Il testo è ripreso da Almanacco lombardo, mentre le fotografie da Almanacco lombardo, Manuale per il giovane contadino, Il libro della V elementare.
La frutticoltura. La frutticoltura in Lombardia è assai favorita dalla dolcezza del clima e dalla natura del nostro terreno. Si deve conoscere il modo di coltivare il frutteto, perché la frutta ben matura e sana è un alimento utilissimo al nostro corpo. Sia nel frutteto vero e proprio, come nell’orto o per i campi, si devono coltivare piante che l’esperienza insegna essere più adatte di altre nel nostro terreno e per il nostro clima. Si lavori bene il terreno prima di piantare l’alberello che sarà preso dal vivaio a 2-3 anni di innesto. La pianta sia ben formata e bene innestata. Si metta entro la fossa, scavata alla profondità di 80 cm., fascine, foglie, erbe secche, rottami, calcinacci; si copra con dello stallatico e con uno strato di terra a forma di cono sul quale si appoggerà la pianta dopo averne spuntate le radici e levate quelle guaste. Appena interrata, la pianta deve essere legata ad un sostegno, perché cresca diritta. Non si adoperi però filo di ferro o corda perché la corteccia si taglierebbe col crescere della pianta. Si usino ramoscelli di salice, giunchi, corteccia di gelso, paglia di segale o rafia. Nei nostri paesi, dove l’inverno è freddo ed umido, è consigliabile far la piantagione in primavera. Nel primo anno è bene levare i fiori dalla pianta perché, non dovendo dare frutti, cresca più robusta. Ogni anno poi la pianta deve essere potata cercando di darle una bella forma e levando molti rami nel mezzo per renderla più arieggiata e perché tutti i frutti possano ricevere i benefici del sole. Si vanghi attorno al fusto in autunno dopo avervi sparso il concime, ed in primavera. Se si vuol avere un buon raccolto non si deve essere avari nel togliere alla pianta una parte dei suoi frutti. I rimanenti saranno più belli, più grossi, e arriveranno a maturazione più completa. Le piante da frutto vanno soggette a molte malattie che è bene conoscere per poterle guarire coi rimedi facili che tutti possono procurarsi. Quando avviene l’ingiallimento delle foglie, si deve subito concimare la pianta e vangare il terreno e poi irrorare le foglie con solfato di ferro. Il tarlo, che intacca il tronco e porta a morte la pianta, va curato introducendo nel buco un batuffolo di cotone imbevuto di benzina e chiudendo poi con del mastice. I pidocchi si combattono con estratto di tabacco al 2 per cento La gommosi è la secrezione di gomma dai rami e dal tronco. Si tagli il ramo infetto, oppure si spalmi il tronco che manda gomma, con catrame. Se d’inverno nei rami si trovano uova o larve di insetti, si sfreghino le parti colpite con spazzole metalliche e poi si faccia seguire una abbondante pennellatura di olio pesante di catrame. Buona cura preventiva per tutte le malattie è la irrorazione con solfato di rame, fatta quando la pianta comincia a dar segno di vegetazione e ripetuta poi al tempo della fioritura. I rami secchi e le foglie, che cadono dalle piante ammalate, dovrebbero essere abbruciati per impedire il propagarsi della malattia.

L’apicoltura. L’allevamento delle api è un’ industria dilettevole e lucrosa allo stesso tempo. Senza impiego di grandi capitali e con poco lavoro può avere un buon utile. L’agricoltore non dovrebbe trascurare questa industria che merita di essere studiata e sfruttata. L’apiario deve essere messo in buona posizione, a mezzogiorno possibilmente; lontano dalle strade rumorose, e riparato dal sole, dalla pioggia e dai venti. Nelle vicinanze dell’apiario non deve mancare l’acqua. Di primavera si ripulisce l’alveare, si tolgono le covate morte e si osserva se vi è la regina; di autunno si chiudono le fessure con paglia o stracci per riparare le api dal freddo. All’aprile o maggio, nelle ore più calde della giornata, le api sciamano capeggiate dalla vecchia regina che va a formare una nuova colonia. Uno sciame normale ha da 20 a 30 mila api. D’inverno le api consumano una parte del miele da loro fabbricato; è necessario quindi non levarlo tutto nell’autunno, ma lasciarvene in abbondanza per assicurarsi una buona produzione alla primavera. Non si devono asportare i favi di cera; le api che li dovrebbero rifabbricare diminuirebbero la produzione del miele. Si levino solamente i favi vecchi e quelli rotti.

