Poco importa quale sia il confine tra la realtà e finzione, l’importante che i santi siano strumento di intercessione verso Dio, al quale noi affidiamo le nostre vite
di FELICE ASNAGHI

1932, immaginetta in occasione della visita del card. Schuster a Meda
Il presente articolo estratto dal primo capitolo del libro di FELICE ASNAGHI, Memorie di Meda – Dal paesaggio al borgo, alla città; un itinerario urbano nel vissuto dei tempi, Le origini – Il Tarò – Il reticolo idrico minore, Le fornaci (Salvioni Stampe, maggio 2022, pagg 12-30, distribuito da Unitre Meda), ha il pregio di proporre una panoramica completa su tutto ciò che è stato scritto riguardo i santi fondatori di Meda a partire dagli studi di Carlo Agrati pubblicati in I santi Aimo e Vermondo Corio e il più antico documento della loro tradizione, (officine grafiche Esperia, via Sarpi 44, Milano, 1933). Asnaghi, profondo conoscitore della storia della città, non solo argomenta criticamente i vari testi letterari ma mette a confronto i manoscritti miniati medievali tuttora conservati a Milano e Los Angeles. Il capitolo è correlato da fotografie e documenti che aiutano il lettore ad approfondire sia le origini di Meda, sia il Medioevo.
La legenda aurea
La leggenda dei Santi Aimo e Vermondo si inserisce nel solco delle “legende auree” e in particolare quella di Iacopo da Varazze (Jacobus de Voragine). Quest’ultima è una monumentale raccolta di storie di 183 santi (agiografie) cui, direbbero alcuni malinformati che probabilmente ancora oggi piace immaginare, un candore di gusto antico serve a compensare una straordinaria rozzezza intellettuale, degna del Medioevo che l’ha prodotta. Ma le cose non stanno così. L’autore (1228 ca. – 1298) era persona di qualità intellettuali straordinarie, le cui responsabilità che oggi diremmo istituzionale danno chiare indicazioni: vescovo di Genova dal 1292, già priore dell’intera Provincia domenicana di Lombardia dal 1297, in momenti di violentissime tensioni religiose, sociali e politiche, ebbe incarichi di notevole responsabilità in Francia e in Ungheria, a contatto con alcune fra le persone di massimo spicco culturale e intellettuale del momento. Né va dimenticato che accanto alle opere di contenuto pienamente religioso, Iacopo seppe scrivere una notevolissima Chronica civitatis Ianuensis, che intreccia con abilità storia politica e storia religiosa, nel contesto della storiografia comunale, in grande fioritura negli ultimi decenni del Duecento. Dalla sua Legenda aurea non ci si può dunque aspettare quel tono da Fioretti di san Francesco che tradizionalmente le si attribuisce: anzi tutto il suo sforzo sta nel ricondurre a un principio unificante le disparatissime tradizioni di vite di santi secondo un gusto sistematico che è proprio della cultura domenicana. Le vite non saranno raccolte a caso, o secondo la loro importanza locale, o secondo la loro tipologia formale o culturale, ma ricondotte al circolo dell’anno liturgico, per costruire un solo grande monumento di esempi di vita, che si dispongono con naturalezza secondo le partizioni dell’anno: il disegno sfugge alla lettura delle singole vite, e si ricompone nel grande quadro generale. Le vite dei santi e di alcuni reprobi si propongono come modelli, non strettamente imitabili, ma portatori di valori. Anche qui è l’immagine d’insieme ad assumere pregio superiore a quello del singolo racconto. Vite di apostoli, che vivono nella Sacra Scrittura (storia sacra) e si incamminano nella storia del popolo cristiano; vite di martiri, che riportano all’età imperiale, e richiamano virtù e atteggiamenti del filosofo; vite di confessori che, senza giungere alla morte violenta, professano verità che l’età di Iacopo vuole richiamate e fissate (e perciò nessun ingenuo candore, ma deliberate scelte); vite di monaci, ambientate in zone ormai non più cristiane, portatrici di valori di pensiero e di rinnovamento in tutta la storia della Chiesa; vite di prostitute, che mostrano l’infinita capacità di svolta e di volontà che sta negli atti umani, guidati da scelte coscienti e inconsce; vite di santi contemporanei o quasi, che testimoniano come i modelli non appartengano al solo passato. Non tutto si esaurisce nella lettura: la Legenda aurea costituì per molto tempo anche il normale repertorio narrativo cui fecero riferimento, oltre agli uomini di teatro, anche pittori, scultori, artigiani. Le raffigurazioni dei santi richiamano immediatamente, al di là dei normali attributi iconografici che prima interessarono e influenzarono la maggior parte della pittura europea fino al Settecento, contesti narrativi che li qualificano, con riferimenti chiari che sfuggono altrimenti all’osservazione superficiale.
La storia dei Santi Aimo e Vermondo
Storici del calibro del Bascapè, del Bugato, del Morigia, del Ferrario, del Lodi, del Lupis e, da ultimo lo stesso Agrati di Meda nei loro scritti hanno narrato la storia di Aimo e Vermondo conti di Turbigo sul Ticino. Il primo, nel 1582, Gaspare Bugatto nel suo Historia et origine della terra di Meda et del molto honorando monastero, così scrive: Correva l’anno 776 e Circa questi tempi occorse che duoi fratelli nobili giovani Milanesi, et Conti potentissimi della famiglia dei Corij, casata antica, et nobile di questa città, derivata da li Curij Romani qual in ogni tempo, in lettere, arme, e servigij de’ Principi, honorevolmente s’è mantenuta, e hoggi anco nobilmente in Milano vive, andando a caccia, si oltre si spinsero, che capitarono ne’colli e boschi di Meda.
