Il Libro delle Spedizioni della Fabbrica Lanzani vicino alla stazione

La fabbrica “Figli di Giuseppe Lanzani” di piazza della Stazione fu costruita  nel 1902 dai fratelli Achille, Andrea e Francesco Lanzani.
Una prima crisi nel 1919 divise la ditta in due parti; una seconda crisi, nel 1938, portò a una nuova separazione, dalla quale scaturirono ben tre aziende.

La fabbrica principale, quella di piazza della Stazione, rimase di proprietà dei cugini Paolo e Giovanni: Paolo era figlio di Achille, mentre Giovanni era figlio di Francesco che, separandosi dai fratelli, si unì al cugino fondando la società “P e G Cugini Lanzani”, tuttora operante nel mercato manifatturiero.

Il motivo di questo studio nasce dalla consultazione di un documento interno dell’azienda: il libro delle spedizioni, che copre l’arco temporale dal 1938 (XVI Era Fascista) al 1946.

Paolo dirigeva da Meda e manteneva i contatti con la filiale di Parigi; Giovanni, invece, operava in Argentina, curando la filiale di Buenos Aires. Egli entrò in società investendo il proprio capitale ma, purtroppo, dopo appena quattro anni, nel 1942, morì.
L’azienda continuò saldamente la propria attività con Paolo, poi con il figlio Achille, il nipote Umberto e attualmente il pronipote Carlo.

La nuova azienda, di fatto, non commerciò mai in Argentina, non solo per la morte del contitolare e per l’autarchia imposta dal regime fascista, ma anche perché, nel secondo dopoguerra, con l’avvento di Perón al governo del Paese sudamericano, l’esportazione divenne proibitiva: una tassa di 7 pesos al chilo sulla merce importata paralizzò ogni commercio.

Il negozio “Les Cousins Lanzani” di Parigi rimase uno dei principali punti di forza del commercio europeo. Con lo scoppio della guerra, però, la chiusura delle frontiere e i bombardamenti ai treni da parte dell’esercito anglo-americano bloccarono i traffici.
Achille Lanzani, figlio di Paolo, che si era sposato a Parigi con la signora Giuseppina Trabattoni, dovette rientrare precipitosamente in Italia per evitare l’arresto.

Tra luglio e dicembre 1938 giunsero a Parigi 1.387 colli. Le spedizioni proseguirono a ritmo forzato fino a dicembre 1940, raggiungendo un totale di 3.300 manufatti. I mobili “made in Meda” avevano conquistato il mercato francese anche attraverso la filiale della ditta Baserga e le produzioni delle industrie Salda e Giorgetti.

Ancora oggi un armadio del museo interno custodisce circa 2.500 disegni di suppellettili creati da designer parigini, spediti in Italia tramite plichi postali: autentici capolavori d’arte, nei quali ogni particolare era curato con estrema precisione. Vi sono anche disegni provenienti dall’America, ma si tratta di copie industriali prive della raffinatezza artistica dei bozzetti francesi realizzati a mano.

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Probabilmente la “P e G Cugini Lanzani” è l’unica azienda d’epoca ad aver conservato non solo i disegni, ma anche la documentazione delle spedizioni a partire dal 1920.
Risulta che la Salda abbia bruciato i propri archivi e la Baserga li abbia eliminati, sebbene alcuni modelli di pregio siano (si dice nell’ambiente commerciale) tuttora conservati in soffitta.

Anche nell’industria di Meda non mancavano disegnatori di valore. Aldo Vicini era uno di questi. I disegni, prima di diventare manufatti, passavano nelle mani di un esperto falegname che ne ricavava modelli in cartone. Ogni pezzo veniva riprodotto e ritagliato per creare le dime, ovvero i calibri di costruzione. Spesso erano appese alle pareti delle botteghe artigiane come modelli per tracciare le varie forme su tavole di legno grezzo.
L’ultimo operaio capace di realizzare modelli in cartone nella ditta Lanzani fu Paolo Cappellini, che vi lavorò fino all’età di 80 anni.

La filiera produttiva e il trasporto

La ditta Coppi di Omegna tagliava e torniva i pezzi dei manufatti in legno di castagno. Le zone circostanti la città piemontese, come Agrano, avevano e hanno tuttora una forte presenza di boschi di castagno, un albero fondamentale per l’economia locale. Trovandosi vicino alla stazione ferroviaria, caricava i pezzi numerati in ceste di corteccia sempre di castagno sui carri merci.
Giunti a Meda, nel laboratorio di falegnameria i pezzi venivano assemblati, incollati, forati per l’impagliatura e rifiniti con la lucidatura.