La praticoltura. I prati sono abbondanti nella regione lombarda là dove si alleva su larga scala il bestiame. I pascoli di montagna danno generalmente prodotti meschini perché non si ha cura di estirparvi le erbe cattive e di seminarvi erbe buone e spargervi concime. La nostra pianura è ricca di prati stabili che potendo essere irrigati producono buon raccolto. Generalmente si fanno quattro tagli di fieno: il maggengo, l’agostano, il terzuolo ed il quartirolo. Il fieno migliore è dato dal prato falciato, quando le erbe sono in fiore, perché sono nel migliore sviluppo e contengono molti succhi. Il fieno va compresso sul fienile, dove fermenta, scaldandosi notevolmente. Gli agricoltori, che hanno grosse partite di fieno ammassato in lunghi fienili, devono esaminare la temperatura interna per assicurarsi che non superi i 40° C. perché allora può prodursi un incendio. Sarà necessario perciò fornirsi di apposito termometro. Se la temperatura aumenta, è necessario disfare il mucchio perché si raffreddi. Il prato stabile ha bisogno di buona concimazione. Nella primavera si devono levare i sassi e i ciottoli che si fossero sparsi col concime. Non è tempo sprecato, perché lo si risparmia poi al tempo in cui si falcia. Nella pianura lombarda si trovano le marcite. L’acqua che vi scorre nell’inverno conserva alle erbe una temperatura di circa 6 gradi, capace di farne vegetare una parte. Si possono fare da otto a nove tagli in un anno, purché l’acqua scorra sempre durante il freddo e si facciano almeno due abbondanti concimazioni nell’annata. Per i prati artificiali, che servono a completare la rotazione agraria, si devono tener presenti i consigli dati per i prati stabili. Per le rotazioni che vanno da 5 a 6 anni si semini la erba medica; per le rotazioni biennali, il trifoglio.

Il granturco. Il granturco, o mais, è uno dei prodotti più importanti dopo il frumento. Per seminarlo si deve preparare un terreno soffice, ben lavorato. Nei terreni che soffrono l’asciutto si deve fare una aratura molto profonda. Ottima cosa unire allo stallatico ed ai concimi di perfosfato, anche il pozzo nero.
Si semini grano dal chicco grosso e duro. La semina viene fatta in aprile-maggio e si raccoglie a settembre. Il quarantino però può essere seminato dopo il raccolto del frumento, ai primi di luglio, per raccoglierlo a ottobre. Si semina a righe, alla distanza di 50 cm. Appena spunta la piantina, si faccia la prima zappatura, e dove il seme non è nato lo si rimetta, e si trasporti con la zappa la pianticina che è inutile, nel posto dove vi è qualche vuoto. Fra una piantina e un’altra si lasci uno spazio di 30 cm. Dopo una quindicina di giorni si fa la rincalzatura. Se il contadino ha del concime a disposizione, lo aggiunga al terreno prima di questa operazione, che il raccolto gli compenserà il lavoro. Non si continui nella pessima abitudine di cimare i fiori o levare le foglie alla pianta perché si impedisce la maturazione del grano, che dà in tal caso chicchi più leggeri. Si faccia il raccolto quando i chicchi sono duri e ben lucenti; il grano non maturo si guasta e cagiona, in chi se ne serve come cibo, la malattia della pellagra. Il granturco deve essere messo al sole prima e dopo la sgranatura e conservato nei granai cogli stessi riguardi che si devono avere per il frumento. Il granturco va soggetto alla ruggine. È una malattia che non si può curare, fa però poco danno. Più grave è la malattia del carbone che si manifesta sotto forma di un grosso tumore bianco che contiene polvere nera. Non vi sono rimedi. Le piante ammalate vengano estirpate e abbruciate per distruggere i germi del male.