Una battuta di caccia aveva richiamato nella “Silva Medea” una numerosa schiera di signori cavalieri, tra questi Aimo e Vermondo Coiro, figli del signore di Turbigo e di altre terre. Nel fervore della caccia i due giovani, ammirati da tutti per la nobiltà del casato, si allontanarono e si smarrirono nel folto del bosco. Stavano pensando come ritrovare la via giusta, quando si sentirono inseguiti da inferociti cinghiali. Fuggendo, arrivarono davanti ad un tempietto dedicato a san Vittore dove trovarono due alti allori. Vi salirono, ma il rifugio apparve subito malsicuro, dato che i cinghiali si erano messi a scavare il terreno circostante per abbattere le piante ed afferrare la preda. La “Grazia di Dio” stava attendendo i due giovani, che vistisi persi, si rivolsero fiduciosi a Lui, facendo voto di costruire ivi un monastero e dedicarvisi al Suo servizio. I cinghiali improvvisamente abbandonarono il posto e si ritiravano nei boschi. Ritornati al proprio castello di Turbigo Aimo e Vermondo comunicavano ai parenti ed amici la propria risoluzione e vendevano parte dei loro possedimenti. Con il ricavato costruirono sul luogo del loro miracoloso salvataggio un monastero e lo donarono alle monache benedettine. Abbandonarono poi il mondo e si ritirano presso il monastero dandosi a vita anacoretica. Aimo e Vermondo morirono verso il 790 e i loro corpi furono chiusi in un sepolcro all’interno del monastero. L’opera di elevazione della zona della “Selva Medea” continuava attraverso l’influsso del monastero sulle dipendenti famiglie coloniche e sui rifugiati politici, che in mezzo all’imperversare delle guerre e degli odii di parte chiedevano asilo e immunità. Le monache e gli antichi abitanti di Meda conservarono le reliquie dei due santi fondatori e ne cantavano le lodi in un’apposita ufficiatura composta da un frate domenicano certo Modesto da Vicenza. Il bisogno di avere un santo fondatore, anzi due, accresceva agli occhi della Chiesa e della società del tempo l’importanza e la potenza del cenobio benedettino medese. Era successo all’ordine degli Umiliati con la salita agli altari del primo sacerdote san Giovanni Oldrati di Meda ed era venuto il momento anche per le nostre monache.
Durante i secoli, le visite pastorali degli arcivescovi ambrosiani e dei loro vicari delegati confermavano nelle loro relazioni scritte la presenza di altari dedicati al culto dei santi Aimo e Vermondo. Le reliquie sono deposte, ancora oggi, nella chiesa di San Vittore. Nei secoli il 13 febbraio era ritenuto giorno di festa solenne, poi il triduo del miracolo del Santo Crocifisso dei primi giorni di agosto e la festa della santa patrona Santa Maria Nascente all’8 settembre presero il sopravvento ponendo in secondo piano quella dei nostri due fondatori. Fu don Silvano Casiraghi a riproporre la festa e ad inserire i nomi di Aimo e Vermondo nella lista dei santi invocati durante i funerali. In loro onore, quel giorno sull’altare maggiore del nostro Santuario vengono posti due busti contenenti le reliquie.
Come è nato il culto dei nostri santi fondatori?
Nel 1932 l’ing. Carlo Agrati, noto storico medese, scova tra le carte depositate nella Biblioteca Trivulziana di Milano un documento segnato col codice 509 dal titolo Legenda venerabilium virorum Aymonis et Vermondi, lo traduce e nel 1933 lo pubblica. Si tratta del più antico documento della loro tradizione che ci permette di ricostruire passo dopo passo la vita e i miracoli compiuti dai due giovani santi. Un’altra copia simile era di proprietà della casa d’aste londinese Sotheby’s. Questo libro miniato scritto nel XIV è la conferma che la venerazione dei santi fondatori era già una pratica popolare durante il Medioevo.
Il manoscritto miniato dei santi Aimo e Vermondo Cori: Legenda venerabilium virorum Aymonis et Vermondi

Incipit da Leggende Lombarde, Aimo e Vermondo di Meda,
codice Trivulziano 509, di Giulia Bologna
Il manoscritto miniato (da minium cioè rosso) depositato in Trivulziana è composto da 11 fogli (190 x 136 mm) in pergamena arricchiti da 11 miniature e da una coperta in cuoio di mm. 252 x 187, è scritto in latino tardo medievale in inchiostro con caratteri gotici in rosso e nero e foglia oro, con decorazioni capolettera. Si tratta di un atto notarile scritto da Lantelmo Vezio nel 1337, ma una nota al suo interno ci segnala che questo libro fu voluto dalla monaca Fiorina de Solbiate e questo permette di essere più precisi e posticiparne la data. Dalle pergamene del monastero di San Vittore sappiamo che Fiorina era monaca nel 1353 e quattro anni dopo anche canevaria di esso, cioè dispensiera o tesoriera. Assai probabilmente in tale ruolo ordinò questo studio attorno il 1360, come del resto lo provano le pregevoli illustrazioni che lo adornano i cui personaggi portano i costumi dell’epoca di Galeazzo e Bernabò Visconti. Ci sono, quindi delle evidenti discrepanze sulla datazione del documento e sulla sua storicità.
La compilazione del testo viene attribuita a Giovannino e al figlio Salomone de’ Grassi, mentre le splendide miniature lumeggiate in oro, sono opera della bottega di Anovelo da Imbonate, già noto nel 1395 per l’esecuzione del celebre messale ambrosiano per l’incoronazione di Gian Galeazzo Visconti. Dal monastero di Meda l’importante manoscritto passò poi alla biblioteca Archinti di Milano, quindi, all’inizio del Settecento fu portato in Francia dal conte Bertram Ashburnham
ed in seguito passò nelle mani di diversi collezionisti tra cui: Henry Gallice d’Espernay e il cacciatore parigino Marcel Jeanson, per giungere alla famosa casa inglese specializzata in vendita all’asta la Sotheby’s.
Prologo.Lodiamo gli uomini gloriosi nostri padri venerabili Aimone e Vermondo…. I due personaggi, attori della vicenda, sono paragonati ad alberi profumati i cui gradevoli aromi si diffondono per il mondo arrecando genuino ed intenso amore. Dai vigorosi rami di queste miracolose piante, maturano copiosi frutti della pietà. Dalla volontà dei nobili giovinetti Aimo e Vermondo e dall’infinita riconoscenza verso Dio Salvatore, nacque il monastero di Meda condotto da un gruppo di monache devote a San Benedetto. Le stesse si legge: “mettevano in fuga il diavolo e dominavano il mondo”; inoltre nel cenobio “si sradicano i vizi e ci si dedica alle virtù”. Tra le sacre mura del convento si pregava per il bene dell’umanità, si studiavano e commentavano i sacri testi, si alloggiavano i pellegrini, si elargivano elemosine ai poveri ed ai diseredati. Le monache venivano paragonate ai buoi che sostengono il tempio di Salomone e ai leoni che lo difendono.
Primo capitolo. Si chiarisce la motivazione della pubblicazione: descrivere i lodevoli atti compiuti dai santi fondatori e descrive sommariamente i lodevoli atti compiuti dai santi fondatori.
Secondo capitolo. Come si votarono a Dio e fondarono il monastero. Leggiamo, con interesse che i due fratelli conducevano una vita fastosa, circondati da una folta schiera di devoti domestici e vestiti di eleganti e preziosi abiti. Essi erano soliti ostentare le proprie ricchezze, manifestando in ogni circostanza la loro vanità. Un giorno Aimo e Vermondo organizzarono con alcuni amici accompagnati da servitori una partita di caccia al cinghiale, così com’era consuetudine fare in terra lombarda. Percorrendo a cavallo selve ombrose e vaste brughiere popolate da animali selvatici, si erano allontanati di molto dai centri abitati e dopo aver percorso molti chilometri dal luogo di partenza, erano giunti nei fitti boschi brianzoli, proprio vicino al villaggio di Meda.
