprese degli Sforza dentro ghirlande di frutta, fiori e foglie, e che presentano iscrizioni su sfondo rosso con gli stemmi della famiglia di Lodovico il Moro. Ci sono le porte della Gerusalemme celeste, noi ne vediamo chiaramente 3 dietro il Cristo, ma ci sono altre piccole porte per ogni lato dietro agli apostoli. Il Cenacolo è dunque costituito dal tre di Dio e dal 4  dell’uomo con le sue coordinate spaziali. Il 3 e il 4 dicono che in questo luogo Dio incontra l’uomo o l’uomo può incontrare Dio, non solo ma il n 12 dice la totalità, ossia tutti gli uomini possono incontrare Dio qui. La totalità delle 12 tribù di Israele, degli apostoli.

E così continua la scelta di Leonardo e siamo arrivati a Matteo il pubblicano, qui rappresentato con la testa da un lato e le braccia dall’altro. Quelle braccia del fare dei lombardi, pronto a seguire il Signore lungo le vie della fede, ma con il pensare le cose cambiano, si sa tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E Matteo è così, un uomo diviso, da un lato è proteso al Maestro lanciando le mani verso di Lui, ma è incline alla lotta e quindi si gira a dialogare con gli altri due che sono Giuda Taddeo e Simone.

Giuda Taddeo e Simone animosi e pronti alla lotta. Simone, capo tavola, è lo zelota e ce l’ha con i Romani che  attraverso il loro potere costituito schiacciavano ogni anelito di libertà e quindi, secondo lui, bisognava liberarsi dai Romani. Al suo fianco destro c’è Giuda Taddeo che discute con lui  essendo attratto da questi ragionamenti. Matteo vorrebbe farsi giustizia da solo ma si ricorda di quel giorno sul banco delle imposte e consegna un’altra volta le sue mani al Salvatore che è al centro impassibile che afferma: «Uno di voi mi tradirà!».

Simone con le sue braccia ci obbliga quasi a guardare tutta la tavola e a catapultarci dall’altra parte della tavola finemente imbandita e non casuale. Molti pani, non uno solo, più bicchieri, non un solo calice. Leonardo pensava a questa tavola non solo all’Ultima Cena, ma a quel moltiplicarsi di pani e di pesci e di vino che in qualche modo avrebbe riempito la storia futura di questo evento salvifico. È l’Ultima Cena ma è anche la profezia di quel moltiplicarsi di quell’evento di salvezza che nella moltiplicazione dei pani e dei pesci Gesù aveva in qualche modo paventato attraverso il suo miracolo. E cosi questi molti pani e questi molti bicchieri ci ricordano di una tavola che è offerta a tutti noi che siamo in qualche modo interpretati dall’incredulità di Tommaso, dall’impeto di Giacomo il Maggiore, dalla bontà di Filippo che fatica a credere alla cattiveria delle persone, dal pragmatismo di Matteo che vorrebbe continuare a fare i suoi interessi e poi Taddeo e Simone che discutono ancora sulla politica del tempo, su come risolvere le questioni, ma le cose non si risolvono con le parole, ma dando la vita in ciò che si crede e per quello che si è mandati a realizzare.

Leonardo e Salaino continuano a lavorare alacremente alla ricerca dei personaggi giusti con le fisionomie giuste. Ci voleva un etos, un modo di essere, una fisionomia che corrispondesse alle caratteristiche dell’apostolo, ma anche la capacità di un patos, di una reazione istintiva e subitanea a questo annuncio incredibile: «Uno di voi mi tradirà!”». Ed è questo che a Leonardo interessa: guardare come si muovono le rughe, come si muovono i muscoli, le mani, proprio dettato da quello che il Salvatore sta dicendo così inusitato e imprevisto. In una cena che doveva essere tra amici, la Pasqua da celebrare con  i tuoi con quelli più vicini, si trasforma in una tragedia con questo sasso lanciato nell’acqua: «Uno di voi mi tradirà!”».

