Il cristianesimo e la campagna lombarda

di monsignor Ambrogio Palestra

Storico e sacerdote (1908-1995). Fu direttore dell’Archivio Storico Diocesano di Milano e autore di studi sulla Lombardia ambrosiana e sulla storia locale. Ha ricevuto l’Ambrogino d’oro dal Comune di Milano nel 1986.  

La seguente pubblicazione Il cristianesimo e la campagna lombarda, è tratto dalla rivista “Diocesi di Milano IX”, 1978, pagg. 400-406. Si tratta di un ulteriore approfondimento sullo sviluppo del Cristianesimo in terra lombarda che fa seguito al precedente “La diffusione del cristianesimo in Brianza in età medievale”. Si tratta di un saggio di non facile lettura ma di grande importanza nel campo della ricerca storica.

La storia del cristianesimo in Lombardia nel secolo IV esce da un periodo di oscurità e d’incertezza di notizie allorquando in seguito alla pubblicazione dell’editto di tolleranza (a. 313) emanato dall’imperatore Costantino il grande, la Chiesa di Milano inizia in città la sua più larga espansione; la quale espansione è attestata soprattutto dalla costruzione delle grandi basiliche paleocristiane, che prima di sant’Ambrogio erano tre (basilica Vetus, basilica Portiana, e basilica Nova o Maior) mentre alla sua morte erano almeno sei, cioè le tre suddette ed inoltre le basiliche Martyrum, Apostolorum, Virginum e fors’anche Salvatoris.                                                                                                    

Acquistata la piena libertà di apostolato i cristiani, che erano ancora una minoranza per quanto bene organizzata, si accinsero all’arduo compito di convertire la massa pagana.

Gli imperatori cristiani emanarono diversi editti, sempre più severi, per togliere al paganesimo, fino allora religione ufficiale dello stato romano, ogni posizione di privilegio e di protezione.

Il 19 febbraio 355 l’imperatore Costanzo Il ordinava con un editto che tutti i templi pagani fossero chiusi e che nessuno potesse esercitare culti idolatrici. Dopo il paganesimo riprese vigore sotto la protezione di Giuliano l’Apostata che morì nell’anno 363.       

Nel 382, per suggerimento di sant’Ambrogio, l’imperatore Graziano, che si trovava a Milano, emanò gli editti per la soppressione del titolo di Pontefice Massimo conferito agli imperatori, per l’abolizione della nomina e del mantenimento delle Vestali e degli altri collegi sacerdotali di Roma e per la rimozione dell’altare della Vittoria nel senato romano.

         Ambrogio vescovo                                                                  

È notevole il fatto che i più importanti editti in favore del cristianesimo e contro il paganesimo vennero emanati da Milano, sia perché le esigenze richiedevano presenza degli imperatori in questa città, sia perché a Roma, l’alta società composta dai funzionari dello stato era ancora troppo attaccata alle tradizioni pagane dell’alma urbe.                                                                                                   Il 24 febbraio 391, sempre da Milano l’imperatore Teodosio vietò ogni cerimonia esteriore di culto in Roma comminando gravi multe ai funzionari dell’impero che avessero trasgredito tale ordine.  Nel 392 quest’ordine di Teodosio fu esteso a tutto l’impero.

Così il paganesimo cessava di essere la religione dello Stato romano con a capo l’imperatore (Pontifex Maximus) ed il cristianesimo diventava la religione dell’impero romano cristiano.

Naturalmente la resistenza pagana, attiva e passiva, fu aspra e lunga. Ricorderemo solo il famoso episodio del tentativo fatto dal prefetto di Roma, Simmaco, che mandò a Valentiniano una petizione perché venisse ricollocata al suo posto, in senato, l’ara della Vittoria; sant’Ambrogio scrisse all’imperatore una lettera molto chiara nei suoi argomenti antipagani, per quanto espressi con la dovuta riverenza all’autorità imperiale. Il tentativo di Simmaco fallì, anche se le petizioni all’imperatore si ripeterono in seguito più volte.                                                                         

Nel 393 a Milano vengono riammessi temporaneamente i templi pagani quando assente Ambrogio vi si trovava Eugenio alleatosi con Arbogaste contro l’imperatore Teodosio e sostenuto altresì dalla corte anticristiana.