Terzo capitolo. La cacciagione. Nel pieno della caccia i due fratelli si trovarono appiedati ed isolati. Attaccati da alcuni grossi cinghiali inferociti corsero verso una vicina edicola dedicata a San Vittore per cercare un riparo sicuro. Lì si arrampicarono su due alti lauri. I due malcapitati, temendo per la loro vita si rivolsero a Dio per averla salva. Facendo voto,così leggiamo sul manoscritto:a Dio e alla Beata Vergine e al Beato Vittore martire glorioso che se potessero scampare dal pericolo in cui si trovavano e dall’ira delle fiere nello stesso luogo in onore del detto beato martire Vittore con le proprie ricchezze di cui abbondavano avrebbero costrutto un monastero in cui essi si sarebber dedicati al Signore.
Quarto capitolo. Essi avevano fatto voto di costruire un monastero di monache benedettine:Il padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione osservando ed accogliendo dall’alto il loro voto alle loro richieste acconsentì…. Scesero dai lauri e si cinsero il capo con una corona di foglie dell’albero in segno di trionfo e tornarono a casa memori della promessa fatta a Dio.
Quinto capitolo. Costruito il monastero i due giovani vi vissero tutta la vita in santità. Essi si dedicarono “ai divini uffici e si fecero servi al servizio del Signore”. Ogni giorno digiunavano e tre volte al sabato si contentavano di poco pane. Per letto avevano un po’ di strame e per cuscino i sassi, per coperta una stuoia e un cilicio per camicia, considerando che chi vuole andare dietro a Cristo bisogna che rinneghi se stesso e prenda la croce della penitenza e lo segua….
Sesto capitolo. Si racconta l’evento della traslazione dei corpi dei due santi e ci riferisce che dallo scurolo dove erano stati sepolti (cioè sotto il pavimento della antica chiesetta poi divenuta del Santo Crocifisso) emanava un soave profumo. Il testo originale così ci riferisce:
Riposano dunque nella polvere della terra i loro corpi quasi grani di frumento inerti le cui radici saldamente fissate in cielo, non conoscendo morte verdeggiano e crescono, non che recano abbondante frutto di opere di pietà (…).
Passato infatti un tempo di molti anni, reggendo il monastero la venerabile badessa signora Contessa di Besozzo, attendendo al riordino della chiesa di San Vittore occorreva ivi trasportare i loro sarcofaghi da un punto all’altro affinché ogni cosa si facesse col debito ordine, nell’ora della loro traslazione congregò gran copia di religiosi e di popolo, si che al loro cospetto la traslazione si celebrasse solennemente e si ponessero in luogo debito e degno. Come furono aperti poi i loro sepolcri, fu rinvenuto in essi una serie della gesta dei cinghiali, dei lauri e delle cose qui sopra narrate, descritte in pittura a perpetua memoria, ed in testimonio irrefragabile della devozione della santità loro (..).
Subito un tal profumo di meravigliosa soavità esalò nel luogo e spirò fra i devoti presenti, che per l’ammirevole soavità del profumo e insolita, sembrò di essersi mutato in altro il mondo
Settimo capitolo. Continua, in modo generico la descrizione della traslazione dei corpi.
Ottavo capitolo. I miracoli. Mentre i corpi dei santi riposavano nella chiesa avvennero diversi miracoli. Si menziona che una badessa avesse buttato nel torrente tutti gli ex voto e per questo motivo fu colpita da infermità, morendo pian piano e con angoscia (Il Bugatto ritenendo che queto fatto sia dovuta a un intervento di Dio lo annovera tra i miracoli – il secondo se ben 15). In sintesi, ecco i miracoli elencati nel manoscritto.
- La badessa Contessa di Besozzo soffriva di una infermità al ginocchio e devota ai santi riebbe la salute.
- La monaca Galdina venne liberata da una fastidiosa gotta al braccio.
- la signora Conrada da Besozzo del monastero, colpita da paralisi, non poteva muoversi e non percepiva alcun tatto. Pregando, in chiesa i santi, le fu restituito l’uso.
- La monaca Margherita da Giussano fu sanata da una infermità ai denti che la tormentava giorno e notte.
- La monaca Cita aveva una apostema in gola che ingrossandosi ostruiva la respirazione e ormai era prossima alla morte. Vedendo ciò la monaca Ottolina, sua nipote, si rivolse ai santi per l’intercessione. La zia monaca fu sanata.
- Il fanciullo Bertarolo Porro operato alla gola era in fin di vita. La madre si rivolse alla figlia Valentina, monaca del convento, affinché pregasse i santi per la guarigione del fratellino. Il bambino venne miracolato.
- Nella diocesi di Novara, nel luogo di Momo, la signora Margherita moglie di Ottone aveva partorito una creatura difforme. La sorella di Ottone, donna Gualdrada, era monaca nel monastero di Meda e su invito dei parenti pregò i santi affinché il nipote guadagnasse la sanità del corpo. Il bimbo, battezzato con il nome di Aimo, ricevette la grazia.
- Maria moglie di Andrea Confalonieri di Milano era in fin di vita per una forte febbre. La sorella Guglielma, monaca del monastero medese, pregò i santi ed ottenne la guarigione della sorella.
- Una donna di Meda di nome Donella avendo messo mano ad un lavoro presso il fuoco il giorno in cui si celebra la festa dei Santi e benché avvertita da un’altra donna che era giorno di riposo e preghiera, continuò a lavorare. Venne all’istante colpita da immobilità rimanendo intontita. La donna comprese il suo errore e Dio ebbe misericordia di lei liberandola dalla situazione di costrizione.
- Una seconda donna di Meda, certa Stramaezzo, aveva persa la vista per non aver voluto onorare la festa dei due santi. Ricominciò a pregare sino a riacquistarla di nuovo.
- Allegranzina, una bambina di due anni di Meda, finì sotto le ruote di un carro. La madre, devota ai santi, si rivolse a loro pregando tanto che la figlia si rialzò incolume.
- A Cantù i coniugi Leone d’Ottasso e Corrada erano disperati perché ogni figlio che attendevano moriva. Dopo molti anni, ebbero un figlio nato con una infermità. Una notte il marito ebbe in visione una moltitudine di soldati. Tra essi c’erano Aimo e Vermondo che gli rivelarono: Va che il tuo figliolo vive ed è guarito dalla sua infermità.
Nono capitolo. I difensori e protettori del monastero. Continua l’elenco dei miracoli.