I fusti venivano poi trasportati sui tricicli alle abitazioni degli artigiani impagliatori di Meda e Cabiate. In tempo di guerra questo lavoro era svolto soprattutto da donne. La lisca, pianta palustre che cresce lungo il Mincio, giungeva in ditta in fascine; i fili venivano bagnati, attorcigliati e inseriti nella seduta per creare il classico sedile “di paglia”.

Terminata l’impagliatura, gli operai riportavano le suppellettili in fabbrica per l’imballaggio. I colli venivano confezionati singolarmente oppure in gabbie di legno contenenti da quattro a sei pezzi.

Il trasferimento alla stazione di Meda era  immediato. Da un cancello dello stabilimento aperto direttamente allo scalo merci,  usciva un carretto (pianale) della stessa altezza del carro ferroviario carico di merce e avveniva il travaso. Mentre per le stazioni di Camnago e Seregno si faceva uso del triciclo. Partivano due operai che, per un intero pomeriggio, facevano la spola tra il carro merci e l’azienda, con relativa sosta al bar (erano altri tempi!).

Il registro

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Il registro (27,5 × 43 cm) può essere suddiviso in due tempi: il primo periodo va dal luglio 1938 alla fine del 1940; il secondo dal 1941 al febbraio 1946. In pratica, prima e dopo l’entrata in guerra dell’Italia.

È costituito da 16 pagine e ogni pagina presenta il seguente schema: data; destinazione; ragione sociale del cliente; numero di marcatura; quantità dei colli, gabbie o casse; peso netto e lordo della merce; valore in lire, in contanti o assegni; indicazione se assegnati o affrancati; numero del carro merci; stazione ferroviaria di partenza.

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La voce “assegnati” chiarisce che le spese di spedizione (costi e rischi) erano a carico del destinatario. Talvolta compare al suo interno un’ulteriore specificazione: “a mezzo garzoni”, che indica l’impiego di più operai per la consegna della merce.

Se lungo le righe verticali compaiono le voci sopra descritte, in quelle orizzontali sono riportati gli ordini, per un totale di 492 operazioni commerciali.

Con la fine di dicembre 1944 si concludono le operazioni. Nell’ultima pagina figurano soltanto due ordini:
– 30 novembre 1945, “F. Führer” ritira 172 colli;
– 8 febbraio 1946, a Ceppi Camillo di Omegna vengono riconsegnati 13 colli, probabilmente merce invenduta.

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Nel primo periodo il volume degli affari fu considerevole e coinvolse tutto il mondo occidentale. In Italia la merce raggiunse le città di Roma, Genova, Torino, Foggia, Mantova, Napoli, Trieste e Lodi. In Europa giunse a Chiasso, Lugano, Zurigo, Copenaghen, Berlino e naturalmente Parigi. Negli Stati Uniti arrivò a New York e San Francisco, e in Canada a Montréal.

Nel secondo periodo il commercio si limitò all’Italia, all’Austria e alla Germania.

A Roma aumentarono le commesse, così come a Frascati, Napoli, Sondrio, Spigno Monferrato, Canelli, Domodossola e Bolzano. Va aggiunta Zurigo. Numerose le città austro-tedesche: Berlino, Mannheim, Wiesbaden, Essen, Duisburg, Innsbruck, Bad Kreuznach, Monaco, Norimberga, Costanza, Düsseldorf, Weimar, Köln, Passau, Osterhofen, Karlsruhe.

Negli ultimi quattro mesi del 1944 la merce non arrivava direttamente al destinatario tedesco, ma a uno scalo intermedio lungo la tratta Milano-Verona situato nel territorio altoatesino: Bolzano, Bressanone, Vipiteno, Brunico, Merano.

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Fortunatamente, dal luglio 1940 un nuovo cliente di Bolzano prese il sopravvento fino a diventare l’unico committente dell’azienda medese, evitandone la chiusura. La ditta “F. Führer” riforniva gli istituti per invalidi civili e militari di sedie, poltrone e tavolini rotondi: poltrone tornite, sedute impagliate, schienali a giorno e sbarrette con incisi motivi che richiamavano la “fecondità”, tipici dello stile sudtirolese.

Un particolare curioso: Nembro, comune bergamasco della Val Seriana, è segnalato più volte come destinazione della merce. Si trattava dei mobili per la casa di villeggiatura di Paolo Lanzani.

In cifre il commercio descritto in questo registro può così riassumersi: 162 carri merci hanno trasportato 26313 colli.

Questo consistente flusso di denaro rappresentò una fondamentale fonte di sussistenza per centinaia di famiglie. Garantì la continuità produttiva, non scontata in tempi di guerra, e pose le basi della ripartenza del dopoguerra. La fiducia dei commercianti, anche americani, che rinnovavano gli ordini, spronò l’azienda a immettere sul mercato nuovi modelli e a proporre manufatti finiti, come gli imbottiti.

(Ringrazio il signor Umberto Lanzani per avermi concesso di leggere e fotografare il registro)