di Luigi Trezzi
Luigi Trezzi è professore ordinario di Storia economica presso la Facoltà di Economia dell’Università degli studi di Milano-Bicocca. I temi delle sue ricerche riguardano le piccole-medie imprese; le opere sociali degli imprenditori italiani; la ricostruzione economica dell’Italia dopo la II guerra mondiale.
Lezione tenuta il 4.05.1993 presso l’aula magna dell’Oratorio di Meda, all’interno del ciclo: La Chiesa in terra di Brianza.
Farò un discorso generale sul movimento cattolico, rimandando per il caso particolare di Meda, che ben si inserisce nel contesto nazionale, al libro di Felice Asnaghi, Meda terra di fede e di lavoro.

Pubblicato nel 1987 dall’Amministrazione Comunale di Meda
Il fenomeno del movimento cattolico non è sempre esistito: non ne avete sentito parlare né nel Medioevo, né durante il periodo della Controriforma; prende forma, a seconda dei diversi paesi europei, tra la fine della prima metà dell’Ottocento e gli anni settanta-ottanta successivi, come in Italia. Il movimento cattolico nasce in conseguenza dello sviluppo dell’industrializzazione, ma accanto a questo va posto il fenomeno della democratizzazione delle forme dell’esperienza politica, ovvero il passaggio dalla monarchia assoluta ad una forma politica democratica, in cui se rimane la figura del sovrano, essa è affiancata da un parlamento. Un terzo fattore, che sta alla base dei movimenti cattolici in tutta l’Europa, è l’insieme delle limitazioni alla libertà della Chiesa nelle sue manifestazioni temporali e sociali (non puramente liturgiche) in seguito all’affermarsi dei due fenomeni sopra ricordati, industrializzazione e democratizzazione.

Quadro di Stefano Vavassori esposto alla mostra presso l’ex seminario di San Pietro nella settimana di Calendimaggio 2026. Il contrasto è tra l’opera del 1859 di François Millet (L’Angelus) e i giornali, strumenti di un nuovo annuncio.
Vi era la tendenza a relegare la Chiesa e i preti nelle sacrestie, tanto che uno degli slogan del sempre più movimento cattolico era “usciamo dalla sacrestia”.
Non era prevista un’esistenza comunitaria dei cattolici fuori dalla chiesa, tanto che venne intaccato il patrimonio del clero e confiscati gli edifici ecclesiastici (gran parte dei licei italiani occupano strutture ecclesiastiche, per esempio lo Zucchi di Monza) e controllati i testi e l’insegnamento nei seminari.
Per un primo approccio al movimento cattolico partiamo da due concetti appartenenti a due autori diversi ma ugualmente significativi.
Dopo l’unificazione dell’Italia si affermò: “Fatta l’Italia bisogna fare gli Italiani”. Cent’anni dopo Antonio Gramsci, riprendendo il primo editoriale della Civiltà Cattolica del 1854, scrisse che la Chiesa nell’Ottocento non sarebbe più stata la forma culturale della società italiana, ma sarebbe stata ridotta ad una fazione sociale fra le altre fazioni.
Queste due osservazioni sono vere fino ad un certo punto. Era vero che occorreva fare gli Italiani, ma questo non vuol dire che non esistessero delle culture unificanti regionali o macroregionali, non si partiva da zero. L’errore era quello di considerare gli Italiani una serie di individui fisici a cui bisognava dare una cultura, mentre esistevano le lingue e quindi culture e tradizioni letterarie diversificate.
In merito alla seconda affermazione, era vero che la Chiesa non era più la forma culturale degli Italiani, ma è ben diverso dal pensare che essa non influenzasse la cultura del nostro popolo.
Quindi, in realtà, gli Italiani esistevano e la Chiesa influiva sia nel campo sociale che culturale.
Che cos’è dunque il movimento cattolico? È la congiuntura che si è realizzata fra la cultura degli Italiani e la residua ma esistente capacità della Chiesa di influenzare la cultura e la vita sociale.
Tale congiunzione avviene su tre linee:
– democrazia sociale ed economica;
– democrazia politica;
– libertà della Chiesa.
Da una parte vi era l’esigenza della Chiesa di affermare la propria libertà fuori dalla sacrestia, dall’altra vi era la richiesta del popolo di ottenere una democrazia sociale, economica e politica.
Il movimento cattolico inizia dal riconoscersi e dal sostenersi a vicenda su queste istanze: il popolo sostiene la Chiesa e viceversa.

Le vicende di questo fenomeno hanno conosciuto oscillazioni, ma la tendenza in generale andò verso l’alto. Il punto di connessione tra l’elemento laico e quello ecclesiastico è rappresentato dalla dottrina sociale della Chiesa che – passatemi il termine – è stata un po’ la teoria dell’azione del movimento cattolico, l’ha ispirato, spinto e sostenuto.
Che cosa significa che gli elementi sostanziali dell’azione del movimento cattolico si riassumono nelle predette linee di intervento?