13 Un nobile milanese era contristato perché alcuni nobili milanesi detenevano illegalmente proprietà del monastero. Una notte vide in sogno due uomini che sopra il tetto di una casa di questi prepotenti erano intenzionati a volerla bruciare. Il nobile chiese loro chi fossero ed essi si presentarono come Aimo e Vermondo che volevano avere giustizia dei torti avuti. L’uomo li persuase a desistere da tal gesto perché poteva essere minacciata tutta la città. I santi lo ascoltarono. I nobili prepotenti qualche tempo dopo furono segnati dalla sventura. Uno cadde in battaglia, l’altro, il fratello, venne rinchiuso in prigione sino alla sua morte.
14 In un pubblico “istrumento” datato 1337, (notaio Lan..) essendo badessa del monastero donna Gualdrada de Momo, si testimonia che un uomo detto Martino da Luano, storpio, camminava con le grucce ogni giorno chiedeva l’elemosina bussando alle porte delle case di Meda. Mentre si recava, come ogni giorno, al sepolcro dei due santi, ricevette la grazia. Lo stesso Martino divenne frequente visitatore della tomba dei santi.
Fine
All’asta la copia del manoscritto miniato
Nel 1987 la copia del documento della Trivulziana venne battuta in occasione di una loro asta a Montecarlo, per un valore pari a 470 milioni e 140 mila lire e fu acquistato dalla fondazione americana Paul Getty. Oggi il manoscritto si trova nel museo del magnate a Los Angeles in California.
L’eco dell’imminente asta fu data dal settimanale “L’Europeo” nella rubrica “Arte & mercato” del 31 gennaio 1987, vi si poteva leggere un articolo che interessava la nostra città: «La filiale della Sotheby’s del Principato di Monaco per il prossimo febbraio ha in programma di mettere fuori tutti i suoi artigli. E proprio di artigli si deve parlare dato l’argomento cui si intitola l’eccezionale asta di libri antichi, circa 600, programmata nelle sedute di sabato 28 febbraio e della domenica successiva, alle ore 21 precise, nelle sale dello Sporting d’Hiver a Montecarlo: la “caccia” è il tema specialistico di questo importantissimo appuntamento tra collezionisti. (…)».
Il giornalista entra nel particolare del pezzo più importante dell’asta: la Legenda venerabiluim virorum Aimonys et Vermondi: «È per esempio sui 200-300 mila franchi francesi la richiesta per un altro manoscritto su pergamena proveniente dal convento benedettino di San Vittore di Meda. In questo lavoro del Quattrocento si narra la vicenda dei Santi Aimo e Vermondo. Ecco alcuni dati forniti dalla filiale di Milano della Sotheby’s: di proprietà del monastero benedettino di Meda che lo aveva fatto scrivere e miniare, come un altro ora conservato alla biblioteca Trivulziana di Milano. Verso il 1350-1400 (…)».
La base d’asta era di circa 60 milioni di lire. Come sappiamo il Comune di Meda aveva a disposizione solamente 100 milioni di lire e non ce la fece ad acquistare la preziosa pergamena che invece fu aggiudicata dalla fondazione Paul Getty.
Le due copie a confronto

Leggende Lombarde, Aimo e Vermondo di Meda, codice Trivulziano 509, di Giulia Bologna

I santi Aimo e Vermondo Corio, studio fotografico Marcone, ripresa manoscritto di Los Angeles
Negli anni Novanta potei vedere di persona il manoscritto depositato in Trivulziana e prendere visione di una copia gentilmente messa a disposizione dalla biblioteca stessa. Mentre per la copia “americana” mi sono dovuto accontentare di poterla consultare sul sito del “Paul Getty Museum” e di ricevere ulteriori precisazioni attraverso uno scambio di e-mail. Va aggiunto che subito dopo l’asta di Montecarlo, lo Studio Marcone di Meda, aveva dato alle stampe una pubblicazione nella quale riportava la traduzione italiana del manoscritto dell’Agrati con inserite (incollate) le fotografie delle immagini della copia acquistata dal Getty.
Raffrontando le miniature illustrate dei manoscritti della Trivulziana e del museo Paul Getty possiamo affermare senza ombra di dubbio che il primo è certamente di miglior fattura soprattutto per i colori esuberanti che danno risalto alle figure e alla decorazione delle parole di inizio frase. Qui il capolettera è impreziosito nella grafia ed arricchita coi colori blu o rosso accesi, mentre nel secondo ritroviamo la stessa grafia signorile però color inchiostro come tutto il testo. Le immagini (miniature) nel primo caso (Trivulziana) sono distribuite in pagine diverse, nel secondo caso, certe sono raggruppate in una sola pagina e come sopraddetto, non sempre mantengono i colori forti del primo. E questo va a discapito degli eleganti vestiti dei nobili guerrieri che, benché mantengano la foggia e i disegni della “Trivulziana”, sono spenti. Anche il testo scorre sulle pagine in modo diverso e soprattutto la chiusura del manoscritto cambia di molto. Nel manoscritto della Trivulziana l’ultima pagina è dedicata al racconto del miracolo di Martino da Luano ed inizia con la parola “Millesimo” per terminare con “Lan” (inizio di Lantelmo Vezio notaio) lasciando incompleta la frase ed è per questo che si ritiene il documento milanese mutilo. Purtroppo, pure l’altro è mutilo e in modo maggiore. Il manoscritto di “Los Angeles” chiude con la miniatura che rappresenta i santi Aimo e Vermondo in piedi sul tetto della casa di uno dei nemici del monastero mentre minacciano di bruciarlo con le torce. Non ci sono le pagine che dovrebbero raccontare il miracolo (raffigurato appunto) di Martino di Luano. Ho chiesto spiegazioni alla direzione del museo americano e gli stessi, mediante una e-mail speditami il 26 gennaio 2022, mi hanno confermato che il loro manoscritto manca delle pagine finali. Risulta chiaro che si tratta di due copie scritte e miniate da mani e tempi differenti nella bottega dell’Imbonate su volontà della committenza.
Osservazioni di Carlo Agrati
Nel 1933, Carlo Agrati diede alle stampe il libro I santi Aimo e Vermondo Corio edito da Esperia, Milano. In esso pubblicava per la prima volta il manoscritto miniato conservato negli archivi della Biblioteca Trivulziana. Il ricercatore medese ebbe l’accortezza di presentare nell’opera sia il testo originale latino che la sua traduzione italiana. Lo scritto veniva pure correlato da 5 fotografie tra le 11 miniature che il documento conteneva. Facciamo qui seguire un elenco delle osservazioni che l’Agrati aggiunse al termine del documento con l’aggiunta di ulteriori, in quanto le riteniamo interessanti per conoscere il valore ed il significato della Legenda venerabilium virorum Aymonis et Vermondi.

Codice 509 Biblioteca Trivulziana
Affermazioni poco verosimili. Giovani che vanno a caccia chilometri lontano da casa in mezzo alla foresta infestata da animali pericolosi; cinghiali con raziocinio che addirittura scavano alla radice della pianta pur di farla cadere; vita di penitenza dei due giovani nel mezzo della foresta in compagnia di qualche (poche!) monaca.