Nel settembre del 394 Teodosio, nei pressi di Aquileia, sconfigge ed uccide i suoi due nemici stroncando definitivamente ogni velleità di rinascita legale del paganesimo.

Tutti questi fatti fanno comprendere quanto dura fosse la lotta ideale sostenuta dal vescovo di Milano e dalla comunità cristiana per infrangere la tradizione pagana.

A Milano certo esistevano numerosi tempi i pagani ma di essi non è stato ritrovato finora nessun avanzo archeologico. Nella forma urbis Mediolani cioè nella ricostruita pianta della Milano romana si è potuto collocare con certezza l’Arena, il Circo, il Teatro, le Terme di Massimiano, il Foro, la Moneta (o zecca dove si coniavano le monete), la parte del tracciato delle vie, un ‘intera via Porticata che partiva da porta Romana, le necropoli fuori delle Porte, palazzi e terme private, il palazzo imperiale, le mura augustee e l’aggiunta fatta ad esse da Massimiliano; ma non si è trovato ancora alcuna traccia dei templi pagani.

Milano romana

Si trovarono statue di divinità sia pure frammentate, are ed iscrizioni votive a divinità pagane, una iscrizione che attesta l’esistenza di un mitreo o tempio del dio Mitra; si trovarono iscrizioni che ricordano un servo augustale membro del collegio sacerdotale per il culto della famiglia imperiale; si trovò un’altra iscrizione che parla di due fratelli i quali si dicevano sacerdoti di Roma e di Augusto; costoro evidentemente esercitavano il loro sacerdozio in templi milanesi di cui tuttavia nulla sappiamo.                                                                                                                              

Nella città di Milano, per quanto molto meno che in campagna, era ancor vivo il culto alle divinità galliche. Alla fine del sec. IV il panegirista Claudiano esaltava di Milano le mura fondate dai Galli ornate dall’insegna di lanuta scrofa; pare che tale simbolo della Milano preistorica fosse una specie di totem venerato particolarmente dalle genti insubre venute nella Padania durante le invasioni galliche; il ricordo della scrofa lanuta si conservò sino all’età medievale ed arrivò sino a noi.

Anche Isidoro di Siviglia afferma che le tribù galliche fondarono una città che chiamarono Milano perché trovarono ivi una scrofa lanuta (ibi sus medio lanea inventa perhibetur).

Osserva altresì il Powell che il cinghiale “era l’emblema più importante dei Galli nell’ultima fase dell’indipendenza” .

Palazzo Marino, lo stemma della Scrofa Semi Lanuta

In città sant’Ambrogio si adoperò moltissimo per togliere ogni superstizioso ricordo delle tradizioni pagane nei cristiani da lui istruiti e battezzati.

Sant’Agostino ci narra a tale riguardo un episodio molto significativo. Egli nel libro «Le Confessioni” ricorda l’usanza delle chiese africane di visitare i sepolcri dei martiri nel dies natalis (cioè nel giorno anniversario della loro morte), portando pane, vino e vivande che venivano collocati sul sepolcro del martire e dopo una preghiera, consumate o distribuite ai poveri, intendendo così di onorare la gloriosa memoria del martire; ma quando la madre sua Monica volle fare altrettanto sul sepolcro dei martiri milanesi, il custode del cimitero gli proibì tale convito ricordando il severo divieto del vescovo Ambrogio. Evidentemente vi era ancora il grave pericolo di confondere tali cerimonie con le inferiae pagane perfino fra i cristiani della città. E sant’Agostino ricordando l’episodio riconobbe che tale pericolo realmente esisteva.

Ma se nella città il paganesimo richiese un lungo periodo di paziente apostolato per essere strappato dal cuore dei cittadini, ancor più lungo e duro fu il lavoro per far penetrare il lievito cristiano tra le popolazioni sparse nella campagna lombarda.

La vita quotidiana in campagna era, anche nell’antichità, più impregnata di senso religioso e di superstizioni tradizionali che non nella città; anzi i diversi culti idolatrici si sovrapposero in pratica uno sull’altro con facile sincretismo religioso.