Leonardo sta vestendo Bartolomeo detto anche Natanaele, l’uomo in cui non ci sono falsità dice il vangelo, l’uomo a cui Gesù disse: «Io ti ho detto che ti ho visto sotto il fico credimi tu vedrai cose maggiori di questo». Sotto il fico cosa faceva Natanaele?  Il fico per i rabbini è l’albero della scienza del bene e del male, perché è l’albero sotto il quale tutti i rabbini studiano la Torah. Il fico ha una conformazione tale delle foglie con anse arrotondate che permette di avere degli spiragli di luce rimanendo all’ombra dell’albero e quindi luogo ideale per studiare. Natanaele studia appassionatamente la Torah e avrebbe desiderato sapere da quelle pagine chi e come e quando il Messia si fosse manifestato. E così sono proprio le mani di Simone lo zelota che ci rimbalzano là dall’altra parte della tavola dove c’è Bartolomeo, il quale si alza di impeto, si appoggia alla tavola e tutto il corpo è inclinato verso il Salvatore e non può credere che tutto il suo desiderio maturato sotto il fico nelle pagine della Torah si dissolva così sopra una croce.

Accanto a Bartolomeo c’è Giacomo il Minore che cerca di tenere unito il gruppo. Allarga le mani abbracciando Bartolomeo e Andrea il fratello di Pietro. Non vuole questa dispersione, non vuole questo oscillare continuo degli apostoli presi dalla paura, dallo sgomento. Andrea si dimostra più pacato del fratello Pietro, alza le braccia di colui che si arrende totalmente alla volontà di Dio e così sia. E così questa pacatezza è come l’infrangersi dell’onda di fronte la volontà di Dio che poco si riesce a capire, che poco riuscivano a capire gli apostoli e gli stessi frati che ammiravano l’affresco.

Vicino c’è Pietro, focoso, reattivo, da una parte cerca di trarre a sé Giovanni e dall’altro vuole farsi giustizia da sé e con un gesto goffo imbraccia un coltello che tiene nascosto dalla vista di Gesù. Ma Gesù vede tutto e vede soprattutto ciò che c’è. Ma è proprio questo gesto di Pietro di trarre a sé Giovanni per chiedergli “chi è che lo faccio fuori, dimmi chi è che vuole rinnegare il mio Maestro”. È proprio questo gesto di Pietro che distoglie Giovanni dal suo posto privilegiato che era il cuore di Gesù. Pietro chiede a Giovanni: «Chi è colui che lo tradirà» rivelando il destino ultimo del maestro.

E così Gesù rimane nella perfetta solitudine. C’è uno spazio tra Gesù e Giovanni e questo spazio è riempito dallo stipite della finestra dietro di lui. Ma lo stipite della finestra coincide esattamente con quello che c’è di fronte: la croce di Donato Montorfano nell’area del refettorio del Cenacolo di Milano. Una crocifissione poderosa, gigantesca che se Gesù guardasse comprenderebbe subito che quel tradimento avrà come meta la croce che sta davanti a Lui. Così i frati che consumavano silenziosi il loro pasto sulla tavola avevano due elementi: il dono del Salvatore e  l’esito di quel dono, il pasto sacrificale con i suoi (l’affresco del Leonardo) e il sacrificio attuato sulla croce (l’affresco del Montorfano).

La tradizione francescana vede in Giuda il predestinato, colui che voleva tradirlo e che era stato già scelto e non sfugge al suo destino. Per questo motivo Giuda viene rappresentano in tutte le iconografie dell’Ultima Cena dall’altra parte della tavola.  Leonardo invece dipinge Giuda in mezzo agli apostoli. I frati domenicani che abitavano in Santa Maria delle Grazie seguivano la teologia tomistica al cui centro di ogni scelta c’è la libertà dell’uomo. Per san Tommaso d’Aquino non esiste il concetto di  predestinazione, c’è la libertà dell’uomo in gioco, ognuno poteva essere il traditore, ognuno è libero di scegliere il bene o il male, essere fedele o tradire.

Per Leonardo scegliere il Giuda e così Giovanni e Gesù non fu cosa facile! Quando Leonardo entrò nel Cenacolo vide la sua immagine riflessa sul pavimento e scoprì che quella linea d’ombra che stava guardando era esattamente la linea d’ombra che avrebbe desiderato realizzare per dipingere Gesù. Era convinto che quel disegno nascesse dall’ombra, è l’ombra che ha catturato l’attenzione dei primitivi, è l’ombra che hanno disegnato quando hanno voluto rappresentare l’uomo. Così l’ombra è perfetta e tutto ciò che si muove dentro è semplicemente l’esito di un’ombra. Abbiamo un disegno piccolissimo di Leonardo, è l’ombra di Leonardo nei suoi codici che corrisponde esattamente al profilo di Gesù nel cenacolo. E così Leonardo curò moltissimo il profilo dei suoi apostoli.