Errori di storia. Come non segnalare che le guerre tra i signori a cui fa cenno siano quelle tra Torriani o Visconti, la cui battaglia finale fu combattuta a Desio il 21 gennaio 1277 dove i Visconti ottennero il controllo su Milano e il suo contado.
Errori nel disegno delle figure: i personaggi sono vestiti come al tempo di Bernabò Visconti (metà del Trecento) cioè circa 500-600 anni dopo l’Alto medioevo (periodo franco-longobardo) in cui sono o sarebbero vissuti i due nobili Coiro. È un po’ come presentare Dante Alighieri con il cilindro in testa.
Obbiezione grave. Nessun cenno di questa tradizione nei seicento anni precedenti il 1350. L’Agrati, infatti lo deduce dopo aver tradotto quasi duemila pergamene, nelle quali non ha trovato alcun cenno di questa consuetudine religiosa.
Un dubbio forte. Che questa venerazione dei santi sia stata voluta dalla stessa badessa Contessa da Besozzo per rendere illustre il monastero? Questa tradizione inizia di fatto con la badessa Contessa da Besozzo (1276-1301).
Già Gaspare Bugatto nel 1582 nella sua relazione sui miracoli ricorda che durante la traslazione dei santi avvenuta alla presenza della badessa “Contessa de Besozzi” mentre i corpi dalla terra viva venivano posti in un simulacro di pietra si liberò un’aurea dall’odore soave che investendo la madre la liberò da una doglia al ginocchio.
Anche in questo manoscritto miniato l’elencazione dei miracoli inizia, appunto, con la guarigione da un’infermità al ginocchio proprio della badessa Contessa da Besozzo, colei che operò la traslazione dei corpi dalla chiesa in ristrutturazione al tempio di San Vittore. Nel racconto della traslazione però vengono aggiunti particolari che il Bugatto non cita, ossia scoperchiando le tombe (nel testo non si dice se c’erano i corpi) vi trovò una serie delle gesta dei cinghiali, dei lauri e delle cose qui sopra narrate descritte in pittura, a perpetua memoria ed in testimonio incontestabile della loro devozione e santità. Queste memorie le aveva inserite nei sarcofaghi la precedente badessa? Ma tale Maria da Besozzo, che era entrata in clausura nell’anno 1226 e aveva ricoperta la carica di badessa dal 1241 al 1276 prima della badessa Contessa, non segnalò il culto dei santi in alcun documento.
Il “Liber notitiae” di Goffredo da Bussero che censì chiese e altari della diocesi ambrosiana nel XIII, non fa cenno alcuno di chiesa o altare titolata ai santi Aimo e Vermondo.
Indizio pesante. Contro l’antichità della tradizione è lo stesso cognome Corio come già segnalato dal Bescapè e dal Giulini. I cognomi si formano attorno all’anno Mille e si consolidano circa duecentocinquanta anni dopo. È dunque impossibile che tali nobili Corio siano vissuti negli anni franco-longobardi come testimoniano le pergamene riguardanti la datazione del monastero di San Vittore (851-856).
Infine per lo studioso assume rilevanza il fatto che nel documento della Trivulziana non sia scritta alcuna data che attesti il periodo della “caccia miracolosa” e la successiva fondazione del monastero. Come abbiano fatto il Bugatto ad attribuire il 776 come anno in cui avvenne la caccia dei due Coiro, la loro morte nel 790 e il Morigia l’anno 780 come fondazione del monastero di San Vittore, non è possibile saperlo. Tutto non può essere stato inventato probabilmente certe notizie devono averle attinte da qualche parte, se non altro nel pezzo di pergamena mancante dal manoscritto miniato.
Simbologia
Nel suo insieme la simbologia che fuoriesce dalle undici raffigurazioni che raccontano la vicenda dei due santi fondatori, evidenzia la vittoria della fede cristiana sulle credenze pagane simboleggiate dai cinghiali, completamente addomesticati dalla potenza del Cristo e dei suoi santi.
L’alloro Cominciamo con le piante di alloro e alle sue foglie che lo stesso Federico Borromeo poté vedere durante la sua visita pastorale novecento anni dopo i fatti narrati. Laurus nobilis – o Lauro è una delle piante maggiormente utilizzate nel campo simbolico, nella pittura, nell’arte in genere e nel costume. Questo vegetale dalle foglie lanceolate e dall’intenso profumo emanato quando le foglie stesse vengono spezzate, molto diffuso nel bacino del Mediterraneo, è un sempreverde. E questo suo non piegarsi ai cicli delle stagioni – specie alla morte apparente dell’autunno-inverno – ne caratterizza la natura che fu, dagli antichi, considerata prodigiosa. Poiché non perde le foglie – come sempreverdi sono l’edera e il cipresso, che sono spesso utilizzati nell’arte e nell’arredo urbano, dall’antichità, con funzioni semantiche contigue – esso significa essenzialmente immortalità e poi estende il suo significato a gloria immortale. L’alloro può essere anche utilizzato accanto ad altri simboli, come fosse un aggettivo iconico, sempre per significare eterno, imperituro e immortale. In antico, come testimonia Aulo Gellio (Roma, 125 circa – 180 circa) ne “Le notti attiche”, con le corone di alloro, prima del passaggio all’uso di manufatti d’oro, veniva incoronato il comandante dell’esercito, dopo la vittoria, o l’imperatore. In questi contesti l’alloro significava gloria imperitura. La presenza di raffigurazioni di foglie – riconoscibili perché simili a una punta di lancia – od alberi d’alloro, in ambito artistico, si trova legata al concetto di eternità, di non caducità, attraverso la religione – esso appare in alcuni fondali pittorici della pittura sacra, come in Luini – attraverso la cultura e la poesia o le imprese militari. Poesia, arte ed eroismo garantiscono l’immortalità attraverso la fama e la gloria, la vita eterna nei libri, nelle discussioni, nei racconti. A livello di ritrattistica, l’alloro fu utilizzato per indicare il nome di Laura. Il mito di Apollo e Dafne – nome greco della pianta d’alloro – fu utilizzato, nel campo della simbologia artistica per rappresentare l’eterna verginità delle donne che consacrano la vita allo spirito, che fugge al desiderio sessuale maschile. La storia è ripresa dalle Metamorfosi di Ovidio, un libro che fu una grande miniera di miti e di spunti figurativi, durante il Rinascimento, il Barocco e il Neoclassicismo. La vicenda del giovane uomo e della donna che corrono nudi, inseguendosi, al di là della facciata permeata di moralismo, nasconde il pretesto per cantare, dipingere, scolpire la bellezza di giovani corpi nudi che corrono. Qui però il mito non prevede la consumazione dell’atto sessuale, anche se la concitazione – che diviene ansia erotica, gioco, danza – la lasciano ampiamente, per quanto erroneamente, presagire. L’alloro simbolo dell’amore eterno, l’edera dell’amore carnale.
