Come questi autori, ma anche Bascapè, Corio e Lupis descrivono le origini del luogo e del suo monastero
Questa recensione è tratta dal ciclo di conferenze (I giovedì del circolo) sulla storia di Meda che Felice Asnaghi tenne nei mesi di giugno, luglio e settembre 2004 presso il Circolo San francesco di Meda.

Paolo Morigia, Historia delle antichità di Milano, 1591.
Si tratta di ben quattro volumi in cui si narra la storia di Milano attraverso la biografia delle famiglie patrizie. Al capitolo nono l’autore affronta la storia di Meda, ovvero: Dell’antichità di casa Coira di Milano e dell’origine della terra di Meda e del suo Monastero.
Il capitolo è suddiviso in quattro paragrafi: “Corii antichi in Milano ed origine di casa Coira”; “Miracolo de’ due fratelli Corii 780”; “Monastero di Meda fabbricato da casa Coria”; “Penitenza, morte e miracoli di S.S. Aimo e Vermondo Corii”.
Il Morigia ripropone le tesi di Gaspare Bugatto (1582) riconfermando sia la fondazione di Meda da parte di troiani fuggiaschi in onore della loro dea Medea, sia il martirio di San Vittore e la vicenda dei Santi Aimo e Vermondo.
L’anno per incirca settecento ottanta fiorivano in Milano molta nobilissima meta due fratelli ambidue Conti ricchissimi e, potenti dell’antica famiglia Coira (…). Ma ritornando dove ci partimmo dei due Conti di Casa Coira che fiorivano del 780, dice che quando non ci fosse alcuna altra antichità di questa casa, da provare altra di questa, che questa estessa è bastevole a fare che una famiglia sia antica ed illustre.
Lo scrittore inizia a raccontare l’avventura dei due fratelli Aimo e Vermondo presso i boschi di Meda e del loro voto a Dio affinché salvasse la vita dalla ferocia dei cinghiali.
Correvano adunque gli anni settecento ottanta quando un giorno Aimo e Vermondo……… passarono alla vita beata l’anno della comune salute 790 in circa.
Non resterò di dire che questo monastero è sempre stato conservato da guerre e da soldati, e da altri nemici, e, è dagli honorati Monasterii c’habbia la Lombardia, e, è ripieno delle più nobili famiglie di Milano, e di qui contorni è cosa degna e miracoloso che sino al di d’hoggi si veggano le piante di lauro dove i santi Corii salvarono la vita; e io autore di questa historia confesso di averli veduti quando avanti il Sacro Concilio di Trento si poteva andare ne’ Monasteri, e fu sotto il governo di donna Lucrezia Secca. É poi piaciuto al cardinal Borromeo di fare intagliare molto gentilmente il martirio di questi Santi nel Choro del Domo di Milano, tratto dalla divotione loro.
Paolo Morigia, Raccolta nobilissima nella quale si descrivono tute le opere della Carità Cristiana, elimosine che si fanno nella città di Milano: dagli Hospitali, Case Pie, Monasteri e altri luoghi sacri, Ferioli, Milano 1602.
Qualche anno dopo, precisamente nel 1602 lo stesso Morigia in questa opera ritornò a parlare del monastero di San Vittore in Meda, riassumendo in mezza pagina quello che già precedentemente aveva scritto.
Monastero di san Vittore di Meda e sue Reliquie. Nella degna chiesa delle reverendissime monache di Meda ci stanno riposti i corpi dei SS. Aimo e Vermondo di Casa Coria, che furono due fratelli, conti nobilissimi di Turbighi, i quali per un miracolo avvenutogli fabbricarono quella Chiesa e Monasterio e lo dotarono di molte possessioni, onde egli di ricchezze e bellezza e conumerato tra li più famosi Monesteri della Lombardia, se non li passa, e massime nella bellezza e amenità del sito. Et è ripieno di sacre Vergini tutte nobilissime. In questo luogo, questi santi fecero vita retirata, in digiuni, orationi e altre penitenze, essendo adorni di molti miracoli. La festa loro si celebra il 13 febbraio. Passarono questi SS. Corij alla Vita Beata sino al Settecento novanta. A tal che sono già scorsi sino a quest’anno 1600, ottocento e dieci anni, onde solo con questo argomento vedesi l’antichità di Casa Coria.