Democrazia sociale ed economica
Vorrei proporvi a questo proposito la lettura che sembrerebbe strana, di una pagina tratta dal “Piccolo studio sul clero belga” scritto da un siciliano di San Cataldo monsignor Vassallo di Torregrossa, nell’anno 1906, che dice: «Il clero visita ed incoraggia, queste benefiche istituzioni (ndr. mutualità o cooperative, scuole di economia domestica serale, circoli operai ricreatori). Spesso sono i parroci o i vicari che le fondano. Essi ne accettano facilmente gli uffici di presidente o di segretari, si incaricano quasi sempre, specie nelle campagne, di ciò che interessa delle scritture, dei conti e delle ricerche di risorse. Pubblicano degli scritti che mirano a far comprendere le opere e farle apprezzare, fanno pubbliche conferenze. I preti meglio al corrente di queste istituzioni si portano in luoghi vicini a promuovere tali organizzazioni, assumendosi le esposizioni di rendiconti e facendo rapporti che vengono assai apprezzati. Caldeggiano le esposizioni per far conoscere le opere e prodotti e procurare lo smercio dei frutti del lavoro e gli operai. Specialmente nelle campagne cercano i mezzi per far ricavare ai contadini il miglior vantaggio dei prodotti delle diverse località, come latte, burro, miele ed anche dall’industria propria in ciascuna contrada agevolandone la trasformazione e introducendo delle macchine. In ogni occasione gli ecclesiastici mettono influenza ed impiegano le loro raccomandazioni a favore degli operai e delle istituzioni operaie. Nei principali stabilimenti si erigono Società di San Vincenzo de’ Paoli ed opere di sovvenzione e assistenza. In quasi tutte parrocchie istituiscono dame della misericordia per la visita dei poveri a domicilio. Per facilitargli il compito concedono loro l’uso dei locali di cui possono disporre, come le scuole di catechismo per tenervi le riunioni. I parroci ricevono nei presbiteri i membri delle società, ne presiedono le assemblee e le favoriscono. Ogni anno alcuni operai scelti fra migliori vengono inviati in alcune case per esercizi spirituali, dove rimangono tre o quattro giorni in sacro ritiro. Questi operai diventano degli apostoli per i loro compagni e, al fine di conservare in essi i buoni sentimenti acquistati durante il ritiro, si procura d riunirli ogni mese».
Democrazia economica significa tutte queste cose. L’esempio belga vale per tutta l’Europa. Va da sé che il clero, in modo particolare quello lombardo-veneto e di diverse zone del centro e del sud Italia, sapendo leggere e scrivere deteneva responsabilità evidenti all’interno delle associazioni del movimento cattolico. Un censimento fatto nei primi anni del secolo, rileva che in ogni parrocchia a fianco al comitato parrocchiale, assieme al parroco che promuoveva le opere, erano ospitate anche altre associazioni: società di mutuo soccorso che assicuravano il bestiame ed il raccolto, leghe del lavoro, cooperative industriali, di lavoro, di credito, casse rurali che finanziavano i piccoli agricoltori per l’esercizio dell’azienda. Soldi che certo non potevano prendere dalle grandi banche per la mancanza di garanzie sufficienti, né tanto meno dal credito privato, praticato a livelli di usura. In questo modo si era costituito un tessuto cooperativo in tutta l’Italia in cui democrazia economica era la possibilità di essere imprenditori e democrazia sociale permetteva che i lavoratori non fossero alla mercé del padrone, ma si autotutelassero. Tutto questo era movimento cattolico.
Democrazia politica
Il movimento cattolico si faceva carico che il popolo, ciascun individuo, avesse la possibilità di esprimere la propria volontà quando si trattava di stabilire il governo della nazione. Il potere politico non doveva essere riservato a una ristretta cerchia di persone facoltose e potenti, ma spezzato e suddiviso per ogni membro del popolo. È il popolo che governa se stesso.
Questa idea che ogni membro del popolo dovesse avere una quota di potere politico da esprimere poi nell’atto comunitario del voto libero e segreto era stata concepita durante la Rivoluzione francese.
Il movimento cattolico fece sua questa idea introducendone un correttivo realistico. Per i cattolici non esisteva il concetto di persona singola, la persona singola slegata nei rapporti delle altre persone era una invenzione della filosofia; nella realtà ogni persona esiste in relazione alle altre. Tra queste relazioni poniamo le fondamentali che sono naturali, come la famiglia, e le aggregazioni per interessi. La struttura politica si doveva modellare sulla realtà non sulla filosofia astratta.
Di conseguenza si concepivano due forme di rappresentanza politica che davano voce all’individuo ma anche ai corpi naturali che si stabilivano con le relazioni.
Si concepiva un Parlamento diviso in due rami: Camera alta e Camera bassa.
La Camera alta rappresentava corporazioni o corpi professionali, la Camera bassa si formava attraverso il metodo attuale.
Al di là delle formule politiche, il movimento cattolico non si riconosceva nello slogan giacobino “L’uomo esiste di per se stesso”, ma esprimeva il valore della collettività, della famiglia. Il papà, la mamma, i figli non sono individui autonomi, legati da legami occasionali, o derivanti dalla stipulazione di un contratto, ma innanzitutto un’unità.