Nella mitologia celtica il cinghiale era considerato l’animale simbolo della divinità Arduina solitamente raffigurata come un’amazzone armata di coltello a cavallo di un cinghiale. Era pure sacro al dio Lug, spesso raffigurato infatti con un cinghiale al fianco. Il cinghiale era un frequente simbolo araldico dei guerrieri celti, rinvenuto un po’ in tutta Europa issato su insegne o raffigurato su scudi e armi. L’influenza celtica, gallica e franco-longobarda in Lombardia è presente nel substrato etimologico e in alcuni edifici. Il bassorilievo raffigurante una scrofa posto sul Palazzo della Ragione in piazza Mercanti a Milano è risalente al VII secolo a. C. qualche secolo prima dei nostri Aimo e Vermondo. Anche presso le popolazioni italiche il cinghiale era simbolo araldico associato a forza, coraggio e valore in battaglia: sugli scudi sannitici e romani, era spesso raffigurato come emblema di reparto. Dal XIII secolo il cinghiale si trasformò nel maiale e il feroce nemico diventò un amico fedele.
Che i cinghiali fossero tre non è un caso! La scuola pitagorica, il movimento filosofico e scientifico nato nel I secolo avanti Cristo, considera il tre un numero perfetto, in quanto sintesi del pari (due) e del dispari (uno); il tre raffigura nella teoria dei numeri la superficie e la prima superficie è a forma di triangolo. Ma al tre sono stati attribuiti significati magici e simbolici da tutte le civiltà e in tutte le epoche. La religione cristiana ha la sua centralità nel dogma della Trinità. Da qui la sua importanza durante il Medioevo, basti pensare alla Divina Commedia, dove il tre e i suoi multipli hanno un valore simbolico (tre cantiche, trentatré canti, nove gironi infernali).
I nomi Aimo e Vermondo sono nomi longobardi. Alessandro Manzoni. Nella sua tragedia “Adelchi”, il nobile scudiero longobardo che rimane al fianco di re Desiderio fino alla disfatta finale, si chiama proprio Vermondo e domina la prima scena del primo atto (ambientata nel palazzo reale di Pavia).
Aimo origina dal nome germanico Haimo, tratto in ultimo dalla radice haimi (casa, patria): nell’onomastica germanica il termine haimi è anche alla base dei nomi Haimirich e Heinrich (gli italiani Amerigo ed Enrico), tant’è che Haimo potrebbe rappresentarne una forma ipocoristica – si tratterrebbe di un’apocope, per la precisione. Latinizzato nella forma Aimo e italianizzato nelle forme Aimo o Aimone (quest’ultima per effetto della declinazione latina Aimo – Aimonis), il nome Aimone è documentato in Italia sin dal VIII secolo ed è giunto a noi per tradizione dapprima longobarda e poi francone. (dal sito : significatonome.altervista.org/significato-nome-aimone)
Ricognizione e traslazione dei corpi dei santi fondatori da parte del cardinal Federico Borromeo
Sappiamo dalle antiche cronache del monastero che la badessa Prassede negli anni Dieci del Seicento faceva istanza all’arcivescovo di Milano affinché si degnasse di approvare il culto dei santi, “già in onore presso di loro” da secoli. il cardinal Federico Borromeo prese a cuore la vicenda e nell’aprile del 1619 fu a Meda per una visita pastorale e per rendersi conto di persona prima di avallarne la venerazione.
Emanuele Lodi, fratello della badessa di San Vittore, nonché confessore delle monache, nel suo Breve istoria di Meda, e traslazione de’Santi Aimo e Vermondo, al capitolo secondo Traslazione de gloriosi Corpi de Santi Aimo e Vermondo Corij del libro scrive una minuziosa cronaca dell’evento. Qui facciamo seguire un sunto.
Attraverso l’interessamento del monsignor Mazenta, delegato dell’arcivescovo e arciprete del Duomo di Milano, il 24 aprile 1619 sua eminenza il cardinal Federico Borromeo venne a far visita al monastero di Meda per prendere visione della tomba dei santi Aimo e Vermondo. In quel giorno il prelato celebrò la messa alle ore quindici e ascoltò le richieste delle monache. Le religiose chiedevano di costruire un nuovo altare dedicato ai santi fondatori. La richiesta veniva accettata dallo stesso arcivescovo per cui la data dell’inaugurazione venne rimandata ad epoca da destinarsi. I lavori iniziarono molto presto e venne fissata pure la data della inaugurazione ufficiale: il 14 giugno 1626.
Giunto il momento solenne giovedì 11 giugno 1626 il vicario generale monsignor Alessandro Mazenta arrivò a Meda per coordinare i festeggiamenti. Sabato 13 l’arcivescovo, dopo aver pernottato presso il prevosto di Bruzzano, giunse a Meda alle nove del mattino. Al suo seguito vi erano numerose personalità scortate da due squadroni di una compagnia di fanteria. Appena arrivato il prelato pregò nella chiesa esterna di San Vittore e poi si trasferì nella la casa parrocchiale.
Poco dopo ritornò nella chiesa di San Vittore accompagnato da monsignor Visconte, dai monsignori Mazenta e Settali, dal teologo Boffo; consacrò il nuovo altare, celebrò la messa, conversò con le monache e al termine si ritirò nella casa parrocchiale.
Alle ore 20 ritornò in San Vittore accompagnato dai monsignori e dal signor Giò Paolo Corio. Al suono delle campane, ai canti del coro, sotto il baldacchino, il presule si diresse verso la chiesa interna del monastero ove riposavano i corpi dei santi Aimo e Vermondo. L’arcivescovo diede l’ordine di rompere la vecchia arca in pietra cotta e trasferire i corpi nella nuova cassa di piombo e il tutto fosse depositato nel simulacro di marmo. Due piccole porzioni di ossa prelevate dai due santi vennero così distribuite: una a Giò Paolo Corio con l’impegno che la portasse presso la parrocchiale di San Zenone del borgo di Castano; l’altra alla signora Virginia Spinola Coria della parrocchia di San Nazario e Celso per trasferirle nel luogo di Bussero pieve di Gorgonzola.
Una processione di monache accompagnò la bara all’altare maggiore della chiesa esterna mentre fuori della clausura numerosi gentiluomini, preti e popolo seguivano il solenne trasferimento al suono di trombe, campane e colpi di archibugio. Il cardinale intonò l’orazione a favore dei santi, diede la benedizione e assicurò l’indulgenza plenaria per cent’anni a tutti i presenti. Al termine verso le 23 l’arcivescovo si ritirò nel suo alloggio.