Carlo Bascapè ( A. Basilica Petri / C. Basilicapetri) Fragmenta Historia Mediolanensis, Malatesta, 1628.
All’interno di questa grande raccolta agiografica, scritta in latino, viene riportata la storia dei Santi Aimo e Vermondo e del beato Giovanni da Meda. Lo stile è sobrio ed essenziale. Precede di poco la pubblicazione di Emanuele Lodi (1629) sulla storia del monastero medese.
I Santi Aimo e Vermondo.
A Meda esiste un illustre Cenobio di Monache, a cui è annessa una chiesa dedicata a S. Vittore. Qui si venerano i santi Aimo e Vermondo, i quali, si racconta, fondarono il Monastero e lo dotarono di beni per il suo sostentamento.
Appartenenti alla nobile famiglia Coria di Milano, abitavano nel paese di Turbigo sul Ticino, e sulla riva opposta c’è il castello di Galliate della diocesi di Novara: di entrambi erano padroni e Signori.
Nelle antiche carte del Monastero si racconta che questi personaggi, andando a caccia, arrivarono nel luogo in cui sorge il Monastero, e qui incontrarono due cinghiali feroci e per salvarsi fuggirono verso una cappella dedicata a S. Vittore e salirono su una pianta di lauro.
Ma vedendo che non erano affatto sicuri di salvarsi dalla straordinaria furia delle belve (sembrava che stessero per sradicare la pianta con le proprie zanne), implorarono la misericordia di Dio e l’aiuto della Beata Vergine e di S. Vittore e fecero voto, se ne fossero usciti vivi, di costruire un Monastero di Monache con Chiesa dedicato a S. Vittore, con opportuna dotazione di beni; ed inoltre di dedicarsi essi stessi completamente a Dio.
E liberati dal pericolo, mantennero la promessa e diedero alle monache la regola di S. Benedetto, già in uso nei monasteri della regione. Quando morirono, furono sepolti nel medesimo luogo, tosto traslati in un sepolcro di pietra; poiché facevano molti miracoli, registrati in un libro apposito, furono debitamente venerati come Santi e lo sono tuttora. Se ne celebra la festa il 13 febbraio.
Florido è il Monastero tra quelli della diocesi di Milano, per la vita religiosa che vi si coltiva e per l’incremento dei beni di dotazione. Non sappiamo di preciso quando fu eretto. Tuttavia abbiamo esaminato i documenti della Badessa Berlinda dell’anno 1005, in cui si dice che fu costruito un Monastero in quel di Meda. Io sarei dell’avviso che il Monastero sia stato costruito non tanto prima, specie se è vero che lo fecero personaggi Santi Corii. Infatti i nomi delle famiglie, oggi in uso, non hanno un’origine molto più antica.
Quando siamo venuti a venerare il sepolcro dei Santi, abbiamo consultato le carte del monastero ed abbiamo riportato qui ciò che era conveniente, tralasciando giustamente quello che alcuni inventarono favoleggiando avventatamente su tale argomento.
Il Beato Giovanni da Meda; Poiché stiamo parlando di Meda, si deve ricordare il Beato Giovanni, che è nato in questo paese, poi abbracciò l’Ordine degli Umiliati, crebbe in santità di vita, costruì molti monasteri del suo ordine in Lombardia. Celebre per certi miracoli, fu venerato nel suo Ordine dopo la morte, il giorno 26 settembre, come leggiamo nel breviario del medesimo Ordine.
Aimone Corio, Sancti Haimo et Vermundus duo lumina Coriae Gentis, Milano, 1649.
Il libro è scritto in latino, tratta delle vicende della famiglia Corio. Nulla di nuovo riguardo la vicenda dei santi fondatori del monastero.

Antonio Lupis, Gli eroi dell’Insubria, overo le celesti meraviglie del Gran Santuario, e insigne Monastero di Meda nella Vita de Santi Aimo e Vermondo Corii, nobili milanesi, Bergamo, 1676
Il volume è formato da ben 253 pagine ed è dedicato ad una monaca del convento, una certa Giuseppa Caterina Della Lanza. È scritto in modo ampolloso, a volte noioso, descrive “il miracolo del cinghiale” e la fondazione del monastero pescando a piene mani nei precedenti scritti del Bugatto, del Lodi e del Morigia. Nella prefazione si legge: Con il medesimo imbarazzo io mi trovavo nel formare la presente opera di S.S. Aimo e Vermondo, che fiorirono nel 776. Si noti anche qui l’uso del verbo fiorire!