Non dovettero scomparire del tutto certe forme di superstizione religiosa dell’ultimo periodo dell’età del bronzo e del primo periodo dell’età del ferro: di questo secondo periodo abbiamo testimonianze cospicue sul culto dei morti dalle grandi necropoli di Golasecca, la cui cultura, come è noto, si riallaccia alle culture europee, sia antiche che recenti, denominate dei “campi d’urne”.

Ma soprattutto in campagna fino al cristianesimo, -sia pure mescolato al paganesimo romano,- persistette il culto importato dagli invasori gallici, appartenente anche questo alla cultura europea detta di La Téne.

Si verificò poi un fenomeno di adattamento religioso particolare; si dava cioè il nome romano ad un loro dio celtico che aveva certe rassomiglianze con la divinità romana. È questo il fenomeno chiamato interpretatio (cioè interpretazione che assimila due divinità di diversa origine)

Tipica è l’interpretazione fatta del Mercurio romano identificato con un dio celtico molto venerato) dai Galli. Cesare attesta che i Galli soprattutto veneravano Mercurio ed a lui dedicavano statue e templi; era il dio considerato come la guida ed il protettore dei viandanti ed a lui erano molto devoti questi popoli originariamente dediti al nomadismo.

Lo stesso Giove subì la interpretatio gallica come lo dimostra il grande numero di iscrizioni a lui dedicate e poi Ercole che in una dedica trovata ad Arsago è chiamato con un appellativo di origine gallica: Mertronnus. È certo che le popolazioni galliche chiamarono Silvano una loro antica divinità onorata nei boschi; in campagna i contadini, per la loro ignoranza e semplicità, sono portati a divinizzare le forze della natura ed anche fra le popolazioni d’origine gallica, come fra i romani le sorgenti ed i fiumi erano divinizzati.

Le matrone

Vi fu, specialmente nei campi un culto particolare a tre divinità galliche, le Matrone, il quale culto resistette fino all’avvento del cristianesimo. Le Matrone sono un esempio caratteristico del triplismo celtico che veniva attribuito particolarmente alle divinità femminili; protettrici della fecondità della natura ed anche degli uomini; erano onorate presso le sorgenti e personificavano la virtù delle acque. Un aspetto molto interessante del culto delle Matrone è quello che le rivela protettrici di un originario nucleo di popolazione gallica. Tale culto non è cessato neppure dopo alcuni secoli di romanizzazione, per cui l’antica comunità celtica persiste, almeno come elemento predominante, nella manifestazione religiosa. È il caso della lapide di Corbetta in cui le Matrone sono così invocate: Sanctis Matronis Ucellasicis Concanaunis, i quali due appellativi, di oscuro significato, denotano senza alcun dubbio una particolare suddivisione della comunità celtica.                                      

Di più chiaro significato, è il rapporto ad una comunità rurale, è l’interessante iscrizione di Galliano posto sopra un’ara votiva, dedicata alle Matronis Braecorum Gallianatum, cioè alle matrone che proteggevano gli abitanti del vicus (villaggio), chiamati Gallianati, nome che permane ancora oggi a dominare il paese Galliano. Oltre alle matrone esistevano delle divinità locali, d’antichissima origine, anche per le più piccole località, troviamo per esempio ricordato il dio Paronnus a Breccia (Como). Altrettanto importante è il culto per cui un’intera comunità di un villaggio (i vicani) si manifesta particolarmente devota ad una divinità; in questi interessanti casi la iscrizione dedicatoria ci conserva spesso il nome antico della comunità. Così leggiamo un’iscrizione votiva ai Geni ed alle Matrone degli Ausucuatum, cioè della comunità di Ossuccio (Como), località che esiste ancora; pure in una iscrizione si ricorda il vicus Asci, cioè Asso (Como), che ha dato il nome alla Vallassina; altrettanto si dica di Aneunia, mansio o mutatio romana presso la foce dell’Adda nel Lario; dei Vicani votodrones che abitavano non lungi da Somma Lombardo; dei Vicani Sebuini che abitavano presso Angera e del Vicus dei Subinates che occupava il territorio che si chiamerà più tardi Riva San Vitale. Queste iscrizioni ci testimoniano un aspetto molto importante della religiosità degli antichissimi abitanti dei villaggi preromani disseminati per tutta la Lombardia. Cioè l’aspetto sociale, comunitario, vicaniale per cui il culto ad un dio locale, alle Matrone, ai Geni o a qualsiasi altra divinità diveniva un elemento essenziale che contribuiva a dare al piccolo gruppo di abitanti la sua organica unità.