Domenica 14 alle ore tredici il cardinal Federico Borromeo tenne una breve omelia al popolo radunato nella chiesa esterna del monastero. Egli parlò della vita dei due santi dell’esempio che si poteva trarne nella vita quotidiana e poi impartì il sacramento della confermazione a cinque bambini.
Alle ore sedici il prelato ritornò alla casa parrocchiale e pranzò insieme al curato, al sergente della compagnia militare, agli ufficiali ed ai sacerdoti del suo seguito. Anche la soldatesca venne abbondantemente approvvigionata.
Alle ore 18 l’arcivescovo partecipò al vespero, alle 19.30 incensò le ossa dei santi, intonò il Te Deum e si avviò in processione verso la porta del giardino per rientrare nella chiesa interna.
All’inizio della “zona di clausura” la processione guidata dal cardinale, si assottigliò sino a ridursi ad un esiguo numero di persone, tra le quali i monsignori e il signor Paolo Corio. La minuta processione superò le porte della clausura per incontrarsi con le monache pure loro in processione; qui si unirono ed entrarono nella chiesa interna (“interiore”) dove venne sistemata la cassa di piombo contenete i corpi dei santi che fu tumulata nel sarcofago di marmo inserito sotto l’altare maggiore della chiesa stessa, ben visibile anche dalla chiesa esteriore. Sul marmo c’era una piastra di piombo scolpita con le parole: Corpora SS Aimonis et Vermundis.
Al termine l’arcivescovo si soffermò a rimirare i due antichi lauri sopra i quali Aimo e Vermondo si issarono per salvarsi dai cinghiali inferociti.
Ricognizione e traslazione dei corpi dei santi fondatori da parte del cardinal Ildefonso Schuster
Con l’arrivo dei francesi che avevano trafugato di tutto, si temette che il contenuto dei sarcofagi fosse stato disperso; invece, quando sua eminenza cardinal Schuster fece togliere il coperchio le spoglie erano presenti. Il 9 settembre del 1932 e il successivo 17 ottobre il cardinale di Milanocompiva la ricognizione della tomba dei santi Aimo e Vermondo presso la chiesa di San Vittore. Al riguardo molto è già stato scritto, affidiamo a due articoli de “L’Italia” la cronaca degli avvenimenti.
Meda, ore 13. del 9 settembre 1932. «La cerimonia della ricognizione delle venerate reliquie è stata fatta da Sua Eminenza il Cardinal Schuster assistito dal perito medico sacerdote dott. Fulvio Cattani prevosto di San Satiro in Milano e dal sacerdote dott. Giuseppe Gornati notaio arcivescovile. Erano pure presenti il parroco di Meda don francesco Corti, l’ing. Carlo Agrati e i membri della nobile famiglia Traversi, proprietaria del palazzo nella cui cappella sono stati rinvenuti i corpi, col se. Giannino Antona Traversi. Il cardinal Schuster giunto a Meda alle ore 13, ha subito provveduto alla cerimonia della ricognizione. Aperto il sacello sotto l’altare, apparve un’urna di piombo avvolta in un velo di seta bianca, proprio secondo la descrizione che ne ha lasciato l’autore della vita del card. Federico Borromeo, che aveva fatto la prima (n.d.r precedente ma non prima) ricognizione. Sull’urna v’era una piastra di piombo con una iscrizione latina recante i nomi dei due santi. Aperta l’urna vennero rinvenute le ossa venerate in stato di buona conservazione. Dopo i primi sommari rilievi venne data al paese comunicazione dell’avvenimento mediante suono delle campane. L’insolito scampanio fece subito accorrere una densa folla di gente, che conosciuta la presenza in paese del cardinale, si raccolse nelle vicinanze della cappella di palazzo Traversi. Intonato il Te Deum si formò subito una devota processione per recare alla parrocchiale (n.d.r. oggi santuario del Santo Crocifisso) la preziosa urna coi corpi dei due santi (…). Terminato il discorso del card. Schuster il popolo è stato ammesso a sfilare davanti all’urna contenente le reliquie: lo sfilamento è durato a lungo dando luogo a toccanti manifestazioni di pietà. L’urna, alla quale sono stati apposti i sigilli in attesa di una più minuziosa perizia in vista del processo canonico. L’Eminentissimo, dopo aver ringraziato i membri della nobile famiglia Traversi per le cortesi facilitazioni fatte alla ricognizione delle venerate reliquie, fra le acclamazioni della folla ha lasciato Meda diretto al seminario di Venegono. In onore dei due santi fondatori si preparano solenni festeggiamenti» (L’Italia del 10 settembre 1932)

Articolo de L’Italia del 10 settembre 1932
In realtà, raccontava il nipote Giovanni Antona Traversi in un incontro pubblico (24 febbraio 2022), il card Schuster voleva trasportare le reliquie dei santi fondatori nella chiesa parrocchiale, ma il nonno, nob. Giovanni si mise di traverso, mandando due avvocati massoni in curia che gli fecero cambiare idea al cardinale.
Il beato Schuster in realtà ritornò a Meda altre due volte prima della grande festa di ottobre. La domenica mattina del 25 settembre era presente nell’ex monastero-proprietà Traversi per togliere i sigilli alla camera dove erano custoditi i corpi dei santi Aimo e Vermondo e in accordo con la nobile famiglia ordinò che fossero portati in processione presso il nostro Santuario per poter essere venerati dalla popolazione. Poi la sera del 29 settembre, il giorno dopo che i resti dei due santi erano stati collocati in una nuova urna posta sotto l’altare della chiesa di san Vittore.
I solenni festeggiamenti si consumarono il 17 ottobre seguente. I giornali del tempo parlano di trentamila persone presenti alla cerimonia in piazza Vittorio Veneto.