Il Lupis si sofferma a tessere le lodi ai pittori che hanno affrescato la chiesa. Il Cerano, il Campi, il Bernardino Lucino.
Ecco riproporre le argomentazioni di sempre, con l’uso delle stesse parole usate dagli scrittori precedenti.
Nella delicatezza del clima…..; copiosissimo di beni il monastero (elargizioni)……sollevando poveri, vedove e orfani con larghissimi e continui soccorsi, …..vaghissimo borgo, chiamato di Meda, abbondante di popolo, abitato da molti qualificati soggetti. Meda al pari delle fortune di Roma riconoscesse i suoi primi fondamenti dalle ruine di Troia…..Medea…., gli Orobi metà strada tra Milano e Como, memorie di un antichissimo poeta: Silva Medea Fuit ecc….
Eppure Antonio Lupis riesce a farci riemergere dalla noia proponendoci delle novità che arricchiscono la storia di Meda.
La prima è che in Meda vi sono de’ piccioli castelli, che non invidiano alle glorie della città. Già il Lodi aveva accennato ad una zona del monastero detta castello ma non piccole fortificazioni.
Già sapevamo dell’esistenza dei lauri dove si inerpicarono i due santi per scappare dai cinghiali ma non certo che erano “morti” nel 1658 quando le stesse monache dovettero lasciare il convento a causa dell’invasione dei Galli. Non solo:
Libera la provincia dalle incursioni del Gallo, ritornate le Vergini al loro Monasterio di Meda, immediatamente (o grandezza de’Santi) i Lauri principiarono a verdeggiare, le loro cime a festeggiar nell’allegrezza e i rami a ricoprirsi di vigorosi smeraldi. Alberi, che nel corso de dieci e più secoli si osservano di presente più vaghi e frondosi che mai.
Quindi, un’altra novità, le monache, a dire del Lupis dovettero abbandonare il convento per l’arrivo dei Francesi.
Nel 1658, è bene ricordare, le forze franco-inglesi batterono gli Spagnoli nella battaglia Delle Dune. Questo permise ai vincitori di avere una temporanea acquisizione delle terre di dominio spagnolo. Per quanto riguarda Meda non risulta da alcuna parte questo sovvertimento di potere. In ogni caso lo scontro armato tra le potenze europee ebbe termine con la pace dei Pirenei del 1659. Qui la Spagna cedette alcuni territori all’Inghilterra e alla Francia, si assicurò il predominio in Italia e si ristabilì la pace con il matrimonio tra il sovrano francese Luigi XIV e Maria Teresa, la primogenita di Filippo IV re di Spagna. Ecco perché poi il Lupis afferma che le monache ritornarono in convento e le piante di lauro rifiorirono.
Lo scrittore, come già detto, usa toni enfatici di circostanza per accaparrarsi la benevolenza della monaca così scrive:
Giorno verrà che l’Insubria si inchinerà ai vostri trofei, che la Fama vi consegnerà per vittime gli applausi delle sue trombe, che Meda adorerà fino alle polveri del vostro pavimento, che gli scrittori vi celebreranno fra i meravigliosi Architetti della Santità e che il mondo correrà a baciare l’ombre istesse che spargerà il vostro Distretto.
Ovvio che qui si riferisce ai due Santi dei quali si “perderà” a recitarne ogni benevolenza.

Giorgio Giulini, Memorie spettanti alla Storia, al Governo ed alla Descrizione della Città e Campagna di Milano ne’ secoli bassi, Milano, 1760 o della successiva edizione del 1855.
Con il conte Giorgio Giulini, eminente storico milanese, ogni affermazione da lui scritta è supportata da reale documentazione. Parlando del monastero di Sant’Ambrogio e delle sue proprietà in Gnignano nell’anno 856 prende in considerazione il monastero medese.
