di Felice Asnaghi
Nel dicembre 1922 il fascismo è salito al potere. Dopo la Marcia su Roma di ottobre, il Re Vittorio Emanuele III aveva affidato l’incarico a Benito Mussolini. A dicembre il nuovo governo ha ottenuto i pieni poteri e da quel momento l’aria era divenuta pesante per tutti. Gli atti intimidatori erano all’ordine del giorno. I fatti di Cabiate, dove trovò la morte il giovane Pietro Caronni il 5 novembre 1922 incutevano paura nella popolazione. All’interno dell’associazionismo cattolico si era costituita l’avanguardia “O Cristo o Morte”.
Si trattava di un gruppo di volenterosi che si era assunto il compito di salvaguardare la fede cattolica dal dilagare dei cattivi costumi. Vigili e attenti durante le processioni, nel primo periodo fascista portavano un gagliardetto con la scritta “O Cristo o Morte”, in aperta e degna sfida al motto fascista “Me ne frego”; e, a quanto pare, non disdegnavano nemmeno di menar le mani.

Il fascismo delle origini, oltre che violento, si esprimeva anche con comportamenti libertini che infastidivano molte persone. Nei teatri infatti si rappresentavano operette al limite del buon costume e del rispetto della religione. Dal mese di novembre del 1922, presso il teatro del Circolo Operaio di Cantù, la Compagnia Giuseppe Servi si distingueva appunto per la messa in scena di drammi assai discutibili. Il prevosto di Cantù don Luigi Ottolina, dal pulpito, aveva deprecato queste manifestazioni.
I giovani cattolici canturini passarono allora dalle parole ai fatti: decisero di compiere un’azione dimostrativa all’interno del teatro, assieme alle avanguardie Ballerio di Meda e Volta di Mariano. Il gruppo giovanile medese portava il nome del primo coadiutore dell’oratorio, da poco scomparso, il mitico don Guglielmo Ballerio.
L’appuntamento era fissato per il 21 novembre alle ore 20 presso il teatro di Cantù. Sembra che da Meda partissero una decina di volontari. Salirono sul tram con il solo biglietto d’andata: probabilmente già immaginavano che potesse accadere qualcosa di grave. Alcuni scesero una fermata prima, altri quella dopo; poi, senza farsi notare, si ritrovarono tutti all’interno dello stabile.

Teatro comunale
Erano ben trentanove gli avanguardisti cattolici mescolati tra la folla. Nel teatro si rappresentava La sorpresa della paternità, dove il nascituro non era un bambino, bensì un maialino. Su “l’Azione Giovanile”, settimanale dei Giovani Cattolici della diocesi di Milano, si leggeva:
«Poche battute, il primo atto, poi al secondo il porco grugnisce ed allora incomincia la sinfonia dei fischi, delle urla. Gli artisti (?!) rimangono interdetti, gli allupanati, le buone signore si stropicciano gli occhi intontiti: “che non è mai?” I fischi riprendono, le urla si fanno più clamorose. Un avanguardista nel nome di Cristo e dell’Italia invoca che la sozza venefica imbandigione venga tolta. Cala il sipario. Il successo è ottenuto. Così facilmente?».