E proprio lavorando con Salaì forse vide in quella bellezza un po’ femminile, un po’ pura, giovanile, l’ombra, il profilo del discepolo amato, di Giovanni e così lo scelse, lo prese, lo vestì e lo mise a tavola con tutti gli altri, vicino a Gesù, ma non più con il capo reclinato sul petto, bensì strappato da quel luogo di riposo a causa del richiamo di Pietro. Giovanni è giovane, è bello è femminile, è l’adolescente non ancora formato, pronto a farsi plasmare dalla parola del maestro. Infatti, Giovanni è l’unico che tiene le dita incrociate, le braccia e le mani intrecciate. Egli è il dolente con le braccia chiuse e conserte, le dita chiuse in segno di accettazione totale dell’annuncio tremendo del suo maestro: «Uno di voi mi tradirà!». Ma Giovanni è quello che deve rivelare a Pietro chi è il traditore, un compito difficile.

Su questa tavola troviamo frutti, pesci e da dove ha colto Leonardo tutta questa dovizia di elementi? Non soltanto dalla tradizione vicina a lui, ma da quella più antica. Nelle nostre terre tra il Ticino e l’Adda si trovano tantissime cappelle e chiese dove ci sono delle Ultime Cene incredibili; non c’è l’agnello sulla tavola di Leonardo, ma non c’è l’agnello nemmeno in queste “cene”, che avevano sulla tavola il pesce, i gamberi, l’unico cibo permesso in Quaresima. E così davanti agli apostoli ci sono pesci tagliati in tre che rivelano la Trinità e pesci tagliati in due che ricordano la doppia natura umana, quella fisica e quella spirituale.

15 settembre 2022. Rievocazione de l’Ultima scena da parte della Filodrammatica Orenese in piazza San Michele a Oreno di Vimercate

Leonardo cercava un Giuda ed ecco arrivare un frate irato per la lungaggine di Leonardo, per la confusione in quel luogo sacro quale era il refettorio e Leonardo pensa bene a quel personaggio che mancava per completare il mistero di questa cena: Giuda. Federico Borromeo che vide L’Ultima Cena sicuramente ben messa e meglio di noi, dice che lo fece fosco, con gli occhi incavati, con il naso adunco, con un atteggiamento scontroso, furtivo e così Leonardo dipinge Giuda. Qualcuno sostiene che quando Leonardo cercava un etos, un volto, una fisionomica, un modo di essere di Giuda, lo volle esattamente come Gesù. Anzi prese Gesù, il modello di Gesù e di esso ne fece un Giuda. C’è un etos che dietro l’annuncio rimane eretto, fermo alla volontà del Padre, ma c’è un etos solenne, dignitoso, bello come quello di Giuda che di fronte l’annuncio del tradimento inveisce. Il suo patos lo rende torvo, irato, con gli occhi incavati, con lo sguardo fosco. E così Giuda si ritrae, quasi si nasconde dal Maestro. Eppure, le mani di Giuda e le mani del Maestro sono in una posizione analoga, la mano destra di Gesù sta prendendo il pane e l’altra mano, quella sinistra, è aperta come in accoglienza totale della volontà di Dio. Diversamente la mano di Giuda, la sinistra, è li pronta per prendere il pane, ma l’altra mano è chiusa a pugno ed impugna il sacchetto di denaro che già tiene presso di sé perché “lui aveva già tradito e uscì”, dice Giovanni. Così eguali con due destini diversi. Si narra che per tracciare le coordinate di questa sala, Leonardo abbia infilato il chiodo proprio nel punto dove sarebbe caduto il volto di Gesù. Proprio nel punto dove sarebbe caduto e poi dipinto l’occhio di Gesù, lì cominciò a tirare le direttrici verso l’alto, il basso, ma soprattutto la direttrice centrale e che se la tirassimo idealmente dall’occhio di Gesù lungo tutta la tavola del Cenacolo vedremmo che in questa linea tutte le teste sono toccate, tutti gli apostoli sono dentro questo sguardo di misericordia, tutti tranne uno, Giuda. Non perché non sia guardato con misericordia da Cristo, ma perché con il rifiuto di quel messia, Giuda si ritrae e così esce liberamente, volontariamente, come vuole la dottrina di san Tommaso, dallo sguardo di misericordia. Se si fosse confrontato con tutti gli apostoli avrebbe dovuto riflettere che anche lui poteva essere chiamato Gesù con la mano aperta verso il cielo o Giuda con la mano chiusa a pugno, impugnando ciò che ci sembra di più caro in questa terra, ma che poi al fine di un destino eterno diventa inutile».

Felice Asnaghi

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