«Quando le reliquie dei santi, collocate sotto un artistico tempietto eseguito dagli operai di Meda, su disegno dell’architetto Giuseppe Terragni, sono poste sull’alto della gradinata della chiesa dal senatore Traversi, le trentamila persone che assistono a questa grandiosa scena scoppiano in un entusiastico e solenne applauso, il cardinale (n.d.r. sotto il baldacchino verde che lo aveva accompagnato nella breve processione dalla chiesa di Santa Maria e quella di San Vittore, ancora oggi conservato in casa Traversi) che è visibilmente commosso, col suo sguardo abbraccia tutta la moltitudine. Da un lato dell’improvvisato tempietto si sono inginocchiati i sacerdoti, dall’altro col senatore Giannino Traversi e Donna Traversi vi è un gruppo di invitati tra i quali abbiamo notato l’ing. Riccardo Besana, il conte Ugo di Carpegna, il rag. Clemente Vismara, il dott. Cesare Joly, il dott. Carlo Ferrario, il rag. Luigi Motta ed i fabbricieri signori Pasquale Motta, Antonio Mascheroni, Silvio Busnelli. Ad uno squillo di tromba la numerosa folla istantaneamente si fa muta; una voce sola si ode, è quella del cardinale che canta su tutti la benedizione. Per tre volte, lentamente verso destra, al centro e a sinistra innalza in alto benedicente la preziosa reliquia. Il solenne rito è compiuto (…)». (L’Italia del 18 ottobre 1932)
Affreschi e scultura

Affresco nella chiesa di San Vittore
In https://www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/3o210-01230/ Altare dei Santi Aimo e Vermondo. Intonaco/pittura a mezzo fresco. Dell’affresco esiste un disegno preparatorio a penna, conservato presso il Civico Gabinetto di Disegni di Milano (inv. 4875/973 – B 1802/475), identificato dallo studioso Giulio Bora nel 1992 e da lui studiato nelle iscrizioni sul verso, intese dallo storico dell’arte come la firma di una suora del convento, che potrebbe aver realizzato sia il disegno che l’affresco stesso (Tosi, 2014). Oltre al nome dell’autore, anche la datazione del dipinto è rimasta nebulosa, anche per via dei numerosi rimaneggiamenti subiti in epoche successive: fino all’inizio del restauro del 1991 infatti, la parte inferiore del dipinto raffigurava soltanto sottobosco, due cinghiali intenti ad addentare fusti e sradicare alberi, uniti da una scritta scolorita in latino nel mezzo, riferibile alla vita dissoluta dei due giovani nobili prima dell’episodio descritto e della fondazione del monastero
Due baldi giovani dai lunghi capelli biondi: finalmente li possiamo vedere grazie all’intervento di restauro, il primo avvenuto nel coro della chiesa di San Vittore e riguardante l’affresco dei santi Aimo e Vermondo. Tre mesi di restauro iniziati in primavera svolto dalla ditta “Ambra-conservazione restauro” di Carlo Pagani e supervisionato dalla Sovraintendenza ai beni ambientali ed architettonici nella persona dell’architetto Marina Rosa, direttrice dei lavori. Il grosso dell’intervento è consistito nell’asportazione di una grande quantità di sporco mediante impacchi di carta giapponese imbevuta d’acqua e appositi detergenti. L’integrazione pittorica minima è avvenuta a rigatino, una tecnica che attraverso sottilissime righe dà un senso di uniformità alla raffigurazione che da lontano acquista uniformità, appagando l’occhio dello spettatore il colore è dolce di chiaro stampo luinesco. Ora, i due santi sono visibili a tutti. I due affreschi sono perfettamente simmetrici: Vermondo a destra con la spada nella mano sinistra (era l’affresco leggermente meno sporco ma con qualche danno in più rispetto all’altro), Aimo a sinistra con la spada nella mano destra; entrambi indossano una tunica gialla e blu con un mantello rosso e gli stivali, un abbigliamento militare che li rende più simili a due martiri romani che a due santi. Affianco a loro due angeli musicanti. Grande merito all’Avv. Luigi Antonio Traversi che ha fatto realizzare l’opera dopo consolidamento murario interamente a sue spese circa diecimila euro. (luglio 2005, Il Giornale di Seregno)

1938, scultura in legno di Cesare Busnelli
(Fotografia, cortesia di Paolo Collesei)
Il pannello dei santi Aimo e Vermondo fu eseguito nel 1938 dal prof. Cesare Busnelli, benedetto il 12 febbraio 1939 e inaugurato il giorno dopo dal parroco don Francesco Corti che l’aveva commissionato. Fu posto in santuario nell’altare movibile, come era usanza, collocato sotto la seconda arcata laterale destra. La scultura è un altorilievo in legno di tiglio dalle dimensioni di cm 215 x 125 e 30 di profondità. Cesare Busnelli prese spunto sia da una antica stampa depositata presso l’archivio Achille Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano e sia dall’affresco presente nell’altare “Aimo e Vermondo” della chiesa di San Vittore. Il legname occorrente per l’opera fu donato dalla ditta Malgrati e su quella tavola l’artista medese vi intagliò ben ottocento foglioline e decine di rami regalando una prospettiva e una profondità degne di una opera d’arte. La scultura venne trasferita nella nuova chiesa parrocchiale di Santa Maria Nascente fino al 1983, poi fu spostata nel magazzino a causa dei lavori di ristrutturazione del tempio. Nel maggio del 1989 il pannello, dopo un delicato lavoro di restauro eseguito da Luigi Angeli, venne riposto nella nicchia del battistero del santuario per poi essere di nuovo riportato in chiesa parrocchiale verso la fine degli anni Novanta. per volontà del parroco don Silvano Casiraghi.
Felice Asnaghi
Bibliografia
CARLO AGRATI, I Santi Aimo e Vermondo Corio, Officina grafica Esperia, Milano 1933.
EMANUELE LODI, Breve istoria di Meda, e traslatione de’ santi Aimo e Vermondo della nobilissima famiglia de Corij milanesi, con la loro vita, pag. 11, ristampa di Domenico Bellegatta, 1714 Milano.
Gaspare Bugatto, Historia et origine della terra di Meda tra Milano e Como et del molto honorando monastero di nobili vergini sacre dell’ordine di santo Benedetto cassinense, eretto da li santi Aimo e Vermondo Corii, monastero dedicato a santo Vittore martire, s. n. t. [Milano dopo 1582].
Breve istoria di Meda, e traslazione de’Santi Aimo e Vermondo Della Nobilissima famiglia de’Corij Milanesi. Con la loro vita. Scritta dal Dottore Teologo Emanuele Lodi, nativo del Borgo di Treviglio, Diocesi di Milano. In Milano, 1714. Nella stampa di Domenico Bellagatta. Il libro è parte di una collana dedicata ai santi e riporta l’imprimatur della curia milanese con data 28 gennaio 1714.
Carlo Agrati, Turismo in provincia, Pro familia, Milano 1932 Capitolo Meda e il monastero di San Vittore, paragrafo “Antichissime pitture”.
Giulia Bologna, Leggende Lombarde, Aimo e Vermondo di Meda, codice Trivulziano 509, edizione stampata dalla Ippolito Uggè di Cormano per conto della Biblioteca Trivulziana del Comune di Milano, 1982.
I santi Aimo e Vermondo Corio, studio fotografico Marcone, probabilmente nel 1987. È pubblicata la traduzione italiana del manoscritto della Trivulziana ad opera dell’Agrati e inserite le fotografie che riprendono le immagini della copia del manoscritto oggi proprietà del museo Paul Getty.
Sito J. Paul Getty Museum: http://www.getty.edu/art/collection/objects/1498/attributed-to-anovelo-da-imbonate-legenda-venerabilium-virorum-aymonis-et-vermondi-italian-about-1400/
Levi Paolo, Sotheby’s va a Caccia, L’Europeo , n. 4-5 (31 gennaio 1987), pag. 92.