La prima pagina de L’Azione Giovanile del 2 dicembre 1922, settimanale dei giovani cattolici della diocesi ambrosiana, da cui sono state tratte le notizie.
Qui cominciò il bello! Le porte del teatro vennero chiuse e gli avanguardisti rimasti intrappolati dovettero uscire da una porticina dove fuori li aspettavano i fascisti. «Volano pugni, bastoni; gli avanguardisti si raggruppano e disperatamente si attendono. Mа la forza nemica è soverchiante. I carabinieri che han capita l’amara lezione, dimostrano tutta la loro simpatia per gli assalitori ndr. i fascisti). La lotta si fa accanita. Da una parte la Gioventù Cattolica d’Italia fulgida de’ suoi ideali, squamata del suo coraggio cristiano, dall’altra le jene bavose, alle quali nessuno ha torto un capello, ma furon disturbati nella degustazione porcilesca. Son due principi, due età. La mischia divampa tra ineguali. Il valoroso avanguardista Trabattoni di Mariano ex-combattente e decorato al valore viene bloccato da due avversari: mentre altri tre lo percuotono scelleratamente, consegnandolo poi ai carabinieri che lo trasportarono svenuto in prigione con due profonde ferite alla testa. L’avanguardista Brivio è gettato al suolo, calpestato, trascinato in carcere con cinque ferite. Barni, Cappellini e Orsi (n.d.r di Meda) appena arrestati debbono essere fatti medicare per gravi ferite. A stento il gruppo dei nostri riesce a raccogliersi e fendere il folto della ciurma, per scampare la strage forse più orrenda. Nella fonda tenebra della notte i giovani fuggono verso i campi. Ah! Ľorda più non insegue; lontano si sperde l’eco del suo rauco grido rabbioso. Si fa l’appello. Ne mancano 18. Cinque, si sa, furono amorevolmente dai benemeriti condotti in guardina, gli altri 13 dove saranno? E si rifà la strada (…). Adagio, a tentoni, con l’ansia, il tremito nel cuore. Saran rimasti in balia della folla ubriaca? Saran morti? Ecсо s’ode un gemito: è un ferito lunghesso la siepe; alza gli occhi, stende le mani. E poi un altro, un altro e un altro. Tutti e 13 vengono ritrovati».
Nel frattempo i fascisti entrarono nella sede dell’Unione Cattolica, sequestrarono il signor Enrico Mosconi, accusato di aver organizzato l’assalto al teatro, e lo trasportarono nella loro sede, per poi rilasciarlo. La risposta delle organizzazioni cattoliche non si fece attendere: il giorno seguente, fuori dalle mura della caserma dei carabinieri, si improvvisò un comizio; seguì la visita ai carcerati da parte del prevosto e alcuni deputati si adoperarono per liberare gli sfortunati avanguardisti.
Lo stesso giorno si tirarono le somme della bravata: «Tra gli avanguardisti: nove feriti guaribili in 20 giorni; cinque arrestati per violazione di domicilio (!), percosse a mano armata. Tutti in libertà provvisoria dopo cinque giorni di prigionia. Ecco i nomi: Cappellini Angelo, d’anni 22 – Orsi Luigi, d’anni 22- Barni Pasquale, d’anni 19, appartenenti alla squadra “Ballerio” di Meda. Trabattoni Angelo, d’anni 24 – Brivio Enrico, d’anni 20, appartenenti alla squadra “Volta” Tra gli avversari: sei feriti».

1922, gruppo di giovani cattolici medesi riuniti nell’Avanguardia Ballerio protagonisti della “scazzottata” a Cantù. Dietro il gagliardetto con la scritta “O Cristo o morte”, loro motto. Si riconoscono, tra gli altri: il quarto in alto da sinistra Spinelli, il settimo Orsi Luigi detto Munfier, il primo della seconda fila da sinistra Castelli e il primo in basso a sinistra, seduto, Giudici Giuseppe.
A proposito di armi, si trattava di qualche bastone, una lima da falegname e una grossa chiave… presero tante botte!
Oltre ai cinque arrestati, è possibile ricordare anche altri medesi presenti a quella serata: Giudici Giuseppe, detto Farinelê; Castelli, detto Castelòt; e il celeberrimo Spinelli, soprannominato Purcelin Negher. Quel curioso soprannome se lo guadagnò sul campo. Si racconta che, trovandosi un giorno a Cabiate, ebbe una questione con un’altra persona. Questa lo sfidò puntandogli il dito contro. Il focoso Spinelli non ci pensò due volte: con un morso gli staccò il dito e lo sputò a terra. Sappiamo per certo che quei giovani portarono per mesi i segni delle legnate ricevute dai fascisti. Nessuno osò più avventurarsi in esperienze di quel genere

1924, oratorio maschile di Meda. Alle spalle i vessilli della squadra ginnica “Forza e Virtù” e degli avanguardisti “O Cristo o Morte”. Il quadro del cardinale di Milano Eugenio Tosi. Nelle prime file il parroco don Francesco Corti con a fianco il presidente dell’Azione Cattolica Giuseppe Busnelli (Bruat).