Il nuovo abate Pietro procurò di accrescerli anche di più. Perciò nel mese di giugno fece un cambio di varij fondi che possedeva in Guidi o Guido con altrettanti che godeva in Gnignano Tagiberga, vergine a Dio dedicata e badessa del monistero di San Vittore, fondato nel luogo di Meda. Tagiberga abbadissa Deo dedicata Monasterio San Victoris, sito in Meda, mi è stato di sommo piacere il trovare di tal carta contratto nell’archivio ambrosiano, della quale veniamo assicurati che l’insigne monistero di San Vittore in Meda, sicuramente già fioriva in quei tempi. Riconosce esso per i fondatori due nobili, non meno che pii personaggi, chiamati Aimo e Vermondo, che furono dopo la loro morte colà sepolti e venerati quai santi,celebrandosene la festa nel giorno tredici febbrajo.
A questo punto il Giulini racconta la storia dei due santi e la nascita del monastero di San Vittore, per poi riproporre in modo critico le precedenti pubblicazioni su Meda ed il Monastero.
Il Morigia (Istoria ecc…) ha preteso anche di sapere che la fondazione del monistero avvenisse precisamente nell’anno 780, e la morte del fondatore nel 790: ma siccome egli non appoggia tal notizia ad alcuno sodo fondamento, e dall’altra parte non essendo lo stesso costante nella medesima opinione, perché altrove non dice che i due santi morirono, ma che fiorirono nell’anno 790, non se li può prestare alcun fede.
Il Bescapé… accenna l’antica tradizione, in cui si crede che questi santi fossero della famiglia de Corii, signori di Turbigo; ma dall’altra parte sapendo che i cognomi, i quali si usano al presente, non si stabilirono perfettamente se non verso il secolo undicesimo, avvertì da par suo, che i fondatori del monistero vivendo chiamaronsi Corii, non dovettero fiorire prima dell’undicesimo secolo di molto. A favorire tale epoca concorreva anche l’archivio del monistero, in cui la carta più antica, che vi trovò il Bescapé, era appunto dell’anno mille e cinque. Ora però nella citata e preziosa pergamena compare il monastero delle monache di San Vittore di Meda, già stabilito prima dell’anno 856, conviene confessare che certamente i due santi fondatori furono più antichi e perciò non chiamaronsi Corii, quantunque non vi sia non molta ripugnanza al credere che la loro famiglia avesse fino d’allora qualche giurisdizione sopra la terra di Turbigo, onde poi se chiamasse de’ signori di Turbigo, de’ quali si trovano memorie molto lontane, e che da questi ne sia provenuto il nobile casato de’ Corii, che tuttavia è celebre nella nostra città.
Il Giulini trattando le vicende riguardanti il biennio 1005-1006, ritorna sulla pergamena del 1005 presa in considerazione dal Bescapé .
Una carta trovata dal Bescapé, la quale ci mostra un contratto fatto lora da Berlinda badessa del monistero situato dentro il castello del luogo di Meda. Il dotto scrittore non avendo trovato nell’archivio di quelle religiose alcuna carta più antica di questa, credette verisimile che la fondazione del monistero di Meda fosse seguita poco prima; ma io ho già mostrato che esso fioriva nel secolo nono. Qui dunque altro non impariamo di più, se non che Meda era diventata un castello, dentro del quale si trovava il monistero per essere più sicuro da ogni insulto.
La pergamena dell’856 è dunque la carta più importante che accerta l’esistenza del monastero. La permuta tra l’abate di Sant’Ambrogio e la badessa di Meda interessò alcuni fondi (nove pertiche) in località Gudo con un altro in Gnignano. In realtà il monastero di San Vittore appare in un altro documento del 851 come confinante di un fondo di nove jugeri che il monastero di Sant’Ambrogio possedeva a Gnignano (per il Fumagalli è Noniano). È questa la data più antica del monastero medese.
Riguardo a quest’ultima pergamena, che il Giulini per prudenza non nomina nel suo trattato, il nome di Meda non viene scritto ed il Fumagalli (nelle note a margine alla pergamena nel Codice Diplomatico Sant’Ambrosiano) arriva a Meda per deduzione.