Il riso. Il riso è coltivato molto in Lombardia, specialmente nelle pianure del pavese, del lodigiano, cremasco e cremonese. Viene seminato in aprile-maggio in terreno preparato in modo da poter contenere acqua che scorra lentamente. L’altezza dell’acqua deve aumentare col crescere della pianta, facendo in modo ch’essa resti in acqua sino all’ultimo nodo del gambo. Durante l’anno si fanno almeno tre asciutte per pochi giorni, per distruggere le piante acquatiche, per far morire gl’insetti nocivi al riso e per obbligare la pianta ad affondare le sue radici nel terreno in cerca di umidità. Si devono praticare le necessarie mondature. Si miete dalla fine d’agosto ad ottobre, a seconda delle qualità. Si consiglia di non trascurare nelle risaie l’allevamento delle carpe che sono ottimi pesci, molto ricercati in commercio. È un guadagno che non richiede che il piccolo capitale necessario per l’acquisto dei piccoli pesciolini da vivaio. Per tutti gli altri cereali di cui si fa uso, si ricordi che buon seme, buon concime e buona lavorazione assicurano sempre buon raccolto.
La vite. La vite è una pianta di facile allevamento; richiede però che l’agricoltore abbia un certo corredo di cognizioni per la sua coltivazione. Il terreno da mettere a vigneto deve essere preparato con uno scavo di 60 a 80 cm. di profondità, fatto durante l’autunno precedente alla piantagione. L’aria, il gelo, il sole e la pioggia formano la prima concimazione del terreno. La piantagione è meglio farla a filari. In pianura è preferibile la direzione da nord a sud; in collina si deve piantare in direzione trasversale alla pendenza che ha il terreno. La distanza dei filari deve essere di m. 2.50 a 2, dove la vite è la sola coltivazione; di m. 3 circa se colla vite si fanno altre coltivazioni. In pianura la vite non deve essere piantata troppo profonda, perché se vi è troppo umidità nel sottosuolo, la vite intristisce e produce poco. Per essere sicuri di avere piante di buona qualità si scelgano buone talee sulle viti più belle, prima della vendemmia, e si piantino nel vivaio. Dopo un anno le barbatelle sono pronte; al terzo anno può fare una buona vendemmia. In Lombardia le viti si piantano in primavera. Il migliore concime per la vite è lo stallatico; servono però anche i terricciati con letame e calcinacci, cenere, vinacce, sementi. La concimazione della vite deve essere biennale. Quando un vigneto è esausto e produce poco, occorre seminare una leguminosa, generalmente fave o lupini; quando si è sviluppata, viene rovesciata e si ottiene una concimazione che rende il terreno molto grasso. Al primo anno la vite deve avere appena due occhi fuori terra; al secondo anno si hanno così due tralci che nel terzo anno formeranno il piede della vite. Nella potatura si sopprime il tralcio vecchio sostituendolo con il nuovo. Più si taglia e più abbondante sarà il frutto. Quando la vite è coperta di germogli, prima che vada in fiore, si fa la scacchiatura, eliminando i succhioni inutili. In seguito si fa la cimatura levando i germogli secondari che spuntano dai rami novelli. Si sconsiglia la sfogliatura; solo nel caso di favorire la maturazione dei grappoli, si procederà a levare una parte delle foglie, ma solamente una settimana prima del giorno fissato per la vendemmia. Dopo la vendemmia in autunno si deve vangare od arare il vigneto. D’inverno si fa la potatura; a maggio si fa la prima zappatura per levare le cattive erbe; in agosto si deve ripetere la zappatura per mantenere il terreno fresco e leggero. La vite va soggetta a due terribili malattie: la crittogama e la peronospora. La crittogama è prodotta da un piccolo fungo che fa raggrinzire le foglie, annerisce i pampini e li ricopre di una polvere bianca che fa screpolare gli acini. Si combatte questa malattia colle applicazioni di zolfo. Queste si fanno generalmente tre volte. La prima appena la vite ha spiegati i suoi germogli; seconda alla fioritura, e questa solforazione deve essere la più abbondante; la terza quando l’uva incomincia a prendere il colore. Però l’agricoltore deve tener presente che dopo una forte pioggia la solforazione deve essere sempre ripetuta. La