E questa salda unità vicaniale, sociale e religiosa, rappresentava certo una difficoltà grave alla penetrazione del cristianesimo. Alle antiche divinità galliche, a quelle romane, venerate da coloro che erano venuti da Roma o dalla provincia suburbicaria, si aggiunsero i culti orientali di Mitra e delle divinità cosmiche del ciclo di Cibele e di Attis.

Ad Angera, importante statio romana, in una grotta naturale sottostante la rocca viscontea, si è ritrovato uno speleo mitratico con tronchi di colonne ornati di figurazioni riguardanti il culto di Mitra e gli avanzi di un altare usato per i riti in onore della divinità persiana.

Con il mitreo di Locarlo, quello di Angera è la testimonianza più cospicua del culto di Mitra e si può ritenere con sufficiente certezza che in tale statio il culto sia stato introdotto e conservato da soldati o fors’anche da marinai, della flotta di barconi del lago, venuti dall’oriente.

La religione di Mitra il Solo-Re, entrò in Roma sulla fine del secolo I, si diffuse nel seguente secolo ed ebbe una ben determinata gerarchia sacra che teneva i devoti organizzati in vere e proprie chiese e gli educava ad una morale elevata iniziandoli con il rito del taurobolio, il quale rito per taluni aspetti esteriori assomigliava al battesimo cristiano.

Il culto di Mitra rappresentò una grave difficoltà alla diffusione del cristianesimo ed è noto che si scelse il dies natalis solis invicti (il giorno natalizio del sole invitto, cioè di Mitra) come data convenzionale per celebrare la nascita di Gesù Cristo. Il culto di Mitra è testimoniato a Milano dove esisteva un suo tempio in un luogo imprecisato; così a Laus Pompeia, a Como, ad Agliate ed a Introbbio all’imbocco della Valsassina. Del culto delle divinità cosmiche, del ciclo di Cibele ed Attis, è bellissima prova la patera o grande piatto d’argento trovato a Parabiago, dove probabilmente esisteva una confraternita di fedeli di qualche misterioso culto orientale, i quali nei loro riti usavano la preziosa suppellettile argentea. 

È certo che la romanizzazione della Lombardia trasformò anche l’aspetto della campagna ed attenuò le tradizioni galliche, senza togliere tuttavia il suo particolare substrato celtico, sia sociale che religioso.                                                                                       

Mitra e Sole a banchetto. Rilievo con tracce di policromia arenaria risalente al 130 d.C. circa. Scoperta nell’antica città di Lopodunum (l’odierna Ladenburg, in Germania) e conservata nel Lobdengau-Museum.

In Lombardia non si conobbe il latifondismo agrario che fu così deleterio nella Gallia transalpina e portò miseria e disperazione tra i servi ed i coloni che lavoravano la terra.                                                      Il quadro fosco della grave crisi in cui si dibatteva la campagna nei IV-V secolo prospettato da Salviano, vescovo di Marsiglia, le violente rivolte dei contadini (le famose Bagaude della Gallia transalpina) e le feroci repressioni che seguirono, non si verificarono nella Gallia cisalpina.                        

In genere ognuno dei possessores era proprietario di una limitata proprietà dei veterani agricoli lombardi ed inoltre l’elemento locale aveva mantenuto la sua indipendenza sociale ed i tradizionali vincoli vicaniali.

Trascurando il complesso e vasto problema delle strade tracciate dai romani in Lombardia, per cui Milano divenne un importantissimo nodo stradale collegato con tutti i maggiori centri d’Europa, ricorderemo che ovunque in Lombardia sorsero le villae dei possessori romani, per lo più nelle vicinanze degli antichi villaggi gallici.

A Bruzzano fu ritrovata una ricca tomba a camera in muratura, che fa supporre l’esistenza della villa di un ricco signore. Ad Agrate Brianza si trovarono frammenti bronzei di statue che certamente adornavano una villa.