Tra i limitrofi al fondo di Gunzione in Noniano vi aveva la chiesa di San Vittore, ed un Babone o Bavone. Tal chiesa abbiamo fondato motivo di credere che stata sia quella del Monistero di Meda sotto il titolo di San Vittore poiché questo monistero aveva posseduto dei fondi in Noniano , dei quali fa cambio……… Questi fondi devono essere stati dal Babone amministrati.
L’edizione più recente della pergamena dell’anno 856, la prima in cui il Monastero di San Vittore di Meda compare come parte contraente, si trova in “Le pergamene del Monastero di San Vittore di Meda custodite nell’archivio Antona Traversi” volume I (966-1134) a cura di Timothy Salemme e Mauro Tagliabue, Cesena – Badia di Santa Maria del Monte, 2024, pagg. 8 e seguenti. (Vedi articolo “Le pergamene del monastero di San Vittore di Meda” pubblicato il 31 marzo 2026)
Il documento è inoltre pubblicato sia nel Codice Diplomatico Sant’Ambrosiano, sia nel Codice Diplomatico Longobardo.

Encyclopédie tehèologique, e de dictionnaires sur toutes les parties de la science religieuse, J – P Migne, editeur, Paris 1856
Nel tomo sedicesimo di questo dizionario delle Abbazie e Monasteri custodito nella biblioteca dell’Università Cattolica di Milano è pubblicata una breve presentazione del monastero benedettino medese. Proponiamo la seguente traduzione dal francese all’italiano.
«Meda (Regno Lombardo – Veneto)
Antico monastero dell’ordine di San Benedetto presso il borgo di Meda, a 5 leghe da Milano, sulla strada per Como. Fu costruito nel VIII secolo come un ex voto per la riconoscenza di due cacciatori di nome Aimone e Vermondo. Questi due uomini, attaccati durante la caccia da due cinghiali, s’erano rifugiati su due alberi che erano vicini ad una cappella dedicata a San Vittore. non sentendosi ancora sicuri, promisero a Dio di costruire un monastero in quello stesso luogo, se egli si fosse degnato di salvarli da questo incombente pericolo. Liberati dal pericolo, Aimone e il suo compagno mantennero la promessa e fondarono l’abbazia di Meda. Nel XVII essa apparteneva ancora alle religiose dell’ordine di San Benedetto. Aimone e Vermondo abbracciarono essi stessi la via solitaria e vissero così santamente che la loro memoria è stata venerata nella chiesa. San Carlo, essendo andato un giorno a visitare la loro tomba, autorizzò ed accrebbe il loro culto».
Le vicende del monastero benedettino trovarono e trovano ampio spazio sia nelle enciclopedie abbaziali o in genere religiose, si in quelle civiche.

Paulus Fridolinus Kehr, Italia pontificia, volume VI, Berolini, 1913
L’opera è depositata presso la biblioteca dell’Università Cattolica. Proponiamo la traduzione italiana del testo scritto in latino.
Meda, il Monastero di San Vittore
Tra i monasteri di monache posti all’interno della diocesi milanese vi era questo assai famoso che sorse un tempo, a circa 16 miglia dalla città di Milano, in Meda, non lontano dalla cittadina di Seregno. Si dice che questo monastero di San Vittore sia stato fondato dai fratelli Aimo e Vermondo dell’antichissima dinastia dei Corii, nati, come si tramanda nell’VIII secolo d.C. (cfr. de Haymone et Veremundo Medae in dioecesi Mediolanen. Acta SS. 13 feb. II 706 sq.)
Li onorarono le monache di San Benedetto. Le badasse del monastero di San Vittore ricorrono assai spesso nelle carte; nell’anno 856 (compare) Tagiberga (cfr. Fumagalli, Codice diplomatico di S. Ambrogio, pag 308; Codice diplomatico longobardo C.329 n.197), nell’anno 1096 Berlinda (cfr. Giulini, Memorie, III, 1, 2, II 30), nell’anno 1099 Pagana, nell’anno 1138 Martina, nell’anno 1191 Letizia. Il monastero fu soppresso nell’anno 1197.
Gaspare Bugatto cronografo del monastero medese, attesta di aver preso visione di 5 antichissime carte del monastero, la prima delle quali sarebbe stata costituita da un diploma imperiale di Enrico II concesso nell’anno 1024 alla badessa Berlinda.