peronospora si combatte col solfato di rame usato bene, col distribuirlo su tutte le foglie, perché basta un ramo infetto per fare stragi in tutto il vigneto, ed a tempo, facendo precedere le irrorazioni alle solforazioni, e ripetendole, come queste, dopo una lunga pioggia. Per assicurare che il vigneto vada esente dalla peronospora, è consigliabile una quarta irrorazione, quando l’uva è sul principio di maturazione. Per avere una buona miscela si prepara: 1º kg. 1 di solfato di rame in 100 litri di acqua; 2° kg. 1 di calce spenta stemperata. La miscela, agitata con un bastone, deve avere una tinta di un bel colore celeste.

La seminagione. Il terreno per le semine va preparato per tempo. Arato o vangato, deve essere liberato dalle erbe nocive con una ripetuta erpicatura o col rastrello. Nelle grandi coltivazioni questi lavori sono fatti colle macchine agricole. Il seme deve essere scelto con ogni cura. Si prenda sempre il migliore. I denari spesi per una buona semente sono quelli meglio impiegati. Fatta eccezione per i prati, che vanno seminati a spaglio, si semini sempre a righe, sia che si ricorra alle macchine, sia che si semini a mano. Seminando a righe, si risparmia molto seme, lo si distribuisce più regolarmente e si rende più facile poi il lavoro di zappatura e di sarchiatura, operazioni queste importantissime se si vuol avere un buon raccolto.

La concimazione e la rotazione agraria. Come tutti gli esseri viventi, anche le piante hanno bisogno di nutrimento. Le piante prendono una parte del nutrimento dall’aria; il rimanente lo assorbono dalla terra colle parti più sottili delle radici, dette barbe. Non tutto il terreno contiene nella stessa misura le sostanze di cui abbisognano le piante. Il bravo agricoltore colla sua esperienza fa presto a conoscere di quali concimi abbisogna il suo terreno; se non vuol esser tratto in inganno, fa esaminare un po’ di terra dalla cattedra ambulante di agricoltura. Il concime che tiene il posto d’onore è pure sempre lo stallatico. Perché sia veramente utile, è necessario che sia conservato in concimaie, a fondo di cemento impermeabile, riparate dalle piogge. Quando lo stallatico è asciutto, lo si deve bagnare. Se l’agricoltore non ha apposita concimaia, deve almeno mettere il concime sopra un terreno ben battuto, inclinato in maniera da poter raccogliere in un pozzetto gli escrementi liquidi che poi verserà ogni tanto sul mucchio di letame. Per impedire la evaporazione nell’epoca dei calori estivi terrà coperto lo stallatico con terra argillosa. Alcuni credono che per avere un buon stallatico lo si deve rivoltare parecchie volte prima di spanderlo sul terreno, ma questo è un lavoro inutile e dannoso, perché favorisce la evaporazione dell’azoto, che è la sostanza più fertilizzante del concime. Non tutte le sostanze di cui abbisogna il terreno sono contenute nello stallatico. Si deve completare la concimazione coi concimi chimici. In commercio vi sono in vendita apposite mescolanze di concimi adatti alle varie coltivazioni. Ma il contadino intelligente non deve fidarsi di questi preparati perché spesso nascondono frodi. Comperi separatamente i concimi e ne faccia la miscela che adatterà ai suoi terreni, alla coltivazione che deve favorire. Se non vuol essere tratto in inganno, legga il giornaletto agrario e meglio ancora ricorra alla cattedra di agricoltura, dove troverà gli schiarimenti di cui abbisogna. Non tutte le piante assorbono i medesimi elementi per nutrirsi. Molta sostanza resta nella terra dopo il raccolto di un prodotto. Se si continua a coltivare la stessa pianta, si impoverisce la terra di certe sostanze per arricchirla troppo di certe altre. Cura del bravo contadino è quella di usare una buona rotazione agraria, facendo seguire per turno certe coltivazioni che servono a sfruttare tutto quanto può dare il terreno. Il turno di rotazione migliore è quello che dura dai quattro ai cinque anni. Si fa eccezione per il riso, il quale può essere coltivato di seguito anche per tre anni. Dalla concimazione e dalla rotazione dipende la ricchezza del raccolto. Se risparmi il concime e il lavoro, non lagnarti poi se il raccolto ti riesce scarso.