Ad Arcisate fu trovato un vero tesoro composto da eleganti suppellettili d’argento, che fanno supporre ivi l’esistenza di una villa arredata con lusso, come analogamente avvenne a Boscoreale (presso Pompei) dove si trovarono i resti di una intera villa con un tesoro ancor più prezioso di quello di Arcisate; purtroppo ambedue tesori finirono in musei esteri. A Robbiano, a Vergiate, a Sesto Calende, a Lenno si trovarono indubbi avanzi di ville romane.

Celebre è la villa di Verecondo che si trovava a Cassiciacum (Cassago) dove Sant’Agostino soggiornò a lungo con un gruppetto di amici prima ricevere il battesimo. 

Agostino, statua sul  fronte esterno del Duomo di Milano.

Né mancavano i tempietti alle divinità sparsi per la campagna. In una iscrizione di Vimercate si parla della consacrazione di un tempio e della statua (aedem et signum) di un dio.

A Biandronno si conservò fino ai nostri tempi la denominazione di una località detta “chiese pagane” dove si trovò uno straordinario oggetto di bronzo, un astragaio, la cui esatta funzione ci sfugge, e due profondi pozzi dove forse venivano gettate le vittime del sacrificio al dio.

A Brebbia un tale Curio Albino, sommo magistrato di Milano, dedicò un tempio (aedem) al dio Libero, antica divinità italica della fecondazione e della piantagione (divinità quindi agreste) che più tardi fu identificato col dio greco Bacco. Ad Angera si trovarono i resti di un tempietto a pianta circolare (aedes rotunda) e soprattutto uno speleo mitratico che serviva per le adunanze dei fedeli di Mitra. Non soltanto si rinvennero varie vestigia di templi pagani fra i campi, ma conosciamo anche taluni rozzi riti agresti descritti dal vescovo Massimo che sedette sulla cattedra di Torino dal 380 al 423 circa. Massimo si lamentava perché i possessori Cristiani permettevano  che i rustici continuassero, sui loro possedimenti, ad adorare gli dei.

Egli afferma con energia: «Ancora il diavolo abita nei templi, nei campi e fra i rustici contadini!». Se tu – continua il vescovo Massimo – se tu entri nei loro penetrali troveresti ceppi consunti e carboni spenti, degno sacrificio ai demoni, poiché con cose morte si invocano morte divinità. Se tu cammini fra i campi vedresti are costruite con legname e simulacri di pietra… Se tu a lungo veglierai, potrai vedere un campagnolo cosparso di vino, presentarsi come un visionario od una ruspice; egli apparirà con il capo irto di arruffati capelli, il petto nudo. le gambe cinte da un mantello come un gladiatore preparato a combattere, stringendo tra le mani un’arma».

Massimo parla di quanto avveniva nell’agro torinese, ma non vi è alcun dubbio che tali riti, senza sostanziali varianti, si compivano anche fra le popolazioni abitanti l’agro milanese.

Quando il cristianesimo poté affermarsi fra le popolazioni della campagna così tenacemente attaccate alle loro tradizioni superstiziose?

Poiché la Chiesa milanese si organizza con a capo un vescovo al principio del III secolo, e fino a Sant’Ambrogio i cristiani formano solo una minoranza cittadina in rapporto al numero degli abitanti di Milano, è certo che nelle campagne il cristianesimo si diffuse e si organizzò molto dopo. Si ritrovarono necropoli pagane (caratterizzate per lo più dal rito crematorio e dalla presenza di suppellettili poste nel sepolcreto con il resto del rogo) un po’ dovunque, che risalgono facilmente al IV e V secolo; inoltre la più antica iscrizione cristiana trovata nell’agro milanese è dell’anno 425 (iscrizione di Cortabbio di Primaluna) , mentre a Milano la più antica iscrizione cristiana è del III secolo, ma è unica perché le altre sono tutte del IV secolo in avanti.

Già al IV secolo, specialmente fra le persone appartenenti al ceto dei possessores o dei funzionari dell’amministrazione statale, è probabile che vi fosse un certo numero di cristiani abitanti più o meno continuamente in campagna.

Ma l’organizzazione diocesana sorge e risolve il problema della totale evangelizzazione degli abitanti della campagna non prima della fine del IV e soprattutto nei primi decenni del secolo V.