Il Sasso divulgò, estraendolo dall’archivio medese, un privilegio dell’arcivescovo Robaldo, redatto nella Curia arcivescovile di Milano, a favore della badessa Martina intorno alle controversie tra il monastero medese e l’ordinamento pievano di Seveso, sorte nel 1138 (cfr. Giulini, Memorie, IV 360 e segg. III, 273 e seguenti); un privilegio di Enrico VI concesso nell’anno 1191, novembre 23, alla badessa Letizia (cfr. Girolamo Biscaro in Archivio Storico Lombardo XXXV (Sar.IV, t. IX 1908) 246 n.4 dall’ archivio delle monache sopravvivono…
I documenti che seguono li abbiamo desunti estraendoli dal libro intitolato “Risposta al papele – Estratto delle spese attinenti alle campane della chiesa parrocchiale del luogo di Meda”.
Anagni (1176 maggio 22)
- Alessandro III conferma al monastero di Meda la chiesa di Santa Maria, che è la chiesa parrocchiale dello stesso luogo e proibisce ad alcuno di costruire, all’interno del territorio parrocchiale del monastero e senza l’autorità dell’arcivescovo milanese, una nuova chiesa o monastero di monache. (Reg. risposta etc. ad A. 1178. JL)
(1176 – 1177)
- Alessandro III deferisce a Omnebono, vescovo di Verona, la causa che è sorta tra il monastero e i borghigiani di Meda intorno al diritto di nomina del cappellano nella chiesa parrocchiale. (Reg. risposta ecc. Sentenza emanata dall’arcivescovo Omnebono nell’anno 1177, marzo 14. JL)
Ferrara (1177) aprile, 28
- Alessandro III conferma la sentenza emanata da Omnebono vescovo di Verona (2). (Reg. risposta ecc… nell’anno 1178. JL)
Roma (1181) dicembre
- Lucio III conferma la medesima sentenza. (Reg. risposta ecc. JL)
- Urbano III conferma la medesima sentenza. (Reg. risposta ecc. JL).
Agiografie sui santi fondatori sono state scritte da diversi bollandisti (sono un gruppo di eruditi gesuiti, che dal XVII secolo si dedicavano allo studio critico e filologico della vita dei santi) tra cui: Bolland, Bultreau, Guerin, Lubin, Mabillon, Montrond.
Un cenno particolare si deve allo studioso alessandrino Filippo Ferrario (XVII) autore del Catalogum Sanctorum Italiae pubblicato a Milano. L’autore scrivendo sulla vita dei santi Aimo e Vermondo segnala che il culto durante il Medioevo non era autorizzato da alcuna licenza ecclesiastica inducendo la badessa del monastero a regolarizzarlo nel XIV secolo.
Bibliotheca sanctorum. – Roma : Istituto Giovanni XXIII della Pontificia università lateranense, Roma : Città nuova, 1961-. 12 volumi
«Aimo e Vermondo Corio santi. Il più antico documento intorno ai ss. A. e V. è quello conservato in originale alla biblioteca Trivulziana di Milano che risale all’incirca al 1357, cui si rifecero coloro che ne scrissero come il Bescapè il Bugato, il Morigia, il Ferrari e da ultimo l’Agrati che ne ha pubblicato integralmente il testo latino, dando a fianco la traduzione italiana. La tradizione li vuole fratelli conti di Turbigo sul Ticino, dove fondarono il Monastero di San Vittore. sospinti da un branco di cinghiali mentre cacciavano in un luogo solitario, ripararono verso levante, nella regione briantea dove più tardi sorse l’industriosa cittadina di Meda e dove edificarono una chiesa in onore di san Vittore, alla quale unirono un monastero femminile secondo la regola benedettina. Sepolti in quella chiesa, la loro tomba fu spesso miracolosa e molti, anche da lontano, ottennero segnalati favori e grazie particolari, onde corse la fama di santità dei due fondatori che ancora perdura. Il 31 maggio 1581furono venerati da san Carlo e da Federico Borromeo. Ildefonso Schuster fece una ricognizione delle reliquie dei due santi nel 1932, quando si celebrarono in loro onore dei solenni festeggiamenti. La loro festa ricorre il 13 febbraio. (Pietro Gini)».