Animali da stalla. Sono allevati per i vari usi dell’uomo. Nella Lombardia il principale allevamento è quello della mucca, perché il suo latte, abbondante per i numerosi pascoli e le marcite, alimenta l’industria del caseificio. Per le bestie in genere, non si deve lesinare sulle compere per garantirsi la buona qualità. Si dia cibo adatto e sano, regolato ai pasti. Le stalle siano pulite, arieggiate, collo scolatoio ed il pozzo per le orine. L’ acqua anche per le bestie deve essere pura. In caso di malattie comuni si mettano pure in pratica i consigli della esperienza. Ma non si ritardi a ricorrere al veterinario. Se è possibile, si cerchi di assicurare il bestiame contro le malattie e la morte; si eviterà così qualche rovescio di fortuna in caso di malattie inguaribili. Non si dimentichi mai che la pulizia vale più di nutrimento.
Animali da cortile. La pollicoltura, se fosse curata sistemi moderni, potrebbe essere fonte di ricchezza nella nostra regione, ricca di erbe e di grani i cui rifiuti sono ottimo alimento per i polli. Non è necessario ricorrere alle razze straniere che spesso non si adattano al nostro elima. La razza padovana, la livornese e quella di Valdarno sono il fior fiore dei polli italiani. Si scelgano per la razza galli ben formati sani, galline robuste. Delle uova da covata si scartino quelle più piccole e più leggere. Si tenga presente che le uova dopo 20 giorni dalla loro deposizione non sono più adatte ad essere covate. I pulcini nascono dopo 20 giorni. Al 19° giorno occorre sorvegliare il nido per prestare le prime cure ai pulcini che nascono, levandoli dalla chioccia fino a tanto che non siano nati tutti. Per conoscere se le uova sono fecondate, si ricorra alla speratura, guardandole attraverso una candela o per lo spiraglio di luce che entra per una fessura in una stanza oscura. Se presentano macchie si ha la certezza che sono fecondate; altrimenti sono chiare. Anche per i polli occorre pulizia, acqua abbondante sabbia o terra perché possano ravvoltolarsi e liberarsi dagli insetti. La pipite, una delle più terribili malattie del pollame, dovuta alla sudiceria, è un callo che si forma sulla punta della lingua e impedisce ai polli di prendere il cibo. La pipite va levata con cautela e precauzione.
Bibliografia
L. Bergamaschini, Almanacco Lombardo – sussidiario per la coltura regionale e le nozioni varie, La Editoriale Libraria Trieste, Milano 1924.
Mario Avondo, Manuale per il giovane contadino delle zone collinari piemontesi e lombarde, libreria del Littorio, Roma anno VIII (1930).
Il libro della V classe elementare, la Libreria dello Stato, Roma, anno XII (1934).