Democrazia politica era dunque intesa come espressione persone, di singoli, ma anche di aggregazioni naturali e sociali.
Libertà della Chiesa
Il movimento cattolico si impegnò nella difesa temporale dell’esperienza della Chiesa, in modo da divenire possibilità di incontro concreto tra le persone e in modo da potersi manifestare. Si rifiutava l’idea del prete relegato in sacrestia e ne richiedevano una presenza attiva nella società.
La Chiesa doveva essere tutelata nella libertà di insegnamento dottrinale e nella capacità di creare cultura e formare una società.
Non tutto fu cosi pacifico nell’incontro tra clero e popolo all’interno del movimento cattolico.
Ai laici toccava il compito di lavorare per la democrazia, al clero spettava il compito di evangelizzare. Questa differenziazione, che sarebbe diventata conflittuale, non si manifesto agli esordi, tanto è vero che le prime leghe si organizzavano nei locali parrocchiali. In questo senso si muoveva il pontificato di Leone XIII, che attraverso la sua enciclica Rerum Novarum del 1891, invitava il clero all’attenzione verso i bisogni sociali.
A livello di opinione pubblica si era fatta strada l’idea che per essere sacerdoti bisognava impegnarsi nel sociale; naturalmente non era così nella realtà. Francesco Saverio Nitti, liberale di sinistra, scriveva che alla corrente del Socialismo cattolico apparteneva buona parte del clero. Monsignor Piovano era considerato un cappellano rosso ed in Austria si era costituito l’omonimo movimento.
Benché nel successivo pontificato le cose proseguissero apparentemente come prima, Pio X sentì il bisogno di intervenire. Il papa chiarì che il compito del clero non era quello di perseguire la giustizia sociale, di pertinenza dei laici attraverso le loro organizzazioni, ma quello di annunciare Cristo. Questo portò i sacerdoti ad abbandonare le posizioni di responsabilità in seno alle società. Seguirono proteste dal mondo cooperativo, in quanto venivano a mancare in esso gli elementi più importanti, ma bisognava rendere esplicito quale fosse la missione del prete nella società.
Le leghe operaie e contadine e le cooperative trovarono nuove sedi al di fuori di quelle parrocchiali, presero maggior coscienza della responsabilità loro affidata e soprattutto si aprirono agli altri rendendosi meno confessionali. Tornano alla memoria le parole pronunciate da Achille Grandi sul letto di morte, che parafrasando San Paolo disse “Ho corso la mia gara, combattuto la buona battaglia ed ora sono arrivato alla fine e spero di meritarmi il regno di Dio”.
Per i laici, dunque, era chiaro il proprio ruolo di testimonianza cristiana, per il clero invece assistemmo ad una inversione di tendenza: un fenomeno di allontanamento dalla società ed una maggiore spiritualizzazione.
Tanto che passati gli anni Sessanta del Novecento ci si riproponeva il problema di una pastorale nel mondo del lavoro. È veramente paradossale: il clero partito con gli operai se li ritrovava contro.

Don Costante Mattavelli (1873-1914) a Carate Brianza dà vita alla Lega cattolica del Lavoro e alla Cooperativa di Consumo.
Le adesioni sono altissime. Avvia corsi di alfabetizzazione per adulti, per consentire anche a tanti poveri di accedere alle liste elettorali. Fonda anche la banda del paese, ancora presente oggi. E nel 1903 dà vita alla Cassa rurale depositi e prestiti, la sua opera forse più importante.
Il Socialismo
Di questo tema non ne ho trattato prima in quanto credo non sia rilevante per l’origine del movimento cattolico, mentre avrà un influsso cammin facendo.
Le prime manifestazioni sociali dei cattolici erano proposte dal gruppo denominato Socialismo-Cattolico o Socialismo Cristiano di cui facevano parte Angelo Mauri e Filippo Meda. Cosa si intendeva per socialista? Si intendeva il significato letterale del termine, colui che si preoccupa dei problemi sociali, in quanto consapevole che il problema dell’età contemporanea è la questione sociale.
Il movimento dei cattolici non nasce in contrapposizione al socialismo storico della lotta di classe, ma in riferimento allo stesso problema dal quale nascono i socialisti.
Un terreno su cui si avranno convergenze tra i due movimenti sarà senza dubbio la costruzione dello stato sociale (pensioni, sanità, intervento massiccio nell’economia). Già nella Rerum Novarum si affermava che i protagonisti dell’azione sociale erano la Chiesa, mediante opere di carità, gli operai, con le loro organizzazioni sindacali e lo Stato. Una posizione importante, dato che i rapporti tra Chiesa e Stato erano minati dall’intervento militare di Porta Pia, dalla confisca dei beni ecclesiastici e dalla fine del potere temporale papale. La questione romana allontanò per molto tempo i cattolici dalla vita politica del Paese ed il loro intervento venne ripristinato definitivamente con il Concordato del 1929. Forti dei pronunciamenti dei papi sulla questione sociale ed i compiti dello Stato (Rerum Novarum e Quadragesimo anno), i cattolici del secondo dopoguerra crearono l’attuale stato sociale, tanto da poter affermare che l’Italia è il paese non comunista più comunista.