Nel 1298 le pievi raggiungeranno il numero di 60 e sono: Agliate, Angera, Appiano, Arcisate, Arsago, Asso, Bellano, Biasca, Bollate, Brebbia, Brivio, Bruzzano, Cannobio, Casorate, Castelseprio, Cesano (Boscone), Corbetta, Corneliano, Dairago, Decimo, Dervio, Desio, Gallarate, Galliano, Garlate, Gorgonzola, Incino, Lecco, Leggiuno, Locate, Mandello, Mariano, Mezzana, Mezzate, Missaglia, Monza, Nerviano, Oggiono, Olgiate (Olona), Parabiago, Pontirolo, Porlezza, Rosate, San Donato, San Giuliano, Segrate, Settala, Seveso, Somma Lombardo, Trenno, Val Capriasca, Val di Blenio (in altre fonti Olivone), Val Leventina, Val Riviera, Valsassina, Val Travaglia, Varenna, Varese, Vigonzone, Vimercate. (La cartina delle pievi è stata ripresa da La diocesi di Milano alla fine del XIII secolo, Gualberto Vigotti – cartine di Giulio Colombo, edizioni di storia e letteratura, Roma 1974)

In che modo la chiesa cittadina estende la sua organizzazione nella campagna? Come la plebs urbana guidata dal vescovo attua la spirituale conquista della plebs rustica?

Bisogna riconoscere che i romani avevano il genio dell’organizzazione civile e militare, per cui i vescovi cristiano-romani sul  piano tattico condussero le battaglie dell’apostolato –corde romano ispirandosi cioè all’esperienza giuridico amministrativa dei romani.

La tattica seguita per evangelizzare la campagna fu di ripetere in formato ridotto, l’organizzazione cittadina della Chiesa.

A Milano vi era il vescovo, la cattedrale ed alcune altre basiliche sussidiarie della cattedrale, il battistero, un ordo formato dalla gerarchia sacra sottoposta al vescovo, cioè dai presbiteri, dai diaconi, dai suddiaconi (più tardi), dagli accoliti, dai lettori, dagli ostiari e dagli esorcisti. Questi chierici formavano l’ordo ecclesiae, simile ad un collegium romano, cioè ad una forma associativa di attività che aveva in comune proprietà la massa dei beni sociali, le cui rendite o proventi venivano suddivisi per il mantenimento dei singoli appartenenti all’ordo.

La plebs rustica ripeté in tono minore, l’organizzazione ecclesiale cittadina. Si costituirono delle unità territoriali con capoluogo un centro che aveva già una certa importanza per ragioni amministrative o per sviluppo sociale; lì si innalzò il sacro edificio dell’ecclesia con accanto il battistero, talvolta di forma molto semplice (a pianta quadrata) e si stabilì un ordo di chierici con a capo l’archipresbyter (arciprete).

La plebs rustica che abitava in sparsi villaggi, in fattorie, in ville e cascinali doveva convenire al capoluogo per ricevere i sacramenti, a cominciare dal Battesimo, dopo una conveniente preparazione. I battezzati si recavano alla chiesa plebana per le adunanze eucaristiche domenicali, per celebrare le nozze e per seppellire i loro morti dentro o accanto alla chiesa plebana, perché i cristiani non bruciavano i corpi dei loro morti come facevano i pagani, i quali per questo dovevano compiere i riti funebri fuori dell’abitato.

La basilica romanica di Agliate

Così sorse quel mirabile organismo ecclesiastico che dal nome iniziale di plebs rustica si chiamò Pieve; le pievi sono le prime vere parrocchie con un proprio territorio ed una propria organizzazione mentre nella città l’unico capo religioso è il vescovo sotto i1 quale  i presbiteri collaborano non in una propria parrocchia ma collegialmente perché esiste solo la diocesi e non ancora la parrocchia cittadina.

Molti sono i problemi che riguardano l’origine e l’organizzazione delle Pievi; ora ci accontentiamo di dire che i battisteri pievani formavano le pietre miliari della avanzata del cristianesimo nella campagna che dissipò la densa caligine delle antiche superstizioni religiose e nei quali i competentes, cioè coloro che si erano mostrati idonei a divenire cristiani dovevano protestare solennemente: Rinuncio al demonio! Il demonio ingannatore che prima avevano adorato sotto le forme delle divinità galliche, romane ed orientali.

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